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martedì 1 novembre 2016

Reuven Rivlin "davanti alla Storia non si puo' essere neutrali" da La Stampa 28.10.2016

GERUSALEMME
link originario la stampa


Le confederazioni per far convivere le tribù rivali del Medio Oriente, il dialogo con i sunniti, la Russia protagonista, la Realpolitik dell’America ma soprattutto il legame indissolubile con Gerusalemme, dove gli ebrei vivono da 4000 anni nonostante le «assurdità» dell’Unesco: sono idee e valori che Reuven Rivlin, presidente dello Stato di Israele, illustra a «La Stampa» anticipando l’agenda che discuterà con il capo dello Stato Sergio Mattarella, in arrivo domenica, nel segno di «radici comuni che ci permettono di guardare assieme al futuro».  

Cosa l’ha colpita di più del voto dell’Unesco su Gerusalemme?  
«La mia famiglia arrivò da Vilna, in Lituania, a Gerusalemme, sette generazioni fa e ora l’Unesco afferma che questa città non ha alcun legame con l’ebraismo. Gli ebrei sono qui da 4000 anni, Gesù visse nella Gerusalemme ebraica e Tito la distrusse, dando inizio alla Diaspora dove gli ebrei hanno sempre pregato verso Gerusalemme, fino al loro ritorno grazie al sionismo. Israele si può criticare, anche aspramente, per questa o quella politica, ma negare il legame fra gli ebrei e Gerusalemme è un’assurdità». 

Da dove si genera, a suo avviso, tale «assurdità»?  
«A spiegarla non basta l’antisemitismo. C’è qualcosa di più: l’argomento dei palestinesi che gli ebrei non hanno nulla a che fare con questa terra. Gli ebrei sono venuti qui da oltre 70 Paesi ma il rigetto arabo del sionismo si è motivato con il fatto che fossero dei corpi estranei. Dietro tali risoluzioni c’è la volontà politica di affermare che Israele non ha diritto di esistere. Il rigetto palestinese delle nostre radici in questa terra è una tragedia perché mina la costruzione della convivenza. Nessuno può capirci meglio dell’Italia perché il Foro romano ha nell’Arco di Tito la prova concreta della Menorà catturata nel Tempio di Gerusalemme. Le nostre storie sono intrecciate». 

Cosa si aspetta dalla visita di Sergio Mattarella?  
«Sarà un onore ospitarlo. Lo aspettiamo a cuore aperto e guardando con fiducia al futuro comune. I nostri popoli e le nostre nazioni hanno radici comuni, dunque sono convinto che abbiamo davanti una Storia da scrivere assieme. Così come la Storia passata, la stessa vissuta da Gesù, ci accomuna. Giuseppe Flavio ha scritto nella lingua dell’Impero romano, dunque universale, fatti chiari sui romani, gli ebrei e Gerusalemme». 

Il premier Matteo Renzi ha avuto dure parole di condanna per la risoluzione dell’Unesco, smentendo di fatto l’astensione votata dal nostro ambasciatore. Cosa pensa della posizione italiana?  
«Davanti alla Storia non si può essere neutrali. Gerusalemme è da sempre simbolo di coesistenza e convivenza fra popoli, etnie e fedi». 

Israele ed Europa condividono i timori per il terrorismo jihadista. Cosa sta avvenendo in questa regione?  
«Il problema del Medio Oriente nasce dalla crisi del nazionalismo arabo e dal conseguente dilagare del terrorismo. In questa regione vi sono quattro nazioni - Egitto, Israele, Turchia e Iran - mentre altri Paesi hanno una natura etnica o tribale. In Siria a combattersi sono sette-otto eserciti, in Iraq vi sono tre etnie diverse: curdi, sciiti e sunniti. Sono tali motivi che consentono a Isis di proliferare. Ed è peggio di Al Qaeda perché Osama bin Laden voleva operare dentro gli Stati mentre Isis vuole distruggerli, sostituendoli con uno Stato islamico. Il terrore che ha colpito Israele si ripete contro altri Paesi, è un metodo di vita tribale. In Siria dopo la rivolta anti-Assad e in Libia dopo Gheddafi non vi sono dittatori in grado di dominare le tribù e dunque riemerge la violenza. È il fondamentalismo che spazza la regione, spinge la gente a fuggire verso l’Europa, sognando di arrivare in Germania o in Italia». 

È un processo inarrestabile o può essere fronteggiato?  
«Alla genesi c’è il conflitto fra differenti tribù, è una questione di ostilità fra sciiti-sunniti e al loro interno di ulteriori divisioni. Paghiamo le conseguenze della creazione di Stati fittizi, decisi a tavolino con gli accordi di Sykes-Picot nel 1916. L’unica maniera per fronteggiare tale processo è creare delle confederazioni per riunire etnie e tribù. Ad esempio in Iraq fra sunniti, sciiti e curdi che per vivere assieme devono essere separati ma avere accordi comuni sulle questioni strategiche. Ipotizzare di tenere al potere Assad non ha molto senso perché ha causato una strage immane, portando a far riemergere le differenze fra Aleppo e Damasco. Gli alawiti non andranno mai con i sunniti e viceversa. Per trovare un metodo di convivenza bisogna partire dalla tutela delle identità, le tribù non stanno assieme senza dittatori che glielo impongono. Solo le confederazioni possono impedire flussi di massa di profughi come quelli che arrivano in Europa. Solo le confederazioni fra etnie e tribù possono difendersi dalle idee di Isis che arrivano via Internet». 

La confederazione può essere una via d’uscita anche al conflitto fra israeliani e palestinesi?  
«Certo, il primo a suggerirlo fu Zeev Jabotinsky, uno dei primi leader sionisti, che previde cosa sarebbe avvenuto agli ebrei in Europa; riteneva che non c’era altra scelta all’emigrazione in Israele ma affermava con grande realismo che gli arabi li avrebbero rigettati. Nel 1923 diceva che l’unica maniera era “convivere con chi non ci accetta” costruendo “muri di ferro non per attaccare ma difendersi” e “tenendo finestre aperte per cogliere, appena possibile, opportunità di dialogo sul lato opposto” perché alla fine è sempre la convivenza che prevale. Noi dobbiamo vivere assieme ai palestinesi, non dobbiamo dominarli, bisogna vivere assieme con entità differenti ovvero in una confederazione. Per riuscirci bisogna creare fiducia, si è parlato in passato di confederazione anche con i giordani ma loro vogliono restare in uno splendido isolamento e potrà esservi solo a Ovest del Giordano». 

L’Europa accoglie molti migranti. Più Paesi si interrogano su come far coesistere le popolazioni nazionali con minoranze di origini diverse. Israele ha il 20% di cittadini arabi e lei più volte ne ha sottolineato il valore per la vita democratica. Qual è la ricetta della convivenza?  
«Bisogna accettare l’idea di vivere assieme, appartenendo alla stessa collettività. È un processo di maturazione interna, difficile ma inevitabile. I migranti che arrivano in Italia devono fare loro valori e ideali italiani così come l’Italia deve rispettarne l’identità. Qui è più difficile per il conflitto israelo-palestinese. Sotto certi versi siamo ancora nemici sebbene gli arabi hanno partiti e deputati. Siamo una nazione con diverse comunità e ciò comporta diverse responsabilità: gli ebrei non devono imporsi, la minoranza araba deve accettare lo Stato. La “Speranza d’Israele” è che ogni cittadino ebreo, cristiano o musulmano condivida l’idea di avere cura degli altri». 

Circolano indiscrezioni a raffica sui contatti fra Israele e Stati sunniti. Cosa c’è di vero?  
«Quando in Iran c’era lo Scià temeva gli Stati sunniti e per questo dialogava con noi, ora la situazione è rovesciata: l’Iran ha il nucleare e promuove il terrorismo dunque sono gli Stati sunniti a temerlo, e dialogano con noi. Israele è minacciato da due organizzazioni terroristiche – Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza – sostenute dall’Iran ed ora i sunniti percepiscono simili minacce da Teheran. Inoltre, i sunniti vogliono allearsi con chi combatte non solo l’Iran ma anche Isis. Dunque, cercano noi. Isis non è solo un esercito ma un fenomeno che entra nelle teste dei musulmani. A capirlo bene sono i russi perché hanno avuto la Cecenia: comprendono il pericolo fondamentalista». 

