Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post

venerdì 13 gennaio 2017

Il pericolo del giustificare il terrorismo


Alcuni giorni fa, l’8 gennaio 2017, si è verificato un ennesimo vile attentato terroristico. Un uomo alla guida di un camion è piombato addosso a un gruppo di giovani ventenni e ne ha  uccisi 4. Gesto tra l’altro molto barbaro perché dopo averli investiti, ha inserito la retromarcia ed ripassato loro sopra.
Negli ultimi tempi abbiamo visto spesso fatti del genere, dal tir a Nizza, a quello a Berlino, e sempre vi è stata giusta ed  unanime condanna del mondo.
Questa volta no, o comunque molto meno. Perché  i ragazzi in questione erano a Gerusalemme, erano militari, erano israeliani. E l’attentatore, a cui prontamente una guida turistica in loco, ha sparato uccidendolo, era palestinese.
Pertanto la condanna non è piu’ così forte, da un parte infatti molti vedono, erroneamente sia chiaro, l’oppressore, e dall’altra la figura (artatamente creata in questi decenni) del “povero palestinese a cui è stata rubata la terra”. E quindi schiere di esperti a sostenere che non è lo stesso terrorismo di Nizza o di Berlino, qui è diverso.
Ho letto commenti, di gente comune, del tenore “sono contrario all’uccisione di chiunque..ma qui in effetti..in fondo..quello Stato lì..” 
Insomma a detta di costoro, l’uccisione di cittadini israeliani sarebbe meno grave dell’uccisione di francesi o tedeschi o italiani ecc..perchè il loro Stato è “cattivo, fa gli insediamenti” ecc. insomma le solite infondate e antistoriche accuse che si muovono ad Israele.
Seguendo la logica di questi soggetti, dovremmo uccidere (e non sarebbe grave)  ogni cinese che vediamo, perché be’, sapete la Cina è quel terribile Stato che ha occupato (lui sì ha davvero occupato) il Tibet, ha violato per decenni i basilari diritti umani, dovremmo poter uccidere ogni russo che vediamo perché la Russia ha invaso l’Ucraina, occupa le isole Curili giapponese, ha per decenni segregato i dissidenti al regime politico (e anche oggi i diritti umani non sono così rispettati), dovremmo poter uccidere  ogni iraniano, ogni saudita e via dicendo perché i loro Stati sono costantemente indicati come i maggiori violatori dei diritti umani!  Dovremmo poter uccidere anche i gazawi..pechè il loro Stato sostiene e da’ vita ad Hamas, uno dei peggiori gruppi terroristici.
Ma voi, lo fareste? Uccidereste qualcuno per il semplice fatto che lo Stato di cui è cittadino fosse, diciamo, poco virtuoso? lo riterreste moralmente giustificato?
Io no, perché se la Cina o la Russia o il Cile o un qualunque altro paese si dovesse macchiare di crimini, cio’ non potrebbe MAI significare che qualcuno sia autorizzato ad ucciderne i cittadini, né che la morte di quei cittadini abbia meno valore rispetto a quella di altre persone.
Non starò qui a ripetere che i) Israele non occupa alcun territorio di altro Stato, ii) che è dal 1948 che si offre alla parte palestinese uno Stato e che questi lo hanno sempre rifiutato perché molto piu’ interessati a distruggere quello altrui, non starò a ripetere che iii)questa situazione di “profughi palestinesi” non ha nessuna emergenza di tipo umanitario ma piuttosto è una  macchina da soldi che non vogliono certamente perdere.
Così come non entrerò nel merito della recente risoluzione Onu che condanna gli insediamenti poiché  proviene da quella stessa organizzazione che ha nel consiglio di Sicurezza paesi come Cina e Russia che bellamente occupano davvero stati altrui senza che nessuno se ne scandalizzi. Proviene da quella stessa Onu che nella nella Commissione dei Diritti dell'Uomo vede sedere Bangladesh China Cuba Iraq Qatar Arabia Saudita, Emirati arabi e Venezuela. Praticamente come fare una commissione per i diritti del topo formata da soli gatti!
Possiamo ritenere credibile tale organizzazione? Possiamo ritenere corrette, eque, e imparziali le sue risoluzioni?  Chiaramente no
Pertanto resta il fatto dell’ennesimo attentato terroristico del filone  islamico/jihadista avvenuto a Gerusalemme, in cui il terrorista, un ragazzo palestinese di 28 anni è stato fermato da un cittadino israeliano che si trovava in loco.  Non ci sono giustificazioni di nessun tipo a fronte di un gesto di terrorismo così deliberato. 
Naturalmente, mentre Israele piangeva queste quattro giovani vite, Hamas festeggiava a dolci e pasticcini ed esaltava l’attentatore come modello ed eroe.  
E’ un attentato del terrore, come gli altri avvenuti in Europa, è ancor piu’ scioccante semmai proprio per la gioia manifestata da alcuni per queste uccisioni.

In ogni caso, ho trovato questa bellissima risposta dell’Ambasciatore israeliano a Roma, Ofer Sachs, diretta a La repubblica e testualmente la riporto. 
“Caro Direttore, ho letto con delusione l'articolo di Renzo Guolo pubblicato lunedì sul suo quotidiano. L'autore insiste a mettere in correlazione questioni politiche che sono oggetto di contenzioso fra Israele e i Palestinesi.
Critica il legame delineato dal primo ministro Netanyahu fra l'attentatore palestinese dì Gerusalemme e l'Isis. Ma è evidente a qualsiasi persona avveduta che l'utilizzo dì camion come mezzi per compiere attentati di massa non viene fuori dal nulla, e che l'attentatore ha bensì tratto ispirazione dai simili attentati compiuti a Berlino e a Nizza. Inoltre, l'attentatore ha ripetutamente espresso simpatia e solidarizzato con l'Isis sui social network, e, come noto, un attentato "in stile Isis" non richiede certo alcuna "ufficiale" affiliazione all'organizzazione.
Quanto invece alla distinzione operata dall'autore fra Hamas, che ha festeggiato l'attentato terroristico a Gerusalemme, e Isis, è bene ricordare che Hamas è riconosciuta come organizzazione terroristica da Ue e Usa e che essa è responsabile dì molte centinaia di vittime di attentati terroristici in ristoranti, autobus, locali, discoteche, hotel. Il fatto, inoltre, che vi siano delle divergenze ideologiche fra Hamas e Isis, come ve ne sono fra Isis e Al Qaeda, o fra decine di altre organizzazioni jihadiste attive nel mondo, non vuol dire affatto che Hamas non costituisca un ulteriore ramo di quello stesso albero avvelenato che è l'Islam radicale jihadista, che predica il terrorismo per l'uccisione di persone innocenti.
Tengo a sottolineare, infine, che Israele e il suo governo chiaramente non sono immuni da critiche. Un aspro e lungo dibattito sulla questione israelo-palestinese è in atto anche in seno alla società israeliana. La soluzione del conflitto israelo-palestinese è un interesse di entrambe le parti, e non sono certo necessarie prediche di morale.
Il tentativo di estrapolare una questione di una contesa, nello specifico quella degli insediamenti, di isolarla e trasformarla nell'unica questione su cui si fonda il conflitto israelo-palestinese è illusorio nel migliore dei casi, o nel peggiore è malafede. Vi sono molte altre questioni: Gerusalemme, il riconoscimento del diritto del popolo ebraico a uno Stato sovrano, il diritto del ritorno, i confini, la campagna d’istigazione palestinese alla violenza, le esigenze di sicurezza.
All'autore non verrebbe mai in mente di affermare che una delle suddette questioni, che stanno tanto a cuore agli israeliani (come l'istigazione palestinese alla violenza, o la sicurezza, per esempio), possa costituire una giustificazione per qualsiasi azione terroristica da parte di un cittadino israeliano contro il popolo palestinese. Quando, malauguratamente, anche a margine della società israeliana dei civili hanno agito con estrema violenza o terrorismo nei confronti dei nostri vicini palestinesi, l'establishment e la società israeliana tutta hanno condannato e non festeggiato, e il sistema giudiziario ha processato e punito i responsabili con la dovuta severità.
Non si può considerare il terrorismo con una doppia morale, perché il terrorismo è terrorismo, senza alcuna giustificazione, e, come ha ribadito il Presidente del Consiglio Gentiloni, «dovunque colpisca il terrorismo, colpisce tutti noi. Per questo continueremo a combatterlo senza tregua»."