Quanto conta oggi la Russia in Medio Oriente?  
«In questa regione il vuoto non esiste. Quando gli americani hanno iniziato a disimpegnarsi, i russi sono arrivati. I russi hanno sentito la pressione americana in Ucraina e hanno risposto difendendo i loro interessi nel Mar Nero e nel Mediterraneo Orientale, partendo dal porto di Latakia. Tutto ciò ha portato a tensioni Est-Ovest. Israele ne ha tratto le conseguenze: in Siria è la Russia che controlla lo spazio aereo e dobbiamo cooperare con loro. Ma abbiamo stabilito delle linee rosse come non consentire ad Iran ed Hezbollah di arrivare ai confini sul Golan.  

La Russia è destinata ad accrescere il proprio ruolo?  
«La Russia venne espulsa dal Medio Oriente nel 1856 con la guerra di Crimea, vi tornò nel 1956 dopo la crisi di Suez, sbarcando in Egitto. Poi con la fine della Guerra Fredda ci sono stati soprattutto gli americani ma la Russia è tornata ed è destinata a rimanerci perché Putin è determinato a difendere gli interessi russi e dei russofoni». 

Se Hillary Clinton dovesse diventare presidente Usa le tensioni Est-Ovest in questa regione potrebbero impennarsi...  
«Se la Clinton diventerà presidente si troverà davanti alla Russia. L’Italia e i suoi leader sanno bene quello che sappiamo noi: Russia e Usa duellano ma possono trovare interessi comuni». 

Quanto dice mi fa venire in mente Dan Segre, lo scrittore ebreo italiano che fu collaboratore di David Ben Gurion ed ambasciatore di Israele in Africa, sulla possibilità che lo Stato ebraico abbia davanti a sé un futuro di «neutralità». Cosa ne pensa?  
«I fondatori di Israele erano russi, come Ben Gurion, molti sognavano Marx e Lenin, la Russia fu una delle prime nazioni a riconoscerci e dalla Russia abbiamo ricevuto dagli Anni Novanta 1,5 milioni di immigrati. I pionieri sionisti non leggevano solo lo Zio Tom e la letteratura italiana ma anche Dostojevsky e Tolstoi. L’America è il nostro più grande alleato, ci sentiamo parte dell’Europa ed abbiamo una enorme comunità marocchina: siamo di tutte le origini, siamo parte del mondo libero ma siamo in Medio Oriente, circondati dalle sue guerre. La nuova situazione ci consente di dialogare con tutti; per questo ciò che ha scritto Dan Segre è molto vero, ha saputo guardare lontano. Al tempo stesso non dimentichiamo che il popolo ebraico è tornato alla sua terra e non abbiamo altro posto dove andare ad eccezione di Israele». 

venerdì 15 gennaio 2016

Israele e Usa, storia di un amore?


Mercoledi 13 gennaio 2016, l’associazione Italia Israele di Alba Bra Langhe e Roero, in collaborazione con il Comune di Bra, e le Associazioni Italia Israele di Cuneo ed Asti, è stata lieta di ospitare il dott. Antonio Donno, storico, giornalista e scrittore, esperto di politica internazionale statunitense, sul tema “ Strategie e politiche internazionali a confronto"

Ad introdurre la serata Giuseppe Greco, presidente dell'associazione di Alba e Bra, il dott. Carlo Benigni, presidente dell’associazione cuneese, e l’avv. Luigi Andrea Florio, presidente dell’associazione astigiana nonché ex parlamentare europeo.

L’avv. Florio, in particolare, ha tracciato una breve introduzione sui rapporti tra UE e Israele, evidenziando primariamente come l’Europa abbia sempre mantenuto –e mantenga- un atteggiamento ostile nei confronti di Israele, nonostante quest’ultimo sia una sorta di appendice dell’Occidente, e per cultura e per democrazia affine agli stati europei, e sia nato al termine di un processo ideologico, quello sionista, che mirava alla costituzione di una patria, di uno Stato libero per il popolo ebraico, ricalcando in fondo quelle spinte risorgimentali  che in Europa hanno portato alla costituzione di stati come l’Italia stessa.  Il popolo ebraico tra l’altro ha in Europa il suo piu’ grande cimitero, non va dimenticato, frutto dell’insensatezza e della barbarie del periodo nazi-fascista.
Eppure l’UE è ostile: vedasi in ultimo la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dai cosiddetti “Territori Occupati” [Territori che in verità occupati, a norma di diritto internazionale non sono affatto, nota mia], cosa che l’Ue non fa e mai ha fatto per nessun altro Stato che occupi [anche davvero] territori altrui
L’Europa arrivò a boicottare la manifestazione Gerusalemme 3000, rifiutando la partecipazione poiché  non riconosceva la città di Gerusalemme come capitale politica dello Stato di Israele, ma all’inverso  la stessa UE non ha avuto nulla da ridire a fronte del divieto, sanzionato con la pena di morte, posto dall’ANP di vendere terra agli ebrei !
Alla fine degli anni 90 Israele era l’unico Stato al mondo, presente nelle N.U, che di fatto non potesse concorrere  al consiglio di sicurezza dell’ONU.  Come tutti sanno,  gli Stati concorrono sulla base della propria area geografica di appartenenza, Israele era nell’area asiatica ma i paesi arabi, della stessa area, lo boicottavano per non averlo al Consiglio di Sicurezza. Pertanto Israele chiese a piu’ riprese di essere inserita in altra area geografica e solo dopo alcuni anni tale richiesta fu accolta e Israele inserita nell’aerea europea ma solo grazie alle pressioni canadesi e statunitensi (nel 2001). 
All’interno dell’Europa vi sono comunque state eccezioni a tale atteggiamento ostile: per esempio l’Olanda ha sempre avuto rapporti decisamente ottimi politicamente e commercialmente.
Israele è certamente l’unica isola democratica tra le satrapie del medio oriente.

A questo punto prende la parola il dott. Antonio Donno.
Le relazioni tra Usa e Israele  sono sempre corse su due differenti binari: uno su un piano relativo al sentimento culturale  ed uno su un piano politico. Non sempre questi due piani hanno coinciso.
Gli Usa si sono dimostrati, per Israele, una risorsa imprescindibile ma al contempo anche uno dei loro maggiori problemi.
La cultura statunitense, il sentimento americano è intriso si cultura di stampo ebraico,  infatti i primi pionieri, giunti dall’Europa, cristiani, soprattutto i protestanti, utilizzavano moltissimo la Bibbia ebraica come loro testo religioso,ed è rimasta radicata negli animi.
Ma accanto al piano cultural-sentimentale, vi è e vi è sempre stato un piano piu’ strettamente politico, e qui gli Usa hanno alternato posizioni favorevoli a posizioni di astensione se non decisamente sfavorevoli nei confronti di Israele.
Ricordiamo il presidente Wilson, ad esempio. Egli era del tutto contrario alla Dichiarazione Balfour , nel 1917 Wilson infatti era sfavorevole ad un coinvolgimento della Turchia (o meglio dell’impero ottomano)  nella prima guerra mondiale, non desiderava il crollo dell’Impero Ottomano per tutto cio’ che avrebbe comportato sullo scenario mediorientale. E sostenere la creazione di uno stato ebraico avrebbe significato dare per scontato lo smantellamento dell’impero turco.
Wilson si dovette arrendere alla storia, l’impero ottomano venne travolto dalla sconfitta della Prima guerra mondiale (cosi come l’impero austro ungarico in Europa) e si dovette dare avvio alla nascita di un nuovo Medioriente.
Mentre l’opinione pubblica americana era favorevolmente schierata con l’idea di nascita di uno stato ebraico, la politica Usa tentennava, non era convita e di fatto si dissociò.
La nascita di diritto di Israele, nel 1948, fu di fatto voluta e fortemente sostenuta non già dagli Usa (dove Marshall, tutto il Dipartimento di Stato  e la lobby petrolifera erano decisamente ostili al Presidente Truman che invece era favorevole), e nemmeno dalla Gb (che anzi in votazione alle Nazioni Unite, si astenne!) ma dall’Urss.
Nel bailamme tra Truman, il presidente favorevole a riconoscere Israele, e il Dipartimento di Stato, che desiderava un MO solo arabo con cui mantenere rapporti stretti, ecco che si infilò l’Urss andando a sostenere la nascita dello stato ebraico (benché poi in Urss si scatenassero pogrom contro gli ebrei!). E durante la prima guerra arabo- israeliana (scatenata dai paesi arabi limitrofi non appena proclamato il nuovo Stato di Israele), le armi per difendersi arrivarono dall’Urss e non già dagli usa, cha anzi decretarono il blocco della vendita di armi a Israele.
Israele patì un isolamento gravissimo in Medio Oriente, Einsenhower era favorevole a Nasser (Egitto), e anche sotto Kennedy la situazione restò sempre tesa
Ma poi ci fu la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Israele vinse su tutta la linea e oltre.  E nel ‘73, di nuovo attaccato massicciamente, nella Guerra del Kippur ripetè le sensazionali vittorie di sei anni prima.
E gli usa iniziarono a guardare verso il MO in modo nuovo, anche a temere questo piccolo Stato, temere che potesse diventare troppo potente.
Israele invece fece un enorme favore agli Usa, consegnando loro, su un piatto d’argento, l’egemonia in Medio Oriente! 
Durante il periodo di Kissinger, ultimo grande statista  con una visione di politica estera 360°, e del presidente Nixon  vi fu un rapporto piu’ disteso, piu’ amichevole, ma dettato da contingenze politiche , in primis il timore appunto che Israele potesse divenire fin troppo forte.
Il presidente Reagan invece mostrò una seria amicizia con lo stato di Israele, sostenendo anzi che le cosiddette opere di colonizzazione non fossero illecite, poiché quella era terra ebraica e pertanto gli israeliani erano liberi di costruire.
Bill Clinton, benché democratico (nel corso del tempo il sostegno a Israele dapprima presente nel partito democratico passò a quello repubblicano conservatore) , diede ampio spazio nella sua politica all’incontro tra le due parti, israeliana e palestinese, patrocinando e sponsorizzando la formazione di due stati.
In verità tale proposta, di formare anche uno stato palestinese, venne fatta nel corso della storia a piu’ riprese.
Nel 1936, già la commissione Peel  procedette in tal senso e creò sulla carta due Stati, in cui la terra data a Israele era davvero poca cosa, piccolissimo lembo senza affaccio sul mare. Il resto sarebbe stato tutto Nazione palestinese.  La soluzione ai sionisti non piacque ma la accettarono, pur di aver un lembo di terra che fosse loro Patria accettarono. Ma gli arabi no. Assolutamente no.
La stessa risoluzione Onu del 47 prevedeva due Stati. Venne rifiutata dagli arabi.
Ma il momento clou della vicenda “due popoli due stati” si ha nel 2000. Se ancora vi fossero dubbi su chi dei contendenti  impedisce e ha sempre impedito la pace, eccoci al momento in cui Ehud Barak, premier israeliano, offre ad Arafat il 98% della Cisgiordania oltre tutta Gaza. 
Praticamente tutta la terra che i palestinesi volevano. Ottimo, ci si aspetterebbe una soddisfazione palestinese incredibile..finalmente possono avere il loro stato palestinese. Ma no.. Arafat rifiuta categoricamente.
Questo è esemplificativo di cosa la parte araba voglia, non vuole uno Stato proprio, non è la loro mira. Il loro obiettivo è che su tutto il territorio dell’attuale stato di Israele non vi sia piu’ un solo ebreo, che non vi sia lo stato di Israele. Di meno non è accettabile, la coabitazione non è per l’anp accettabile. Questo è chiaramente mostrato.
Nel 2005, sempre in un’ottica distensiva e volta a cercare spiragli di pace, Sharon abbandona tutta la striscia di Gaza, rimuovendo tutti gli ebrei che lì vivevano e abitavano e lavoravano (non fu una cosa indolore per gli israeliani).
Gaza era tutto territorio palestinese. Come si è governato? È nato un governo democratico che sviluppa uan società civile?  No. Si è impiantato il terrorismo di Hamas
Pensiamo per un momento se la Cisgiordania [prendete una cartina e guardate dov’è..nel cuore di Israele, nota mia] fosse del tutto abbandonata da Israele. Crediamo davvero che non andrebbe al potere un Hamas 2? un gruppo terroristico?  E un sospetto piu’ che fondato…ne converrete. E dove sarebbe questo terrorismo? Proprio nel cuore di Israele, con grave danno e pericolo, quindi, per la popolazione civile israeliana.
Si puo’ parlare di una relazione speciale tra Usa e Israele?
Come abbiamo visto, da un punto di vista politico, non sempre, anzi ben poco. Su un piano culturale invece sì. Ma nonostante tutto la presenza degli Usa a fianco di Israele ha rappresentato molto. Anche se è vero che Israele ha fatto molto per gli usa nel MO, come sopra detto, sbattendo di fatto fuori dalla zona l’Urss e facendo entrare gli Usa. Questo durante il periodo della Guerra Fredda Usa –Urss.
Passato però questo periodo, avviata la distensione tra Usa e Urss, e soprattutto caduto il blocco sovietico, le carte anche in MO si sono rimescolate, soprattutto la zona mediorientale diviene meno importante agli occhi degli Usa, che finiscono con il dedicargli sempre meno attenzione.
Oggi forse Putin sta riportando sulla scena una Russia differente. Putin è un erede di quella guerra fredda e non vedrebbe affatto male un’espansione egemonica della sua Nazione in MO.
Al contempo Putin si ritrova un presidente Usa, Obama, che di fatto si è del tutto ritirato dal MO, favorendo certamente la Russia putiniana
Oggi la posizione di Israele è complessa, è circondato da stati che stanno crollando o sono crollati sotto il terrore del Califfato, è circondato da forze di stampo terroristico. Non si tratta piu’ di Stati ma di entità imprevedibili e con cui è impossibile avere relazioni o trovare soluzioni diplomatiche
Qual è al politica di Obama in tutto questo?
Obama ha sostenuto l’ex presidente francese Sarkozy nella distruzione della Libia, ed è stato un errore fondamentale, poiché Gheddafi, piacesse o meno, era un elemento di stabilità notevole nel Mo e soprattutto nel suo paese.  Ucciso Gheddafi, la Libia non ha saputo trovare forme di governo alternativo alla sua figura, e ha lasciato campo al Califfato, a Isis.
In Egitto Obama è stato ambiguo: ha benedetto la vittoria dei Fratelli Mussulmani vedendoli molto positivamente.  Ma quando questi sono stati rovesciati da Al Sisi ecco che Obama ha prontamente sposato questo nuovo governo.
Nel Maghreb non è stato presente di fatto, ha contribuito a far della Libia un covo di terroristi e ha spinto l’Egitto verso la Russia.
In Iraq ha ritirato gli americani, lasciando campo libero anche qui alle forze terroristiche. In Iraq è forte, fortissimo, il problema sunniti-sciiti, andava risolto, non abdicando. Si, la democrazia , quando non si puo’ fare altrimenti, si esporta anche con la baionetta.
Oggi il MO è scenario di tensioni e scontri enormi tra sciiti e sunniti, per anni il MO rischia di essere teatro di battaglie (con le conseguenze di morte distruzione profughi).
In Iran (paese rivoluzionario e di enorme destabilizzazione del MO, paese che egli stesso si pone al di fuori di ogni Gruppo di Stati) la politica di Obama ha portato ad un accordo. Accordo che l’Iran viola costantemente, quasi quotidianamente.
Cosa fa Obama? Piega la testa, accetta le violazioni e sta zitto.
Il rapporto Iran –Usa è sbilanciato, non potrà mai funzionare. Da un lato abbiamo una nazione democratica, gli Usa, abituati a sedersi a tavolino e cercare soluzioni diplomatiche, dall’altro lato abbiamo uno stato “rivoluzionario” per definizione, che non intende mettersi al fianco di altri paesi, vuole egli per primo restare fuori da ogni Comunità di Stati. E’ una nazione basata sull’islam sciita, dove la legge è solo il Corano, legge che come tutti sanno, permette tranquillamente l’inganno, il  firmare accordi per nascondere la reale intenzione e poi disattendere questi accordi.
Ecco..non un partner certamente affidabile.


(Tiziana Marengo)

martedì 12 gennaio 2016

Michael Sfaradi intervista Ido Zelkovitz, esperto di politica mediorientale


Il Dottor Ido Zelkovitz, 36 anni, è uno degli esperti di medioriente più intervistati sia dai media israeliani che da quelli internazionali dai quali è considerato uno sorta di Guru del settore. Nonostante la giovane età ha un curriculum di tutto rispetto. Dopo aver maturato esperienza sia presso l’Università del Minnesota che presso la Georg August Universität di Göttingen in Germania è diventato docente di storia del Medio Oriente all’Università di Haifa
È specializzato nell’analisi della politica mediorientale ed è ricercatore presso il centro EZRI per gli studi sull’Iran e Golfo Persico con particolare attenzione alla politica e società palestinese.