domenica 25 settembre 2016

Benjamin Netanyahu alle N.U. "Cooperate con Israele, abbracciate Israele,sognate con Israele"




Un paio di giorni fa il Primo Ministro israeliano è intervenuto alle Nazioni Unite con un discorso molto importante  e, prendendo la parola davanti all’Assemblea generale dell’Onu,  compie l'ennesimo passo (solenne e storico)  invitando il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen a intervenire alla Knesset, il parlamento israeliano. 

Ma Netanyahu va oltre, e chiede di poter a sua volta intervenire davanti al Consiglio nazionale palestinese.
Questo è il discorso integrale di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite (traduzione di Progetto Dreyfus) .
"Signor Presidente, Signore e Signori, 
Quello che sto per dire vi shockerà: Israele ha un futuro luminoso alle Nazioni Unite. 
Ora, so che sentire ciò da me sarà una sorpresa, perché anno dopo anno in piedi su questo podio ho sempre accusato le Nazioni Unite per la loro propensione ossessiva contro Israele. Le Nazioni Unite meritavano ogni parola sferzante - per la disgrazia dell'Assemblea Generale che lo scorso anno ha approvato 20 risoluzioni contro lo Stato democratico di Israele ed un totale di tre risoluzioni contro tutti gli altri paesi del pianeta.

Israele - venti; resto del mondo - tre.
E che dire dello scherzo di chiamare “Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”, chi ogni anno condanna Israele più di tutti i paesi del mondo messi insieme. Mentre le donne vengono violentate sistematicamente, uccise, vendute come schiave in tutto il mondo, qual è l'unico paese che la Commissione delle Nazioni Unite sulle donne ha scelto di condannare quest'anno? Sì, avete indovinato - Israele. Israele. 
Israele, dove le donne pilotano aerei da combattimento, guidano grandi aziende, sono a capo di università, hanno per due volte presieduto la Suprema Corte e sono state presidente del Parlamento e Primo Ministro. 
E questo circo continua presso l'Unesco. Unesco, l'organismo delle Nazioni Unite incaricato di preservare il patrimonio mondiale. Ora, questo è difficile da credere, ma l'Unesco ha appena negato la connessione lunga 4000 anni tra il popolo ebraico e il suo luogo più sacro, il Monte del Tempio. Questo è assurdo come negare la connessione tra la Grande muraglia cinese e la Cina. 

Signore e signori, l'ONU, nata come forza morale, è diventata una farsa morale. Così, quando si tratta di Israele alle Nazioni Unite, penserete probabilmente che non cambierà mai niente, giusto? Bene, pensateci meglio. 
Vedete, tutto cambierà e molto prima di quanto pensiate. Il cambiamento avverrà in questa sala, perché a casa, i vostri governi stanno rapidamente cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele. E prima o poi, ciò cambierà il modo in cui votate su Israele alle Nazioni Unite.