Il confronto fra l’Arabia Saudita e l’Iran sta tenendo con il fiato sospeso, cosa dobbiamo aspettarci?
È solo una rottura diplomatica. Le due parti mostrano i muscoli perché l’egemonia sul Golfo Persico è importante per poter essere alla base di questa ‘guerra fredda’ ma non al punto da arrivare a uno scontro armato. Nel caso le tensioni si potrebbero ripercuotere anche sul prezzo del petrolio al momento piuttosto basso, creando disquilibri che potrebbero portare le nazioni occidentali ad acquistarlo altrove. Nonostante ciò nessuna delle parti può cedere sull’egemonia nel golfo. Si tratta di politica impregnata di motivazioni teologiche, di rispetto e potere nel mondo islamico in generale e in quello arabo in particolare. Credo che alla fine sarà l’Arabia Saudita che continuerà ad essere il faro dell’Islam, le altre nazioni sunnite che si affacciano sul golfo, infatti, in queste ore stanno  interrompendo le relazioni diplomatiche con l’Iran.

Eppure confronto armato fra le Iran e Arabia Saudita lo vediamo nello Yemen
Anche quei piccoli scontri a fuoco, saltuari bombardamenti delle forze alleate di Teheran o come abbiamo appena visto l’esecuzione dell’Iman Sciita sono azioni che fanno parte della ‘politica dei muscoli’, non possiamo catalogarle come guerra aperta, mancano di intensità e di continuità per considerarle tali.

Perché il mondo arabo non è intervenuto in aiuto della popolazione civile nella guerra siriana?
Non è cosa nuova, il sogno panarabo non si è mai realizzato. 

Ha  seguito strade diverse da quelle preventivate nel 1945 con la costituzione della Lega Araba che proteggendo interessi di singole nazioni senza una visione collettiva ha fatto naufragare gli intenti con i quali era stata creata. 
Non è vero che le nazioni arabe non intervengono nella guerra civile siriana, lo fanno eccome, ma seguendo interessi che non salvaguardano la popolazione civile. I sauditi finanziano una parte dei rivoltosi a causa dell’acredine fra Alawiti e Sunniti, i vertici di Hamas non potendo prendere posizione, si sono improvvisamente trovati fra due fuochi, hanno abbandonato la Siria che li aveva protetti e l’Iran, direttamente o per mezzo di Hetzbollah, combatte al fianco di Assad. 
Tutto questo senza che nessuno pensi alle sofferenze della popolazione civile.

La Russia però è ora presente in Siria
La Siria è stata una base operativa russa fin dai tempi dell’Unione Sovietica, sia dal punto di vista logistico che di intelligence. 

L’alleanza con la famiglia Assad ha una storia lunga e non si può colpire il dittatore siriano senza ferire l’orso russo. 

Il meglio delle forze russe è impegnato a mantenere il potere nelle mani di Assad perché una sua caduta sarebbe per Mosca una sconfitta. C’è anche un messaggio chiaro all’Europa e a Obama: la Russia è tornata ad essere una potenza militare ed economica con la quale bisogna fare i conti, tutto questo è dimostrato dallo spiegamento dei vettori S400 e, anche se non ce n’era bisogno visto che gli stessi target potevano essere colpiti in maniera più semplice, dall’uso di missili a lunga gittata che dal Mar Caspio hanno sorvolato l’Iran e l’Iraq prima di distruggere obbiettivi logistici delle fazioni anti Assad. Anche in questo caso si è trattato di una dimostrazione di forza e nel contempo sono stati provati nuovi armamenti, quelli che caratterizzeranno gli equilibri militari nei prossimi anni.

Nonostante questo Israele collabora con la Russia
Non è collaborazione, si tratta di accordi per evitare scontri fra le forze presenti sul teatro. Mosca è sempre stata alleata dei nostri nemici e un avvicinamento strategico ai danni degli USA sarebbe un errore che pagheremmo caro per generazioni intere. Putin non ha alcun sentimento nei confronti degli alleati, e nonostante i problemi con l’attuale amministrazione americana che avranno strascichi importanti nel tempo, sono troppi gli interessi israeliani negli USA e troppi quelli statunitensi in Israele per pensare a un cambio di rotta repentino della politica estera delle due nazioni.

E la Turchia di Erdogan in questo scenario?
Se è all’abbattimento del jet russo che si riferisce l’azione non è avvenuta su indicazioni NATO, si è trattato di difesa territoriale.

Per 10 secondi di sorvolo?
Se un aereo russo avesse sorvolato lo spazio aereo israeliano sarebbe stato abbattuto?

Non dopo 10 secondi
...e io non ne sono convinto. Dal punto di vista dei militari questi sono ordini preventivi a cui si obbedisce senza esitare. Fra Turchia e Russia ci sono anni di attrito che non hanno mai avuto sfogo e anche l’abbattimento è stato un messaggio chiaro che Putin ha mal digerito, considerando poi che gli aerei russi bombardano in Siria gli alleati della Turchia è facile trarre conclusioni.

Sulla questione israelo – palestinese le chiedo: a Ramallah c’è Abu Mazen che è presidente dal 2005 per un mandato di 4 anni, siamo nel 2016 e ancora non si parla di elezioni presidenziali.
E non se ne parlerà per parecchio tempo ancora
Alla fine del mandato, nel 2009, Abu Mazen non poté dimettersi a causa del colpo di stato di Hamas nella Striscia di Gaza. Per andare alle elezioni presidenziali i palestinesi dovrebbero raggiungere un accordo per un governo di unità nazionale, cosa al momento possibile solo sulla carta ma non ‘di fatto’. 
Abu Mazen, memore delle elezioni del 2006, con contrasti interni a ogni livello non ha interesse ad abbreviare i tempi. Il malcontento nella società palestinese, e non solo verso Israele, è palese e all’attuale classe dirigente serve la sicurezza di avere la maggioranza dei voti. È chiaro poi che non c’è al momento qualcuno che sostituendo Abu Mazen possa aprire reali trattative di pace con Israele, bisognerà aspettare ancora qualche anno prima che venga alla luce quel nuovo personaggio che abbia il carisma per traghettare i palestinesi dalla situazione attuale verso una sorta di democrazia occidentalizzata. 
Nel frattempo Abu Mazen terrà il potere per tutto il tempo che gli sarà possibile e quando sarà costretto, non dimentichiamoci che ha circa 80 anni, lo passerà a qualcuno di sua fiducia evitando le urne. 
Le elezioni ci saranno solo dopo i cambiamenti che la popolazione palestinese chiede a gran voce e solo dopo che si sarà calmata la rabbia fin qui accumulata. Quanto sia nervosa la società palestinese lo si capisce da un dato fondamentale, Marwan Barghouti, in carcere in Israele dove sta scontando 5 ergastoli come mandante di attentati terroristici, è il più popolare fra i palestinesi al punto che tutti i sondaggi lo vedono diventare presidente in ipotetiche elezioni. 
Israele chiaramente non lo farà uscire dal carcere molto presto, sono troppe le colpe che deve espiare, e questo, ne sono  sicuro, a Ramallah non dispiace a nessuno, anche per loro è una minaccia in meno all’orizzonte. 
Da parte israeliana la situazione non è migliore perché il premier Netanyahu, che conta su una maggioranza ristretta, sa che non può avventurarsi in ulteriori concessioni senza far collassare il suo governo, cosa che probabilmente riporterebbe gli israeliani alle urne. Le continue aggressioni dell’Intifada dei coltelli hanno poi esasperato la popolazione civile israeliana al punto che gli esiti di un’ipotetica tornata elettorale sarebbero imprevedibili. Questo è il motivo per cui fino a oggi anche il governo israeliano non ha fatto molto per riavviare le trattative ormai impantanate da troppo tempo nonostante le pressioni internazionali. Ma non è tutto, nel momento in cui le trattative di pace dovessero riprendere Israele deve presentarsi con un programma preciso dove sono chiari i limiti delle eventuali concessioni e altrettanto chiare le richieste di sicurezza e di come questa sicurezza debba essere garantita. Al contrario gli interessi dell’altra parte potrebbero rivolgersi contro e nessun governo israeliano, non importa di che colore politico, può più permettersi errori né di carattere politico, né di carattere militare né, e soprattutto, di carattere strategico.