Sempre più nazioni in Asia, in Africa, in America Latina, sempre più nazioni vedono Israele come partner potente - un partner nella lotta contro il terrorismo di oggi, un partner nello sviluppo della tecnologia di domani.
Oggi Israele ha relazioni diplomatiche con più di 160 paesi. Quasi il doppio di quando ero qui come ambasciatore di Israele circa 30 anni fa. E quei legami diventano più ampi e profondi di giorno in giorno. I leader mondiali apprezzano sempre più che Israele è un paese potente, con uno dei migliori servizi di intelligence del mondo. 
A causa della nostra esperienza senza pari e comprovate capacità nella lotta al terrorismo, molti dei vostri governi cercano il nostro aiuto nel mantenere i vostri paesi sicuri. Molti cercano anche di beneficiare dell'ingegnosità di Israele nell'agricoltura, nella sanità, nelle risorse idriche, nell'informatica e nell'integrazione dei grandi volumi di dati, nella connettività e nell'intelligenza artificiale - l'integrazione che sta cambiando il nostro mondo in ogni modo.
Considerate questo: Israele è leader mondiale nel riciclo delle acque reflue. Noi ricicliamo circa il 90% delle nostre acque di scarico. Non è straordinario? Dato che il successivo paese sulla lista ricicla solo il 20% delle sue acque reflue, Israele è una potenza globale dell'acqua. Quindi, se si ha un mondo assetato, e lo abbiamo, non c'è alleato migliore di Israele.
Che ne dite della sicurezza informatica? Questo è un problema che riguarda tutti. Israele conta un decimo dell'uno per cento della popolazione mondiale, ma l'anno scorso abbiamo attirato circa il 20% degli investimenti privati globali nella sicurezza informatica. Voglio che assimiliate questo numero. In informatica, il valore di Israele è enorme, 200 volte il proprio peso. Così Israele è anche una potenza informatica globale. Se gli hacker prendono di mira le vostre banche, gli aerei, le vostre reti elettriche e tutto il resto, Israele può offrire un aiuto indispensabile.
I governi stanno cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele, perché sanno che Israele può aiutarli a proteggere i loro popoli, può aiutarli a sfamarli, li può aiutare a migliorare la loro vita. Questa estate ho avuto l'opportunità incredibile di vedere questo cambiamento in modo così vivo nel corso di una visita indimenticabile in quattro paesi africani. Questa è la prima visita in Africa da parte di un primo ministro israeliano negli ultimi decenni. Più tardi, oggi, incontrerò i leader di 17 paesi africani. Discuteremo come la tecnologia israeliana può aiutarli nei loro sforzi per trasformare i loro paesi. In Africa, le cose stanno cambiando. Anche in Cina, in India, in Russia, in Giappone, l'atteggiamento nei confronti di Israele è cambiato. Queste potenti nazioni sanno che, nonostante le sue ridotte dimensioni, Israele può fare una grande differenza in molte, molte aree che sono importanti per loro.
Ma ora vi sorprenderò ancora di più. 
Vedete, il più grande cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele è in atto altrove. E' in atto nel mondo arabo. I nostri trattati di pace con l'Egitto e la Giordania continuano ad essere ancore di stabilità in un Medio Oriente instabile. Ma devo dirvi questo: per la prima volta nella mia vita, molti altri Stati della regione riconoscono che Israele non è il loro nemico. Essi riconoscono che Israele è loro alleato. I nostri nemici comuni sono l'Iran e l'ISIS. I nostri obiettivi comuni sono la sicurezza, la prosperità e la pace. Credo che nei prossimi anni lavoreremo insieme per raggiungere questi obiettivi collaborando apertamente.
Quindi le relazioni diplomatiche di Israele sono in una fase niente di meno che rivoluzionaria. Ma in questa rivoluzione, non dimentichiamo mai che la nostra alleanza più cara, la nostra più profonda amicizia è con gli Stati Uniti d'America, la più potente e la più generosa nazione sulla terra. Il nostro legame indissolubile con gli Stati Uniti d'America trascende i partiti e la politica. Essa riflette, soprattutto, il sostegno enorme per Israele del popolo americano, il supporto che è a livelli record e per il quale siamo profondamente grati.
Le Nazioni Unite denunciano Israele; gli Stati Uniti sostengono Israele. E un pilastro centrale della difesa è il supporto costante degli Stati Uniti per Israele alle Nazioni Unite. Apprezzo l'impegno del presidente Obama per questa politica di lunga data degli Stati Uniti. Di fatto, l'unica volta che gli Stati Uniti hanno posto un veto in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante la presidenza Obama è stato contro una risoluzione anti-Israele nel 2011. Come il presidente Obama ha giustamente dichiarato da questo podio, la pace non verrà da dichiarazioni e risoluzioni delle Nazioni Unite.
Credo che non sia lontano il giorno in cui Israele sarà in grado di contare su molti, molti paesi che ci sostengono alle Nazioni Unite. Di riflesso, lentamente ma inesorabilmente stanno arrivando al termine quei giorni in cui gli ambasciatori delle Nazioni Unite condannano Israele.
Signore e Signori, la maggioranza automatica di oggi contro Israele alle Nazioni Unite mi ricorda la storia, l'incredibile storia di Hiroo Onoda. Hiroo era un soldato giapponese che era stato inviato nelle Filippine nel 1944. Viveva nella giungla. Frugava per procurarsi il cibo. Evitava la cattura. Alla fine si arrese, ma solo nel 1974, circa 30 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Per decenni, Hiroo si era rifiutato di credere che la guerra fosse finita. Mentre Hiroo era nascosto nella giungla, i turisti giapponesi nuotavano in piscine di alberghi di lusso americani nella vicina Manila. Infine, per fortuna, l'ex comandante di Hiroo fu inviato a convincerlo ad uscire dalla clandestinità. Solo allora Hiroo depose le armi.
Signore e Signori, signori delegati provenienti da così tanti paesi, ho un messaggio per voi oggi: abbandonate le armi. La guerra contro Israele alle Nazioni Unite è finita. Forse alcuni di voi non lo sanno ancora, ma sono sicuro che un giorno, in un futuro non troppo lontano riceverete anche voi il messaggio dal vostro presidente o dal vostro primo ministro che vi informa che la guerra contro Israele presso le Nazioni Unite è conclusa. Sì, lo so, ci potrebbe essere una tempesta prima della quiete. So che si parla di coalizzarsi contro Israele alle Nazioni Unite entro la fine dell'anno. Data la sua storia di ostilità nei confronti di Israele, qualcuno crede davvero che Israele permetterà alle Nazioni Unite di determinare la nostra sicurezza e i nostri interessi nazionali vitali? 
Non accetteremo alcun tentativo da parte delle Nazioni Unite di dettare condizioni ad Israele. 
La strada per la pace attraversa Gerusalemme e Ramallah, non New York. Ma indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, ho totale fiducia che negli anni a venire la rivoluzione nella posizione di Israele tra le nazioni finalmente penetrerà in questa sala delle nazioni. Ho tanta fiducia, infatti, che prevedo che tra una decina d'anni un primo ministro israeliano si alzerà in piedi proprio qui dove sono in piedi io e realmente applaudirà l'ONU. Ma voglio chiedervi: perché dobbiamo aspettare un decennio? Perché continuare a diffamare Israele? Forse perché alcuni di voi non comprendono che il pregiudizio ossessivo contro Israele non sia solo un problema per il mio paese, è un problema per i vostri paesi. Perché se l'ONU spende così tanto tempo per condannare l'unica democrazia liberale in Medio Oriente, ha molto meno tempo per affrontare la guerra, la malattia, la povertà, il cambiamento climatico e tutti gli altri gravi problemi che affliggono il pianeta.
Il milione e mezzo di siriani massacrati sono aiutati dalla vostra condanna di Israele? Lo stesso Israele, che tratta migliaia di siriani feriti nei nostri ospedali, tra cui un ospedale da campo che ho costruito al confine del Golan con la Siria. 
Lo sono i gay, che penzolano dalle gru in Iran, aiutati dalla vostra denigrazione d'Israele? Lo stesso Israele, dove i gay marciano orgogliosamente nelle nostre strade e siedono nel nostro parlamento, tra cui, sono orgoglioso di dire, anche nel mio stesso partito Likud. 
Lo sono i bambini, che muoiono di fame per la brutale tirannia nella Corea del Nord, aiutati dalla vostra demonizzazione di Israele? Israele, il cui know-how agricolo nutre gli affamati in tutto il mondo in via di sviluppo? 
Quanto prima l'ossessione delle Nazioni Unite per Israele finisce, meglio è. Meglio per Israele, meglio per i vostri Paesi, il meglio per le stesse Nazioni Unite.
Signore e signori, se le abitudini sono dure a morire alle Nazioni Unite, le abitudini palestinesi muoiono ancora più difficilmente. Il presidente Abbas ha appena attaccato da questo podio la Dichiarazione Balfour. Sta preparando una causa contro la Gran Bretagna per questa dichiarazione del 1917. Quasi 100 anni fa - parla come bloccato nel passato. I palestinesi potrebbero altrettanto bene citare in giudizio l'Iran per la Dichiarazione di Ciro, che ha permesso agli ebrei di ricostruire il nostro tempio di Gerusalemme 2500 anni fa. A pensarci bene, perché non una class action palestinese contro Abramo per l'acquisto di quel pezzo di terra a Hebron dove i patriarchi e le matriarche del popolo ebraico sono stati sepolti 4.000 anni fa? Non state ridendo. E' assurdo come questo. Citare in giudizio il governo britannico per la Dichiarazione Balfour? Sta scherzando? E questo viene preso sul serio qui? Il presidente Abbas ha attaccato la Dichiarazione Balfour, perché ha riconosciuto il diritto del popolo ebraico ad un focolare nazionale nella terra di Israele. Quando le Nazioni Unite hanno sostenuto la creazione di uno Stato ebraico nel 1947, hanno riconosciuto la nostra storia ed i nostri diritti morali nella nostra patria e per la nostra patria. Eppure oggi, quasi 70 anni dopo, i palestinesi si rifiutano ancora di riconoscere tali diritti - non il nostro diritto ad una patria, non il nostro diritto ad uno Stato, non il nostro diritto a nulla. E questo rimane il vero nocciolo del conflitto: il persistente rifiuto palestinese di riconoscere lo stato ebraico in qualsiasi confine. Vedete, questo conflitto non tratta di “insediamenti”. Non è mai stato.
Il conflitto infuriava per decenni prima che ci fosse un solo “insediamento”, quando la Giudea-Samaria e Gaza erano tutte in mani arabe. La Cisgiordania e Gaza erano in mani arabe e ci hanno attaccato ancora e ancora e ancora. E quando abbiamo sradicato tutti i 21 “insediamenti” a Gaza e ci siamo ritirati da ogni centimetro di Gaza, non abbiamo ottenuto la pace da Gaza - abbiamo ottenuto migliaia di razzi sparati da Gaza contro di noi. Questo conflitto infuria perché per i palestinesi, i veri insediamenti che stanno cercando sono Haifa, Jaffa e Tel Aviv. In ogni caso la questione degli “insediamenti” è reale e può e deve essere risolta in negoziati sullo status finale. Ma questo conflitto non ha mai riguardato gli “insediamenti” o la creazione di uno stato palestinese. E' sempre stato circa l'esistenza di uno Stato ebraico, uno Stato ebraico in qualsiasi confine esso sia.
Signore e Signori, Israele è pronto, sono pronto a negoziare tutte le questioni dello status finale, ma una cosa non potrò mai negoziare: il nostro diritto ad un solo ed unico stato ebraico.
Wow, il Primo Ministro di Israele sostenuto da applausi all'Assemblea Generale? Il cambiamento avviene prima di quanto pensassi. Se i “palestinesi” avessero detto sì a uno stato ebraico nel 1947, non ci sarebbe stata nessuna guerra, nessun rifugiato e nessun conflitto. E quando i palestinesi finalmente avranno detto sì ad uno stato ebraico, saremo in grado di porre fine a questo conflitto una volta per tutte. 

Ora ecco la tragedia, perché, vedete, i palestinesi non sono solo intrappolati nel passato, i loro capi stanno avvelenando il futuro. Voglio che immaginiate un giorno nella vita di un ragazzo palestinese tredicenne, lo chiamerò Alì. 
Alì si sveglia prima della scuola, va a fare sport con una squadra di calcio che ha preso il nome da Dalal Mughrabi, un terrorista palestinese responsabile dell'omicidio di 37 israeliani in un autobus. 
A scuola, Alì partecipa ad un evento promosso dal Ministero della Pubblica Istruzione palestinese per onorare Baha Alyan, che l'anno scorso ha ucciso tre civili israeliani. Tornando a casa a piedi, Alì guarda in alto verso una statua imponente eretta solo poche settimane fa dall'Autorità Palestinese per onorare Abu Sukar, che ha fatto esplodere una bomba nel centro di Gerusalemme uccidendo 15 israeliani. 
Quando Alì torna a casa accende la TV e vede un alto ufficiale palestinese, Jibril Rajoub, che dice che se avesse avuto una bomba atomica, l'avrebbe fatta esplodere sopra Israele quel giorno stesso. 
Alì accende poi la radio e sente il consigliere del presidente Abbas, Sultan Abu al-Einein, sollecitare i palestinesi, ecco una citazione, "tagliate la gola agli israeliani ovunque li troviate". 
Alì controlla il suo Facebook e vede un recente post del partito Fatah del presidente Abbas, che definisce il massacro di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco un "atto eroico". 
Su YouTube, Alì guarda una clip dello stesso presidente Abbas che dice: "Diamo il benvenuto ad ogni goccia di sangue versato a Gerusalemme." Citazione diretta. 
Durante la cena, Alì chiede a sua madre cosa succederebbe se uccidesse un ebreo e fosse finito in una prigione israeliana. Ecco quello che lei gli dice. Lei gli dice che avrebbe ricevuto migliaia di dollari ogni mese da parte dell'Autorità palestinese. In realtà, lei gli dice che se avesse ucciso altri ebrei, avrebbe ricevuto più soldi. Oh, e quando esce di prigione, Alì avrebbe avuto garantito un posto di lavoro con l'Autorità palestinese. 

Signore e signori, tutto questo è reale! Succede ogni giorno, sempre. Purtroppo, Alì rappresenta centinaia di migliaia di bambini palestinesi che vengono indottrinati all'odio in ogni momento, ogni ora. Si tratta di abusi su minori. Immaginate il vostro bambino durante questo lavaggio del cervello. Immaginate quello che ci vuole per un ragazzo o una ragazza per uscire liberamente da questa cultura dell'odio. Alcuni lo fanno ma troppi non lo fanno. 
Come può qualcuno di noi aspettarsi che giovani palestinesi sostengano la pace, quando i loro leader avvelenano le loro menti contro la pace? 
Noi in Israele non facciamo questo. Educhiamo i nostri figli alla pace. Abbiamo recentemente lanciato un programma pilota, per rendere lo studio della lingua araba obbligatorio per i bambini ebrei in modo che ci si possa capire meglio l'un l'altro, in modo che si possa vivere insieme fianco a fianco in pace. 
Naturalmente, come tutte le società anche Israele ha frange. Ma è la nostra risposta a quegli elementi marginali, è la nostra risposta a quegli elementi marginali che fa la differenza. 
Prendete il tragico caso di Ahmed Dawabsha. Non dimenticherò mai la visita, Ahmed in ospedale poche ore dopo essere stato attaccato. Un ragazzino, in realtà un bambino, è stato gravemente ustionato. Ahmed è stato vittima di un atto terroristico orribile perpetrato da ebrei. Giaceva fasciato e incosciente mentre medici israeliani lavoravano tutto il giorno per salvarlo. Nessuna parola può portare conforto a questo ragazzo o alla sua famiglia. Eppure, mentre ero al suo capezzale ho detto allo zio: "Questa non è la nostra gente. Questo non è il nostro modo". Poi ho ordinato misure straordinarie per portare gli assalitori di Ahmed davanti alla giustizia e oggi i cittadini ebrei di Israele accusati di aver attaccato la famiglia Dawabsha sono in carcere in attesa di giudizio. 
Ora, per alcuni, questa storia dimostra che entrambe le parti hanno i loro estremisti ed entrambe le parti sono ugualmente responsabili di questo conflitto apparentemente senza fine. Ma ciò che la storia di Ahmed dimostra in realtà è l'esatto contrario. Esso illustra la profonda differenza tra le nostre due società, perché mentre i leader israeliani condannano i terroristi, tutti i terroristi, arabi ed ebrei allo stesso modo, i leader palestinesi celebrano terroristi. Mentre Israele imprigiona la manciata di terroristi ebrei tra noi, i palestinesi pagano le migliaia di terroristi tra di loro. 