In base alla sua esperienza dopo quasi otto anni di amministrazione Obama il medioriente è più sicuro, meno sicuro com’è esattamente?    
Il medioriente di oggi è una regione in rapido cambiamento, cambiamento che viene anche dall’interno non solo dalle pressioni delle grandi potenze. Se noi osserviamo la politica portata avanti dall’amministrazione Obama negli ultimi otto anni vediamo che due nazioni, Iraq e Siria sono crollate, non includo la Libia che strategicamente fa parte del nord Africa. Per quello che riguarda l’Iraq la responsabilità è diretta della politica della Casa Bianca che ha adottato una strategia che si è rivelata fallimentare. 
C’è comunque un problema di base, la costruzione di una democrazia liberale, bene assoluto per l’occidente, non è la medicina per il malato mediorientale
Per creare dal nulla una democrazia serve una nazione stabile per un certo numero di anni che lentamente, con riforme politiche liberali e con una politica sociale, porti benessere alla popolazione. Solo seguendo questa strada si arriva a creare una democrazia compiuta.
Perché questo accada in medioriente servono almeno un numero di anni pari a quelli di una generazione considerata dal punto di vista sociologico e cioè dai 25 ai 40 anni. Queste cose purtroppo qui non accadono. Il desiderio dell’occidente di rovesciare regimi dittatoriali senza avere una strategia che avesse pronto un cambio al potere, come in Iraq o Libia ha creato situazioni di anarchia totale con una regressione che ha lasciato il posto all’idea del califfato islamico che ha avuto gioco facile in zone dove c’era un vuoto di potere. È successo in Iraq, sta succedendo in Siria e probabilmente accadrà anche in Libia. Se guardiamo alla politica estera americana Obama non ha molti successi di cui vantarsi, anche se dal punto di vista degli americani lui era l’uomo che doveva far uscire l’esercito americano dall’Iraq, queste erano le promesse in campagna elettorale e le ha mantenute. Gli Usa avrebbero dovuto lasciare il medioriente solo dopo aver messo al potere una classe politica capace di governare, ma se dopo il crollo della Siria e dell’Iraq i militari americani saranno costretti a tornare in medioriente la sconfitta politica sarebbe impressionante. Non dobbiamo dimenticare però che Obama è stato eletto per risolvere i problemi economici americani e non per portare la pace in medioriente, la nostra regione non era in testa ai suoi programmi e per quello che riguarda l’economia americana ha ottenuto discreti successi.

Nel vuoto di potere che si è però creato in Iraq abbiamo visto il sorgere di ISIS (DAESH) che oggi in qualche modo impressiona il mondo intero
Non è esattamente così, è un po’ più complicato. Dopo l’uscita delle forze armate americane si è creata una nazione, o meglio rinasce la nazione dove gli eletti sono sciiti e anche la riforma in seno alle forze armate irachene ha cambiato le regole del gioco. 
Durante la dittatura di Saddam Hussein l’esercito iracheno era comandato da ufficiali sunniti mentre ora anche all’interno dell’esercito i posti di comando sono in mano agli sciiti. Molti ufficiali e soldati dell’era Saddam dopo la ricostruzione dell’esercito iracheno si sono ritrovati fuori dai giochi e, in qualche modo, hanno dovuto reinventarsi, questa è la cornice dentro la quale incomincia ad esserci una nazione islamica nel nord dell’Iraq. 
Da qui cominciano i veri problemi fra le forze sunnite e quelle sciite ma a distanza di tempo siamo anche testimoni di un fenomeno che in occidente viene sottovalutato, e cioè che sono molti gli affiliati a ISIS che cercano di rientrare nei territori dello stato iracheno con la speranza di riacquistare la cittadinanza.

Quanto è pericoloso ISIS oggi?
Pericoloso per chi, e soprattutto dove?

Pericoloso in generale, in medioriente o anche in Europa
Io credo che bisogna osservare ISIS da punti di vista diversi, innanzitutto le varie sigle che si sono succedute fino allo Stato Islamico, sono state la cartina di tornasole dei cambiamenti interni al movimento che anche se prende vita nei posti dove il vuoto di potere era evidente ha nel suo programma ideologico l’allargamento delle zone di influenza sulle quali poi imporre le regole della Sharia.
 Lo Stato Islamico diventa estremamente pericoloso per coloro che vivendo in zone cadute sotto il dominio del Califfo non vogliono vivere secondo queste regole. Abbiamo fino ad oggi visto scorribande, anche pesanti ed estremamente violente, dei guerrieri dello Stato Islamico, scorribande che sono avvenute in zone dove non c’era alcuna resistenza armata o se c’era era molto debole. Questo ha creato il mito di ISIS
Non abbiamo però ancora visto gli stessi guerrieri confrontarsi con nazioni militarmente avanzate con eserciti regolari, sono convinto che anche dal punto di vista strategico non sono in grado di reggere in confronto. Fino ad oggi hanno fatto la ‘voce grossa’ solo in zone dove gli stati erano assenti e sono stati bravissimi ad usare i media per far passare il loro messaggio di terrore, perché creare terrore nelle nostre menti è uno degli obbiettivi di questo Stato o organizzazione islamica.

Sta dicendo che tutte le immagini che abbiamo visto negli ultimi tempi con teste che rotolano o persone bruciate vive è solo una questione di propaganda?   
C’è tanta propaganda perché la via con la quale lo Stato Islamico riesce a sottomettere le persone è proprio il terrore del giorno per giorno, ci sono due tipi di persone che si associano a ISIS, quelli che lo fanno perché ci credono, come ad esempio i giovani che arrivano dall’Europa e che lo fanno perché convertiti all’estremismo islamico o persone che vivono in zone finite sotto il controllo di ISIS e che per sopravvivere sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco nell’attesa che lo stato, Siria o Iraq a seconda dei territori, mandi l’esercito per ristabilire l’ordine e riprendere il controllo. Non bisogna neanche dimenticare che il terrore è un’arma di inibizione nei confronti di coloro che vivono in territori vicini a quelli già sotto controllo di ISIS e che potrebbero cadere nelle loro mani. Si tratta di povera gente che vive in piccoli centri, gente consapevole del fatto che nel momento in cui i furgoni armati arrivano la loro vita deve cambiare altrimenti loro stessi diventeranno i tragici protagonisti dei nuovi filmati. Terrore che semina nuovo terrore è in pratica il sistema di controllo attuato in quelle aree. 
Oggi come oggi ISIS non è pericolosa per il medioriente perché come dicevo prima la sua logistica e le sue dotazioni non possono permetterle un confronto armato con degli eserciti strutturati.
Come già detto questa organizzazione che si fa chiamare ‘Stato Islamico’ non può reggere il confronto con la Giordania, non lo può reggere con l’Egitto e meno che mai nei confronti di Israele, e questo non lo può fare da nessun punto di vista.

E la parte di ISIS che si trova oggi in Libia e che ha già cominciato a minacciare l’Italia?
ISIS può nascere spontaneamente in ogni posto, basta un matto qualsiasi, singolo o in gruppo, che si associa alla sua ideologia o ai suoi fini e che porta a termine un attentato terroristico a suo nome facendo girare il video nei mainstream ha già conquistato la prima pagina dei giornali e crea la falsa sensazione che lo Stato Islamico si trovi in ogni posto mentre la realtà, fortunatamente è diversa. Si crea così una situazione solo in minima parte reale ma che per vie virtuali sembra essere immensa.
Lo stesso Stato Islamico prima ancora di essere una nazione con esercito, polizia, governo e istituti statali di ogni tipo è attualmente una organizzazione reale con uno Stato in massima parte virtuale.

In Europa i governi stanno prendendo coscienza che ci sono molti giovani, convertiti da altre religioni o musulmani di seconda o terza generazione, che dopo aver ricevuto addestramento militare ritornano a casa. Quanto possono essere pericolose queste persone?

Molto, molto pericolose. 
Questi giovani non tornano con il solo addestramento alle armi o agli esplosivi, tornano dopo un pesante lavaggio del cervello di tipo ideologico, tornano dopo aver preso parte a una sanguinosa guerra civile, e tutto questo influenza in maniera importante i pensieri e il modo di essere di questi singoli che sono potenzialmente delle ‘bombe a orologeria’. 
L’Europa deve cambiare l’approccio con queste novità e se non trova il modo per confrontarsi con tutto questo instaurando una politica nei confronti di questi giovani che sono cittadini europei, potrebbe ritrovarsi in una situazione di attentati terroristici a raffica portati proprio dai suoi cittadini. 
È a mio avviso necessario che le autorità europee ripensino nuovamente a tutte le misure di prevenzione perché il vecchio continente, che è un simbolo della democrazia liberale dove la libertà di parola e di pensiero è garantita in ogni nazione che la compone, può essere un obbiettivo preferenziale, e lo è già stato a Parigi, Londra e Madrid. 
Le autorità europee devono trovare una via che mantenendo le libertà primarie possa permettere un’azione di intelligence tale da prevenire ogni possibile attacco, un’azione di intelligence che però deve essere poi effettivamente coadiuvata da decise prese di posizioni politiche. Il fatto che alcuni dei terroristi che hanno portato a termine l’attentato a Parigi fossero tornati in Francia usando dei passaporti falsi o che girassero con documenti contraffatti è un segno tangibile che c’è del lavoro da fare e che questo lavoro va fatto subito. 
Il profilo del terrorista è una delle cose più dinamiche che esistano, in Israele durante la seconda Intifada i profili cambiavano nel giro di pochissimo tempo. In un certo momento dicevano che il terrorista potenziale era uomo intorno ai venti anni e, improvvisamente, a farsi esplodere sono state donne intorno ai 35 anni di età. La guerra al terrorismo chiede purtroppo un cambiamento nella dialettica a cui siamo abituati... cosa che in un mondo statico e decisamente difficile da attuare.