Così ho chiamato il Presidente Abbas: hai una scelta da fare. Puoi continuare ad alimentare l'odio come hai fatto oggi o puoi finalmente combattere l'odio e lavorare con me per stabilire la pace tra i nostri due popoli. Signore e Signori, sento un ronzio. So che molti di voi hanno rinunciato alla pace. Ma voglio che sappiate che io non ho rinunciato alla pace. 
Rimango impegnato ad una visione di pace sulla base di “due stati per due popoli”. Credo che come mai prima i cambiamenti in atto nel mondo arabo di oggi offrono un'occasione unica per far progredire la pace. 
Mi congratulo con il presidente dell'Egitto, al-Sisi, per i suoi sforzi per far progredire la pace e la stabilità nella nostra regione. Israele accoglie lo spirito dell'iniziativa di pace araba e accoglie un dialogo con gli stati arabi per far avanzare una pace più ampia. Credo che perché una pace più ampia possa essere pienamente raggiunta, i palestinesi debbano essere parte di essa. Sono pronto ad avviare negoziati per raggiungere questo obiettivo oggi - non domani, non la prossima settimana, oggi. 
Il presidente Abbas ha parlato qui un'ora fa. Non sarebbe stato meglio se invece di parlare uno dopo l'altro avessimo parlato tra di noi? 

Presidente Abbas, invece di inveire contro Israele alle Nazioni Unite a New York, ti invito a parlare al popolo israeliano alla Knesset a Gerusalemme. E sarei felice di venire a parlare al parlamento palestinese a Ramallah. 

Signore e Signori, mentre Israele cerca la pace con tutti i suoi vicini, sappiamo anche che la pace non ha più grande nemico delle forze dell'Islam militante. La scia di sangue di questo fanatismo attraversa tutti i continenti rappresentati qui. Attraversa Parigi e Nizza, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, da Sydney a San Bernardino. Così molti hanno sofferto la sua ferocia: cristiani ed ebrei, le donne, gli omosessuali, gli yazidi, i curdi e molti, molti altri. Eppure, il prezzo più alto, il prezzo più alto di tutti è stato pagato dai musulmani innocenti. Centinaia di migliaia senza pietà macellati. Milioni trasformati in profughi disperati, decine di milioni brutalmente soggiogati. 
La sconfitta dell'Islam militante sarà quindi una vittoria per tutta l'umanità, ma sarebbe soprattutto una vittoria per quei tanti musulmani che cercano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. 
Ma per sconfiggere le forze dell'Islam militante, dobbiamo lottare senza tregua. Dobbiamo combattere nel mondo reale. Dobbiamo combattere nel mondo virtuale. Dobbiamo smantellare le loro reti, interrompere i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e noi li sconfiggeremo. Il medievalismo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell'odio, la libertà più forte di paura. Possiamo farcela.

Signore e Signori, 
Israele combatte questa battaglia mortale contro le forze dell'Islam militante ogni giorno. Manteniamo i nostri confini sicuri da ISIS, impediamo il contrabbando di armi camuffate da giocattoli a Hezbollah in Libano, contrastiamo gli attacchi terroristici palestinesi in Giudea e Samaria, in Cisgiordania e scoraggiamo gli attacchi missilistici da Gaza controllata da Hamas. 
Hamas è quella organizzazione terroristica che crudelmente, incredibilmente crudelmente si rifiuta di restituire i corpi di tre nostri cittadini e nostri soldati caduti. Oron Shaul e Hadar Goldin. 
I genitori di Hadar Goldin, Lia e Simcha Goldin, sono qui con noi oggi. Hanno la richiesta di seppellire il loro amato figlio in Israele. Tutto quello che chiedono è una cosa semplice: poter visitare in Israele la tomba del figlio Hadar caduto. Hamas rifiuta. Non può importargli di meno. 
Vi imploro di stare con loro, con noi, con tutto ciò che è decente nel nostro mondo contro la disumanità di Hamas - tutto ciò che è indecente e barbaro. Hamas infrange ogni regola umanitaria esistente, rinfacciateglielo. 
Signore e Signori, 
la più grande minaccia per il mio paese, alla nostra regione, e, infine, al nostro mondo resta il regime militante islamico dell'Iran. L'Iran cerca apertamente la distruzione di Israele. Minaccia paesi in tutto il Medio Oriente, sponsorizza il terrore in tutto il mondo. Quest'anno, l'Iran ha lanciato missili balistici in sfida diretta delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Ha speso la sua aggressione in Iraq, in Siria, nello Yemen. L'Iran, il principale sponsor mondiale del terrorismo ha continuato a sviluppare la sua rete del terrore globale. Quella rete del terrore si estende ora su cinque continenti. Quindi il mio punto per voi è questo: la minaccia che l'Iran rappresenta per tutti noi non è dietro di noi, è davanti a noi. Nei prossimi anni, ci deve essere uno sforzo sostenuto e unito per respingere l'aggressione dell'Iran e del terrore iraniano. Con i vincoli nucleari verso l'Iran un anno più vicini ad essere rimossi, voglio essere chiaro: Israele non permetterà al regime terrorista dell'Iran di sviluppare armi nucleari - non adesso, non tra dieci anni, mai!
Signore e Signori, 
sono qui davanti a voi oggi mentre l'ex presidente di Israele, Shimon Peres, sta lottando per la propria vita. Shimon è uno dei padri fondatori di Israele, uno dei suoi uomini di stato più audaci, uno dei suoi leader più rispettati. So che tutti siete uniti a me e uniti a tutto il popolo di Israele nell'augurargli refuah shlemah Shimon, una pronta guarigione.
 Ho sempre ammirato l'ottimismo senza limiti di Shimon e come lui, anch'io sono pieno di speranza. 
Sono pieno di speranza perché Israele è in grado di difendersi da sola contro ogni minaccia. Sono pieno di speranza perché il valore dei nostri uomini e donne combattenti non è secondo a nessuno. 
Sono pieno di speranza perché so che le forze della civiltà, in ultima analisi trionfano sulle forze del terrore. 
Sono pieno di speranza perché nell'era della innovazione, Israele - la innovation nation - è fiorente come mai prima. 
Sono pieno di speranza perché Israele lavora instancabilmente per promuovere l'uguaglianza e l'opportunità per tutti i suoi cittadini: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, tutti. 
E io sono pieno di speranza perché, nonostante tutti gli scettici, credo che negli anni a venire, Israele forgerà una pace duratura con tutti i nostri vicini.
Signore e Signori, 
sono fiducioso di quello che Israele può compiere perché ho visto ciò che Israele ha compiuto. Nel 1948, anno dell'indipendenza di Israele, la nostra popolazione era di 800.000. La nostra principale esportazione erano arance. Allora la gente diceva che eravamo troppo piccoli, troppo deboli, troppo isolati, troppo demograficamente in inferiorità numerica per sopravvivere, per non parlare di prosperare. Gli scettici si sbagliavano su Israele, allora; gli scettici si sbagliano su Israele ora.
La popolazione di Israele è cresciuta dieci volte, la nostra economia quaranta volte. Oggi la nostra esportazione più grande è la tecnologia – la tecnologia israeliana che alimenta il mondo dei computer, telefoni cellulari, automobili e molto altro ancora.
Signore e signori, 
il futuro appartiene a coloro che innovano e questo è il motivo per cui il futuro appartiene a paesi come Israele. Israele vuole essere il vostro partner nel cogliere quel futuro, quindi chiedo a tutti voi: cooperate con Israele, abbracciate Israele, sognate con Israele. Sogno del futuro che possiamo costruire insieme, un futuro di progresso mozzafiato, un futuro di sicurezza, prosperità e pace, un futuro di speranza per tutta l'umanità, un futuro in cui, anche alle Nazioni Unite, anche in questa sala, Israele infine, inevitabilmente, prenderà il suo legittimo posto tra le nazioni.
Grazie."