Michael Sfaradi   
giornalista free lance, scrittore e reporter di guerra

domenica 29 novembre 2015

Israele è la causa di tutta la violenza in MO (Palestina Rossa). Ma è davvero così?

Giorni fa mi imbatto sulla pagina facebook di “Palestina rossa

La pagina si presenta con una foto raffigurante la bandiera palestinese e la scritta “Viva Palestina viva l’intifada”
E già qui mi chiedo come si possa permettere che qualcuno inciti alla rivolta, alla violenza, all’uccisione di persone..così impunemente.
Scorro la pagina e trovo un link secondo cui “Israele ha rapito 1000 bambini in meno di due mesi “  (fonte www.invictapalestina.wordpress.com).
Commento , in maniera civile e assolutamente non polemica né tantomeno offensiva, chiedendo cosa si pensi dei bambini palestinesi con indosso uniforme, armi in mano, che inneggiano a guerra, e sono arruolati come soldati.. I bambini palestinesi vedono violata la loro infanzia per colpa di Hamas che ne fa dei miliziani sin da neonati...e li fa letteralmente esplodere trasformandoli in kamikaze da adolescenti. ma su questo non vedo mai nessuna accusa. Se i bambini e la loro tutela interessano, dovrebbero interessare anche in questi casi .

Quelli di Palestina Rossa (che naturalmente non si presentano,  restano avvolti dal misterioso nome “palestina rossa”)   mi rispondono. 
Questa la testuale risposta “i bambini in Palestina sono costretti a lottare a causa dell'occupazione, che è la causa di tutta la violenza in Medio Oriente. Decaduto il sionismo ed il suo progetto coloniale e razzista anche i bambini palestinesi potranno tornare a vivere serenamente la loro infanzia. Maledetti sionisti criminali e maledetta ignoranza!”

Rilevo, tra me e me, che l’uso di terminologia offensiva in una conversazione dai toni pacati denota aggressività immotivata, forse per mancanza di ragioni da portare a sostegno, ma su questo non dico nulla, non cerco animosità.  
Replico che “i bambini non devono essere messi a combattere, mi pare ci siano adulti in grado di farlo. Un padre di famiglia non dovrebbe affatto prendere un bimbo e mettergli un fucile in mano, questo è violazione di diritti dell'infanzia. Hamas li arma, Hamas è criminale verso i bambini palestinesi. Non posso credere che voi /tu sia favorevole al farsi esplodere, al creare martiri...questo è integralismo portato all'eccesso. A danno dei bambini, dei LORO stessi bambini. Spero vivamente che il popolo palestinese (compreso quello in Siria e in Giordania...perchè in verità la Palestina non è solo Gaza) possa presto liberarsi dei suoi capi dittatoriali e terroristi, che però voi state aiutando in questo modo”
E posto uno dei tanti articoli  sul tema in cui si parla del grave problema  bambini in armi, tratto da Il messaggero  http://www.ilmessaggero.it/.../gaza.../notizie/1616485.shtml

La risposta è che “ Il messaggero non è una fonte attendibile..”  
(Mi chiedo se lo sia di piu’ un sito che si chiama invctapalestina!)  e invece di replicare al fatto in se, il mio interlocutore si trincera dietro un “  ..INTIFADA FINO ALLA VITTORIA!”
Rispondo che “ Francamente trovo criminale invitare alla lotta armata terroristica invece che invitare a calmare la situazione e trovare una soluzione pacifica e diplomatica.” 
Loro/sua risposta  “ ecco, per noi è la tua retorica criminale... pacifinta!”                    
In poche righe il motivo della mancanza di soluzione, finora, alla questione israelo – palestinese : due persone, terze rispetto alle parti in causa e che quindi dovrebbero essere moderate, che affrontano la questione. 
Io, certamente pro Israele, che propongo un’analisi delle sofferenze dei bambini palestinesi costretti a una vita da soldati a causa di capi dittatoriali e terroristi, e che invito alla calma e a trovare invece una soluzione diplomatica  e l’altra parte, chiaramente pro palestinese, che nemmeno ci prova a trovare una soluzione, no..solo rivolta..sino alla “vittoria” , vittoria che arriverà solo nel giorno della distruzione dello Stato d Israele.

Io, che non sono israeliana, e questo signore nascosto dallo pseudonimo di Palestina rossa, che non è palestinese, dovremmo essere terzi rispetto alla questione e trovare modo di analizzarla in maniera assolutamente civile E invece  no..dialogo impossibile…
Qui l’essenza del problema Israelo –palestinese… una parte propone un tavolo di trattativa, l’altra parte lo rifiuta assolutamente, non proponendo nulla di costruttivo, ma solo distruzione dello stato di Israele
Questo piccolissimo Stato, a detta di costoro, avrebbe sconvolto del tutto il Medioriente, e  “sarebbe la causa di tutta la violenza in Medioriente” (parole loro)

Ma è così?  Davvero un piccolo Stato come Israele ha il peso di stravolgere il MO? E  se Israele non fosse mai esistito, davvero in MO non avremmo avuto violenza?
Io ritengo che affermazioni del genere denotino una superficialità storica e politica nonché una mancanza di conoscenza dell’Islam, davvero notevoli
Sono certa che anche senza Israele, il vicino oriente avrebbe avuto le stesse vicissitudini
Il mondo arabo è sempre stato dilaniato da guerre intestine dovute alla millenaria  opposizione tra sciiti e sunniti quali correnti principali.
Partiamo da Maometto stesso, che a Medina crea  una comunità islamica con una Costituzione basata sul credo islamico.  Qui, per inciso Maometto arriverà a perseguitare e a cacciare dalla città gli Ebrei medinesi per accaparrarsi i loro beni, tutto questo solo quando le speranze di far convertire al suo  credo gli Ebrei si rivelò vana (tra l’altro l’ultima comunità ebraica chiesa pietà, e Maometto sgozzò tutti i maschi, prese come schiave tutti le donne e bambini).
Il profeta farà costruire a Medina una Moschea che diventerà anche la sua dimora.                    Maometto passerà da un atteggiamento difensivo a un atteggiamento offensivo contro la tribu' dominante  a La Mecca, i Quraysh. Le ostilità vengono aperte dai musulmani usando la tattica della razzia, quella usuale tra i beduini: indebolire il nemico economicamente e impadronirsi dei territori, oltre assaltare i carichi verso la Siria. 
I nemici vennero sgozzati e i loro idoli, statue, ecc.. distrutti (vi ricorda niente??)
 Nel corso del tempo l’Islam si è notevolmente frammentato ma era stato Maometto stesso a predire che la umma, dopo la sua morte, si sarebbe suddivisa in decine di tribù distinte e, così, è puntualmente andata.
In particola forte è la distinzione tra i sciiti e i sunniti
I sunniti costituiscono tra l'87 e il 90 per cento della popolazione complessiva di musulmani nel mondo. Gli sciiti costituiscono il restante della popolazione musulmana: tra il 10 e il 13 per cento.
- Il termine sunnita deriva dall'arabo Ahl al-Sunnah che significa “il popolo delle tradizioni” (cioè di Maometto). I sunniti ritengono di essere la scuola di pensiero più ortodossa e tradizionalista dell'Islam.
- Il termine sciita deriva dall'arabo Shi'atu Ali, ovvero “sostenitori [politici] di Ali”, genero di Maometto
I membri delle due scuole di pensiero hanno coesistito per centinaia di anni condividendo i princìpi fondamentali dell'Islam, spesso chiamati “i cinque pilastri”:
- Shahadatein: l'accettazione di un unico Dio e di Maometto come suo ultimo profeta;
- Salah: le cinque preghiere quotidiane obbligatorie;
- Zakah: la donazione del 2.5 per cento dello stipendio annuale ai poveri;
- Siam: il digiuno nel mese di ramadan;
- Hajj: il pellegrinaggio a La Mecca da fare almeno una volta nella vita (obbligatorio per tutti quelli che sono in grado di affrontarlo).
Questi princìpi sono pressoché identici, le differenze tra sciiti e sunniti riguardano i rituali, la legge, la teologia e il modo di organizzare la società

Ma esiste anche il JIHAD. Che non è uno dei 5 pilastri dell’islam, ma un dovere, prescritto da Dio attraverso il suo profeta Maometto. Nel Corano e in altri testi il termine jihad è spesso seguito dall'espressione fi sabil Allah "nel sentiero di Dio, e il jihad è uno dei cancelli del Paradiso. Jihad significa letteralmente "lotta", "sforzo" compiuto "sulla via di Dio" . È un concetto che è maturato, grazie all'elaborazione dei giuristi, nei primi due secoli dell'islam (ovvero dal VII al IX secolo d.C.). 