lunedì 18 gennaio 2016

In ricordo di Dafne Meir



Dafne  Meir era una giovane donna di 38 anni e madre di 6 figli,tra i 4 e i 17 anni,  viveva con il marito Natan, a Otniel, vicino a Hebron, città dove si respirano storia e vita ebraica essendo la città dei Patriarchi e delle Matriarche, città antica almeno di 2000 anni (nella foto sopra la Tomba dei Patriarchi).
Dafne ieri sera è stata assassinata dentro la sua casa, alla presenza dei figli , per mano di un terrorista palestinese che ha vibrato diversi fendenti alla parte superiore del corpo della sventurata vittima, con odio, con ferocia. Da settembre ad oggi è la 28esima vittima del terrorismo palestinese “mordi e fuggi” come lo definisco io. Attacca uccidi fuggi..  
 L'indagine della polizia ha rivelato che i bambini della vittima, di Dafne, erano presenti solo all'interno della casa.
Le forze di sicurezza hanno cominciato a cercare immediatamente l'aggressore armato di coltello, che è fuggito subito dopo l'attacco in direzione di città palestinese, dove certamente verrà aiutato a nascondersi e magari il suo gesto esaltato, lodato come esempio da seguire.
 La polizia ha detto di non conoscere sinora l'identità del terrorista, ma che potrebbe aver lavorato come operaio nella zona.  
Yochai Damari ha detto che una delle figlie di Dafne ha assistito all'omicidio e ha visto il killer fuggire. Ha aggiunto che altri due bambini erano all'interno della casa e hanno dovuto assistere agli ultimi momenti della madre ferita a morte.
 Secondo  la figlia maggiore, il terrorista sarebbe fuggito perché non riusciva a togliere il coltello dal corpo della donna uccisa, altrimenti è probabile che avrebbe fatto del male anche ai bambini
 "E 'stato uno spettacolo terribile", ha detto Noam Bar, un paramedico della Magen David Adom (MDA) arrivato sulla scena. "Abbiamo visto una donna, di circa 40 anni, priva di sensi, non respirava e non dava segni di vita. Aveva coltellate nella parte superiore del corpo, abbiamo effettuato prolungati tentativi di rianimazione, ma sono stati costretti alla fine a dichiarare la morte."  

 A metà novembre 2015, il rabbino Yaakov Litman e suo figlio Netanel furono assassinati in un attentato terroristico nei pressi di Otniel, con diversi altri membri della famiglia in macchina con loro che restarono feriti.

Ma il terrorismo palestinese non si ferma e oggi, in Cisgiordania, un ragazzo di 15 anni armato di coltello si è lanciato su una giovane donna ebrea, incinta, ferendola in modo molto grave.
L’attentatore è stato neutralizzato, e portato immediatamente all’Hadassah Medical  Center di Gerusalemme.

Sulle pagine dei quotidiani italiani e nelle notizie dei tg, questi fatti passano inosservati, Israele è sotto attentati terroristici da mesi, ma poche voci si levano a condannare questi fatti, i mass media -e l’opinione pubblica dietro- non danno il giusto peso agli attacchi palestinesi nei confronti della popolazione ebraica di Israele.
 Ingiustamente, perché è lo stesso terrorismo che colpisce l’Europa e l’Africa. 
Il terrorismo non ha mai giustificazioni, e il riportare solo certi fatti terrorismo e non altri, è tipico di un giornalismo fazioso.

Le piu’ sentite condoglianze alla famiglia della cara Dafne, a suo marito, ai suoi figli, con l’augurio che Israele trovi l’assassino, lo processi e venga condannato al carcere che merita.

martedì 12 gennaio 2016

Michael Sfaradi intervista Ido Zelkovitz, esperto di politica mediorientale


Il Dottor Ido Zelkovitz, 36 anni, è uno degli esperti di medioriente più intervistati sia dai media israeliani che da quelli internazionali dai quali è considerato uno sorta di Guru del settore. Nonostante la giovane età ha un curriculum di tutto rispetto. Dopo aver maturato esperienza sia presso l’Università del Minnesota che presso la Georg August Universität di Göttingen in Germania è diventato docente di storia del Medio Oriente all’Università di Haifa. 
È specializzato nell’analisi della politica mediorientale ed è ricercatore presso il centro EZRI per gli studi sull’Iran e Golfo Persico con particolare attenzione alla politica e società palestinese.

Il confronto fra l’Arabia Saudita e l’Iran sta tenendo con il fiato sospeso, cosa dobbiamo aspettarci?
È solo una rottura diplomatica. Le due parti mostrano i muscoli perché l’egemonia sul Golfo Persico è importante per poter essere alla base di questa ‘guerra fredda’ ma non al punto da arrivare a uno scontro armato. Nel caso le tensioni si potrebbero ripercuotere anche sul prezzo del petrolio al momento piuttosto basso, creando disquilibri che potrebbero portare le nazioni occidentali ad acquistarlo altrove. Nonostante ciò nessuna delle parti può cedere sull’egemonia nel golfo. Si tratta di politica impregnata di motivazioni teologiche, di rispetto e potere nel mondo islamico in generale e in quello arabo in particolare. Credo che alla fine sarà l’Arabia Saudita che continuerà ad essere il faro dell’Islam, le altre nazioni sunnite che si affacciano sul golfo, infatti, in queste ore stanno  interrompendo le relazioni diplomatiche con l’Iran.

Eppure confronto armato fra le Iran e Arabia Saudita lo vediamo nello Yemen
Anche quei piccoli scontri a fuoco, saltuari bombardamenti delle forze alleate di Teheran o come abbiamo appena visto l’esecuzione dell’Iman Sciita sono azioni che fanno parte della ‘politica dei muscoli’, non possiamo catalogarle come guerra aperta, mancano di intensità e di continuità per considerarle tali.

Perché il mondo arabo non è intervenuto in aiuto della popolazione civile nella guerra siriana?
Non è cosa nuova, il sogno panarabo non si è mai realizzato. 

Ha  seguito strade diverse da quelle preventivate nel 1945 con la costituzione della Lega Araba che proteggendo interessi di singole nazioni senza una visione collettiva ha fatto naufragare gli intenti con i quali era stata creata. 
Non è vero che le nazioni arabe non intervengono nella guerra civile siriana, lo fanno eccome, ma seguendo interessi che non salvaguardano la popolazione civile. I sauditi finanziano una parte dei rivoltosi a causa dell’acredine fra Alawiti e Sunniti, i vertici di Hamas non potendo prendere posizione, si sono improvvisamente trovati fra due fuochi, hanno abbandonato la Siria che li aveva protetti e l’Iran, direttamente o per mezzo di Hetzbollah, combatte al fianco di Assad. 
Tutto questo senza che nessuno pensi alle sofferenze della popolazione civile.

La Russia però è ora presente in Siria
La Siria è stata una base operativa russa fin dai tempi dell’Unione Sovietica, sia dal punto di vista logistico che di intelligence. 

L’alleanza con la famiglia Assad ha una storia lunga e non si può colpire il dittatore siriano senza ferire l’orso russo. 

Il meglio delle forze russe è impegnato a mantenere il potere nelle mani di Assad perché una sua caduta sarebbe per Mosca una sconfitta. C’è anche un messaggio chiaro all’Europa e a Obama: la Russia è tornata ad essere una potenza militare ed economica con la quale bisogna fare i conti, tutto questo è dimostrato dallo spiegamento dei vettori S400 e, anche se non ce n’era bisogno visto che gli stessi target potevano essere colpiti in maniera più semplice, dall’uso di missili a lunga gittata che dal Mar Caspio hanno sorvolato l’Iran e l’Iraq prima di distruggere obbiettivi logistici delle fazioni anti Assad. Anche in questo caso si è trattato di una dimostrazione di forza e nel contempo sono stati provati nuovi armamenti, quelli che caratterizzeranno gli equilibri militari nei prossimi anni.

Nonostante questo Israele collabora con la Russia
Non è collaborazione, si tratta di accordi per evitare scontri fra le forze presenti sul teatro. Mosca è sempre stata alleata dei nostri nemici e un avvicinamento strategico ai danni degli USA sarebbe un errore che pagheremmo caro per generazioni intere. Putin non ha alcun sentimento nei confronti degli alleati, e nonostante i problemi con l’attuale amministrazione americana che avranno strascichi importanti nel tempo, sono troppi gli interessi israeliani negli USA e troppi quelli statunitensi in Israele per pensare a un cambio di rotta repentino della politica estera delle due nazioni.

E la Turchia di Erdogan in questo scenario?
Se è all’abbattimento del jet russo che si riferisce l’azione non è avvenuta su indicazioni NATO, si è trattato di difesa territoriale.

Per 10 secondi di sorvolo?
Se un aereo russo avesse sorvolato lo spazio aereo israeliano sarebbe stato abbattuto?

Non dopo 10 secondi
...e io non ne sono convinto. Dal punto di vista dei militari questi sono ordini preventivi a cui si obbedisce senza esitare. Fra Turchia e Russia ci sono anni di attrito che non hanno mai avuto sfogo e anche l’abbattimento è stato un messaggio chiaro che Putin ha mal digerito, considerando poi che gli aerei russi bombardano in Siria gli alleati della Turchia è facile trarre conclusioni.

Sulla questione israelo – palestinese le chiedo: a Ramallah c’è Abu Mazen che è presidente dal 2005 per un mandato di 4 anni, siamo nel 2016 e ancora non si parla di elezioni presidenziali.
E non se ne parlerà per parecchio tempo ancora. 
Alla fine del mandato, nel 2009, Abu Mazen non poté dimettersi a causa del colpo di stato di Hamas nella Striscia di Gaza. Per andare alle elezioni presidenziali i palestinesi dovrebbero raggiungere un accordo per un governo di unità nazionale, cosa al momento possibile solo sulla carta ma non ‘di fatto’. 
Abu Mazen, memore delle elezioni del 2006, con contrasti interni a ogni livello non ha interesse ad abbreviare i tempi. Il malcontento nella società palestinese, e non solo verso Israele, è palese e all’attuale classe dirigente serve la sicurezza di avere la maggioranza dei voti. È chiaro poi che non c’è al momento qualcuno che sostituendo Abu Mazen possa aprire reali trattative di pace con Israele, bisognerà aspettare ancora qualche anno prima che venga alla luce quel nuovo personaggio che abbia il carisma per traghettare i palestinesi dalla situazione attuale verso una sorta di democrazia occidentalizzata. 
Nel frattempo Abu Mazen terrà il potere per tutto il tempo che gli sarà possibile e quando sarà costretto, non dimentichiamoci che ha circa 80 anni, lo passerà a qualcuno di sua fiducia evitando le urne. 
Le elezioni ci saranno solo dopo i cambiamenti che la popolazione palestinese chiede a gran voce e solo dopo che si sarà calmata la rabbia fin qui accumulata. Quanto sia nervosa la società palestinese lo si capisce da un dato fondamentale, Marwan Barghouti, in carcere in Israele dove sta scontando 5 ergastoli come mandante di attentati terroristici, è il più popolare fra i palestinesi al punto che tutti i sondaggi lo vedono diventare presidente in ipotetiche elezioni. 
Israele chiaramente non lo farà uscire dal carcere molto presto, sono troppe le colpe che deve espiare, e questo, ne sono  sicuro, a Ramallah non dispiace a nessuno, anche per loro è una minaccia in meno all’orizzonte. 
Da parte israeliana la situazione non è migliore perché il premier Netanyahu, che conta su una maggioranza ristretta, sa che non può avventurarsi in ulteriori concessioni senza far collassare il suo governo, cosa che probabilmente riporterebbe gli israeliani alle urne. Le continue aggressioni dell’Intifada dei coltelli hanno poi esasperato la popolazione civile israeliana al punto che gli esiti di un’ipotetica tornata elettorale sarebbero imprevedibili. Questo è il motivo per cui fino a oggi anche il governo israeliano non ha fatto molto per riavviare le trattative ormai impantanate da troppo tempo nonostante le pressioni internazionali. Ma non è tutto, nel momento in cui le trattative di pace dovessero riprendere Israele deve presentarsi con un programma preciso dove sono chiari i limiti delle eventuali concessioni e altrettanto chiare le richieste di sicurezza e di come questa sicurezza debba essere garantita. Al contrario gli interessi dell’altra parte potrebbero rivolgersi contro e nessun governo israeliano, non importa di che colore politico, può più permettersi errori né di carattere politico, né di carattere militare né, e soprattutto, di carattere strategico.