La tradizione classica prevede quattro tipi di jihad: con l'"animo", con la "parola", con la "mano" e, infine, con la "spada".
I primi tre, rivolti in modo precipuo ai singoli fedeli (con l'"animo") e all'intera comunità islamica (con la "parola", con la "mano"), sono considerati il "grande jihad", e mira alla pacificazione delle proprie passioni personali e al mantenimento del benessere della collettività. Quello con la "spada" è invece considerato il "piccolo jihad" ed è indirizzato all'esterno della comunità, sia per difenderla da un'aggressione armata, sia per far trionfare la parola di Dio sui territori non islamici.
Il jihad è obbligo individuale di tutti i credenti capaci di portare armi (anche donne e anziani e bambini, ciascuno secondo le proprie possibilità), ma solo in caso di aggressione (si tratta dunque di una guerra difensiva, come oggi in Iraq, Afghanistan, Cecenia e altri territori islamici considerati aggrediti). Ma il jihad può avere anche una valenza offensiva: in questo caso è un obbligo che ricade sull'intera comunità ed è sufficiente che solo un certo numero di musulmani lo esegua personalmente.  

 Subito dopo la morte del profeta Maometto nel 632, i musulmani si divisero in due rami con uno scisma drammatico :  il primo, i futuri sunniti, sosteneva che il nuovo leader della comunità musulmana, ovvero il legittimo califfo, fosse Abu Bakr, parente di Maometto e importante studioso islamico.
Il secondo ramo, i futuri sciiti, sosteneva che diventare califfo fosse invece un diritto riservato ai discendenti di Maometto e che quindi spettasse a Ali ibn Abi Talib, il genero del profeta, dal momento che Maometto non aveva figli maschi.
Molte scuole di pensiero sunnite ritengono che gli sciiti siano i peggiori nemici dell'Islam. A differenza degli ebrei e dei cristiani che sono considerati più semplicemente miscredenti e trattati come dhimmi, gli sciiti sono spesso visti come eretici e vengono accusati di venerare il loro Imam Ali e i suoi discendenti.

Califfato e Iman
Vediamo in breve cosa significano questi due termini
Nell'Islam sunnita il califfo è il leader dell'intera ummah, comunità musulmana, ed è una figura politica, mentre l'imam è semplicemente una figura religiosa che guida la preghiera in moschea.

Nell'Islam sciita invece la parola imam è anche sostituita a califfo, e i dodici imam riconosciuti ufficialmente dagli sciiti, tutti appartenenti alla famiglia del profeta Maometto, sono da loro considerati come i leader spirituali, religiosi e politici della ummah.  Gli sciiti a loro volte presentano ulteriori divisioni  tra la quali la principale è tra sciiti duodecimani (riconoscono 12 iman) e sciiti settimani (solo sette iman).

Nei Paesi a maggioranza sunnita gli sciiti appartengono spesso alle classi sociali più basse e vengono frequentemente perseguitati . Ciò ha aumentato il loro senso di oppressione, che ha radici profonde nella storia.
Undici dei dodici imam riconosciuti ufficialmente dagli sciiti sono infatti stati assassinati per mano dei regimi sunniti al potere (il dodicesimo sarebbe sparito e se ne attende il ritorno.. chiara la commistione cristologica). Pertanto, spesso gli sciiti si sono fatti notare sempre meno all'interno della società, vivendo talvolta anche nell'anonimato, finchè nel 1979  avviene qualcosa che ha del fenomenale: la rivoluzione iraniana che porta proprio gli sciiti al potere (e l’Iran sciita darà sempre piu’ fastidio ai sunniti).
Da lì, la loro voglia di mettere fine alle persecuzioni e di affermarsi politicamente anche negli altri Paesi islamici li ha spinti a riorganizzarsi socialmente formando partiti e gruppi militanti.

Vediamo alcuni paesi islamici:

Il governo dell'Arabia Saudita è composto principalmente da sunniti e la stessa monarchia al potere appartiene al ramo sunnita. L'Arabia Saudita è in costante competizione con l'Iran sciita, che teme potrebbe creare disordini all'interno delle comunità sciite che vivono nei Paesi del Golfo: sia l'Iran che l'Arabia Saudita aspirano infatti a diventare la principale potenza nella regione.

La maggioranza della popolazione del Bahrein è sciita. Tuttavia al potere vi è una monarchia sunnita. Ispirati dalla primavera arabanel 2011 gli sciiti hanno cominciato a manifestare per i loro diritti. Il governo del Bahrein e i suoi alleati, tra cui l'Arabia Saudita, hanno represso con violenza le proteste, uccidendo centinaia di civili.

Per molto tempo, la maggioranza sciita dell'Iraq è stata oppressa dal regime sunnita, dove si trovano la maggior parte dei luoghi sacri per i musulmani sciiti. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, sono saliti al potere gli sciiti e hanno cominciato a prendere di mira la comunità sunnita, torturata e perseguitata con squadroni della morte. In risposta alla crescente violenza nei loro confronti, i sunniti hanno organizzato diversi attacchi suicidi e attentati. La guerra civile non ha fatto che esasperare gli atteggiamenti nazionalistici degli sciiti al potere e ha in gran parte contribuito al rafforzamento del gruppo militante sunnita dell'Isis.

 Dopo la rivoluzione iraniana del 1979 che ha portato gli sciiti al potere, l'Iran ha cominciato a finanziare e incoraggiare le rivolte sciite nella regione orientale dell'Arabia Saudita, ricca di riserve di petrolio. Il governo iraniano sostiene anche il governo alauita (un ramo sciita) di Assad in Siria, che fa da ponte con il Libano, permettendo di continuare a finanziare le attività del gruppo militante sciita degli Hezbollah.

Il Libano è sempre stato abbastanza stabile, vista l'assenza di una netta maggioranza sciita o sunnita all'interno del Paese. Il potere è distribuito ugualmente: il presidente del governo libanese deve essere un cristiano, il primo ministro un sunnita e il portavoce del parlamento uno sciita. I conflitti si concentrano principalmente nel nord del Paese, ai confini con la Siria, dove il gruppo militante sciita degli Hezbollah sostiene il governo di Assad.

In Pakistan, solo il 10-15 per cento della popolazione musulmana  è sciita e non ha alcuna influenza a livello politico. Per questo motivo gli sciiti del Paese sono spesso vittime di discriminazioni e attentati principalmente condotti dai due gruppi militanti sunniti alleati fra loro: Lashkar-e-Jhangvi e i Tehreek-e-Taliban Pakistan.

In Siria, il presidente al potere Bashar al-Assad appartiene alla minoranza degli alauiti (un ramo sciita). Le proteste contro il suo governo sono cominciate nel marzo del 2011 e sono state represse con la violenza. La guerra civile, tutt'oggi in corso, ha in parte contribuito a esasperare i sentimenti di odio e rancore tra sciiti e sunniti all'interno del Paese.  Qui abbiamo uan vera e propria guerra civile, con la popolazione piu’ benestante asseragliata con Assad, e la popolazione piu’ povera che è insorta.  L’Occidente ha a lungo guardato, permettendo in questo modo allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “ISIS” capeggiato da  Abu Bakr al Bagdhadi  (vi dice niente…Abu Bakr…suocero/zio di Maometto?) di fare ingresso nel paese con i suoi militanti sunniti e proclamare nel 2014 Il Califfato con capitale Raqqa, da cui poi si è espanso fino a Mosul ed oltre.  ( Mi lasciano perplessa  quelli che si ostinano a sostenere che però Isis non è l’Islam quando l’acronimo è appunto “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”).

I ribelli houthi, presenti principalmente nel nord dello Yemen, sono sciiti e rappresentano circa un terzo della popolazione totale del Paese. Gli Houthi riescono a far diettere il presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, e hanno così preso il controllo, nonostante la maggioranza di tribù sunnite nel sud del Paese non li riconosca. Una coalizione di Paesi arabi sotto la guida dell'Arabia Saudita sostiene l'ex presidente Hadi contro i ribelli houthi, che sono pro-Iran. Vaste parti del territorio dello Yemen sono inoltre sotto il controllo del gruppo militante sunnita Al Qaeda nella penisola araba, che si contrappone sia agli houthi che al governo di Hadi.

In tutto questo panorama, dove vedete Israele? 
Israele come Stato neppure c’era ancora quando già sunniti e sciiti si scontravano a suon di sgozzamenti e violenze varie. Israele è sulla scena da 60 anni.. le guerre nel mondo arabo vanno avanti da 1400 anni!
In particolare merita attenzione tal Adb Al Wahhab che nel 1700 in risposta alla crisi che aveva colpito l’impero ottomano. Costui, dapprima sciita, elaborò una tesi assolutamente antisciita molto presto. Nacque con lui infatti il wahhbismo (il gruppo si definisce però “salafita”, cioè “i saggi”).
Tale corrente  propugna un ritorno  all’Islam delle origini, quello di Maometto e la società costituitasi a Medina, quello che considera il “vero Islam”

I punti principali della corrente salafita sono:
1.       Rispetto assoluto delle prescrizioni della sharia nella codificazione piu’ rigida
2.       Monoteismo assoluto che significa intolleranza per tutto ciò che sia idolo e pertanto odio verso il mondo sciita che venera i dodici iman.
3.       Ossessione per l’apostasia da cui deriva un rapporto di conflittualità con le altre due religioni permesse, cristianesimo ed ebraismo (ebrei che è bene ricordare dal Corano gli ebrei siano definiti “scimmie e maiali”). Questi sono comunque dhimmi, cioè soggiogati all’islam, giammai pari
4.       Dovere di ribellione al governo idolatrico anche se musulmano (vedi pertanto assassinio di Sadat, stragi di sciiti in Pakistan, Bangladesh e Iraq, le fatwà di Al Qaeda..ma anche la distruzione delle Torri gemelle o del Bataclan… simboli di apostasia)
E nel 1700 questo grande scisma porta all’obbiettivo di credere e volere uno stato arabo forte e sunnita, salafita (quello che propugna del resto oggi il Califfato). Attenzione, il concetto di “stato nazionale” e di “confine” è estranea alla concezione islamica della umma. E questo concetto è importante da tenere a mente.
Tutto il mondo islamico fu tragicamente segnato dall’emergere del whhabbismo, dilagarono violenze e uccisioni a danno dei musulmani “infedeli”. 
E Israele c’era? No..non esisteva nemmeno il sionismo a livello di pensiero ideologico

Gli attuali paesi arabi nascono come Stati a seguito del crollo dell’impero ottomano, sulla base del desiderio statunitense di legittimare le aspirazioni all’autodeterminazione dei popoli (Usa che, invece, nel secondo dopoguerra saranno piuttosto ostili verso la nascita dello Stato di Israele, contrariamente a quanto spesso si crede).

E anche la questione tra palestinesi arabi e palestinesi ebrei ha connotati poco noti, tipo il palese schierarsi del Muftì di Gerusalemme con le forze dell’Asse (Hitler e Mussolini)  ritenendo che il modello antidemocratico da questi proposto fosse da imitare ed estendere (piu’ tardi Nasser, presidente dell’Egitto si rivolgerà ad una altra potenza antidemocratica, eleggendola a modello e interlocutore privilegiato, l’URSS di Stalin).
Nello stesso momento, negli anni della seconda guerra mondiale, gli ebrei di Palestina invece si schieravano con le truppe inglesi a difesa della democrazia nel mondo.

Il mondo musulmano palestinese è diviso in due correnti: una costituzionalista portata avanti dalla dinastia dei Nasashibi (che propendeva per la possibilità di un accordo territoriale) e una jiadhista (del Muftì che propende per il rifiuto di ogni accordo su territorio)
Si badi che la questione territoriale, nel mondo islamico, è assolutamente di secondo piano rispetto a quella religiosa e ideologica.
I non islamici sono colpevoli, in questa visione, di apostasia e di offesa al Corano, e vanno abbattuti, basti vedere che il Muftì nel 1936 rifiutava una divisione territoriale della Palestina tra due stati (ebraico e islamico), ma rifiutava anche, nel 1939, una seconda proposta di stato arabo palestinese su tutto il mandato britannico (come formulata nel Libro Bianco). Il problema non è mai stato il territorio, ma la religione, l’offesa all’islam (o presunta tale).

Del resto anche nel secondo dopoguerra il mondo palestinese ha sin da subito respinto la risoluzione Onu del ‘47  che prevedeva  due stati, attenzione: non ha solo rifiutato lo Stato ebraico,  ha rifiutato in toto la creazione di uno stato palestinese. Ed ancora con Arafat e poi con Abu Mazen ha sempre rifiutato ogni proposta di creazione di uno Stato, né le concessioni di territori da parte israeliana hanno smesso le violenze di Hamas (decisamente sunniti e jihadisti). 
Perché? 
Perché la questione non è né economica né di territorio, non principalmente almeno.

Le due correnti, costituzionalista e jihadista, si sono fronteggiate a lungo nel mondo palestinese musulmano, fino a che la corrente jihadista, con il Gran Mufti di Gerusalemme in testa, passò a “risolvere” il problema, con l’unico mezzo che conosceva: l’assassinio.
Infatti nel  1941 viene assassinato il leader costituzionalista della famiglia dei Nashashibi, nel 51 viene assassinato re Abdullah di Transgiordania sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, e nel 1958 vengono uccisi Re Feisal II e Nuri Al Said (tutti della corrente costituzionalista).
In questo modo  si apre la strada  alla non-soluzione nella questione mediorientale e  tra Israele e Palestinesi
Anzi il segretario della Lega Araba (Lega che non volle neppure riconoscere la legittimità stessa dell’Onu) disse di volere una “guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei mongoli e delle crociate
Da parte sionista prima e israeliana poi io non ho mai sentito delle frasi del genere.
La vittoria della parte jihadista ha portato conseguenze nefaste per la Palestina: il rifiuto da parte musulmana dello Stato di Israele, che come è detto non è una questione di territorio, ma religiosa, ha comportato il protrarsi di un conflitto che poteva nascere e chiudersi nel giro di poco tempo, oltre 60 anni fa.
Per la corrente jihadista quella terra (come del resto ogni terra in cui l’Islam sia stato, dall’Arabia ai paesi europei..)  è “dar al Islam”, terra su cui vige l’Islam,  pertanto non trattabile, non divisibile in nessun modo. Per questo oggi gli statuti di Hamas e di altri gruppi islamici terroristi indicano come loro finalità  “la distruzione dell’entità sionista” e non già e giammai l’accordo. 
Quelli di Palestina Rossa di cui all’inizio del racconto, senza rendersene probabilmente conto, si allineano alle posizioni jihadiste: di fronte al mio “cercare soluzioni politiche”  rispondono “intifada fino alla vittoria”!



Quindi, sicuri che il problema del Medio Oriente sia Israele?
Se questo Stato non fosse mai nato, i problemi tra sciiti e sunniti sarebbero stati gli stessi e ci sarebbero stati ugualmente,  avremmo il Califfato di Isis ugualmente, avremmo il pericolo Iraniano (e avremmo avuto la grande ascesa dell’Iran sciita ugualmente, fatto questo certamente piu’ destabilizzante della nascita di Israele per il MO) e la Palestina avrebbe vissuto e vivrebbe problematiche del tutto simili agli stati arabi limitrofi, dove le guerre e gli atti di violenza sono all’ordine del giorno e indipendenti dalla presenza o meno di Israele.

Della realtà l’Occidente non si rende conto e, ancora oggi di fronte al Califfato e ai suoi proclami chiari e precisi di intenti, chiude gli occhi, cercando giustificazioni impossibili.  Resta che già solo da un breve brevissimo excursus storico (certamente non esaustivo)  appare subito chiaro che l’esistenza di Israele non è certamente la fonte unica delle violenze in MO, anzi direi che l’esistenza o meno di Israele come Stato non ha modificato sostanzialmente cio’ che comunque il MO era ed è, una polveriera teatro di guerra tra islamici.