In base alla sua esperienza dopo quasi otto anni di amministrazione Obama il medioriente è più sicuro, meno sicuro com’è esattamente?    
Il medioriente di oggi è una regione in rapido cambiamento, cambiamento che viene anche dall’interno non solo dalle pressioni delle grandi potenze. Se noi osserviamo la politica portata avanti dall’amministrazione Obama negli ultimi otto anni vediamo che due nazioni, Iraq e Siria sono crollate, non includo la Libia che strategicamente fa parte del nord Africa. Per quello che riguarda l’Iraq la responsabilità è diretta della politica della Casa Bianca che ha adottato una strategia che si è rivelata fallimentare. 
C’è comunque un problema di base, la costruzione di una democrazia liberale, bene assoluto per l’occidente, non è la medicina per il malato mediorientale. 
Per creare dal nulla una democrazia serve una nazione stabile per un certo numero di anni che lentamente, con riforme politiche liberali e con una politica sociale, porti benessere alla popolazione. Solo seguendo questa strada si arriva a creare una democrazia compiuta.
Perché questo accada in medioriente servono almeno un numero di anni pari a quelli di una generazione considerata dal punto di vista sociologico e cioè dai 25 ai 40 anni. Queste cose purtroppo qui non accadono. Il desiderio dell’occidente di rovesciare regimi dittatoriali senza avere una strategia che avesse pronto un cambio al potere, come in Iraq o Libia ha creato situazioni di anarchia totale con una regressione che ha lasciato il posto all’idea del califfato islamico che ha avuto gioco facile in zone dove c’era un vuoto di potere. È successo in Iraq, sta succedendo in Siria e probabilmente accadrà anche in Libia. Se guardiamo alla politica estera americana Obama non ha molti successi di cui vantarsi, anche se dal punto di vista degli americani lui era l’uomo che doveva far uscire l’esercito americano dall’Iraq, queste erano le promesse in campagna elettorale e le ha mantenute. Gli Usa avrebbero dovuto lasciare il medioriente solo dopo aver messo al potere una classe politica capace di governare, ma se dopo il crollo della Siria e dell’Iraq i militari americani saranno costretti a tornare in medioriente la sconfitta politica sarebbe impressionante. Non dobbiamo dimenticare però che Obama è stato eletto per risolvere i problemi economici americani e non per portare la pace in medioriente, la nostra regione non era in testa ai suoi programmi e per quello che riguarda l’economia americana ha ottenuto discreti successi.

Nel vuoto di potere che si è però creato in Iraq abbiamo visto il sorgere di ISIS (DAESH) che oggi in qualche modo impressiona il mondo intero
Non è esattamente così, è un po’ più complicato. Dopo l’uscita delle forze armate americane si è creata una nazione, o meglio rinasce la nazione dove gli eletti sono sciiti e anche la riforma in seno alle forze armate irachene ha cambiato le regole del gioco. 
Durante la dittatura di Saddam Hussein l’esercito iracheno era comandato da ufficiali sunniti mentre ora anche all’interno dell’esercito i posti di comando sono in mano agli sciiti. Molti ufficiali e soldati dell’era Saddam dopo la ricostruzione dell’esercito iracheno si sono ritrovati fuori dai giochi e, in qualche modo, hanno dovuto reinventarsi, questa è la cornice dentro la quale incomincia ad esserci una nazione islamica nel nord dell’Iraq. 
Da qui cominciano i veri problemi fra le forze sunnite e quelle sciite ma a distanza di tempo siamo anche testimoni di un fenomeno che in occidente viene sottovalutato, e cioè che sono molti gli affiliati a ISIS che cercano di rientrare nei territori dello stato iracheno con la speranza di riacquistare la cittadinanza.

Quanto è pericoloso ISIS oggi?
Pericoloso per chi, e soprattutto dove?

Pericoloso in generale, in medioriente o anche in Europa
Io credo che bisogna osservare ISIS da punti di vista diversi, innanzitutto le varie sigle che si sono succedute fino allo Stato Islamico, sono state la cartina di tornasole dei cambiamenti interni al movimento che anche se prende vita nei posti dove il vuoto di potere era evidente ha nel suo programma ideologico l’allargamento delle zone di influenza sulle quali poi imporre le regole della Sharia.
 Lo Stato Islamico diventa estremamente pericoloso per coloro che vivendo in zone cadute sotto il dominio del Califfo non vogliono vivere secondo queste regole. Abbiamo fino ad oggi visto scorribande, anche pesanti ed estremamente violente, dei guerrieri dello Stato Islamico, scorribande che sono avvenute in zone dove non c’era alcuna resistenza armata o se c’era era molto debole. Questo ha creato il mito di ISIS. 
Non abbiamo però ancora visto gli stessi guerrieri confrontarsi con nazioni militarmente avanzate con eserciti regolari, sono convinto che anche dal punto di vista strategico non sono in grado di reggere in confronto. Fino ad oggi hanno fatto la ‘voce grossa’ solo in zone dove gli stati erano assenti e sono stati bravissimi ad usare i media per far passare il loro messaggio di terrore, perché creare terrore nelle nostre menti è uno degli obbiettivi di questo Stato o organizzazione islamica.

Sta dicendo che tutte le immagini che abbiamo visto negli ultimi tempi con teste che rotolano o persone bruciate vive è solo una questione di propaganda?   
C’è tanta propaganda perché la via con la quale lo Stato Islamico riesce a sottomettere le persone è proprio il terrore del giorno per giorno, ci sono due tipi di persone che si associano a ISIS, quelli che lo fanno perché ci credono, come ad esempio i giovani che arrivano dall’Europa e che lo fanno perché convertiti all’estremismo islamico o persone che vivono in zone finite sotto il controllo di ISIS e che per sopravvivere sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco nell’attesa che lo stato, Siria o Iraq a seconda dei territori, mandi l’esercito per ristabilire l’ordine e riprendere il controllo. Non bisogna neanche dimenticare che il terrore è un’arma di inibizione nei confronti di coloro che vivono in territori vicini a quelli già sotto controllo di ISIS e che potrebbero cadere nelle loro mani. Si tratta di povera gente che vive in piccoli centri, gente consapevole del fatto che nel momento in cui i furgoni armati arrivano la loro vita deve cambiare altrimenti loro stessi diventeranno i tragici protagonisti dei nuovi filmati. Terrore che semina nuovo terrore è in pratica il sistema di controllo attuato in quelle aree. 
Oggi come oggi ISIS non è pericolosa per il medioriente perché come dicevo prima la sua logistica e le sue dotazioni non possono permetterle un confronto armato con degli eserciti strutturati.
Come già detto questa organizzazione che si fa chiamare ‘Stato Islamico’ non può reggere il confronto con la Giordania, non lo può reggere con l’Egitto e meno che mai nei confronti di Israele, e questo non lo può fare da nessun punto di vista.

E la parte di ISIS che si trova oggi in Libia e che ha già cominciato a minacciare l’Italia?
ISIS può nascere spontaneamente in ogni posto, basta un matto qualsiasi, singolo o in gruppo, che si associa alla sua ideologia o ai suoi fini e che porta a termine un attentato terroristico a suo nome facendo girare il video nei mainstream ha già conquistato la prima pagina dei giornali e crea la falsa sensazione che lo Stato Islamico si trovi in ogni posto mentre la realtà, fortunatamente è diversa. Si crea così una situazione solo in minima parte reale ma che per vie virtuali sembra essere immensa.
Lo stesso Stato Islamico prima ancora di essere una nazione con esercito, polizia, governo e istituti statali di ogni tipo è attualmente una organizzazione reale con uno Stato in massima parte virtuale.

In Europa i governi stanno prendendo coscienza che ci sono molti giovani, convertiti da altre religioni o musulmani di seconda o terza generazione, che dopo aver ricevuto addestramento militare ritornano a casa. Quanto possono essere pericolose queste persone?

Molto, molto pericolose. 
Questi giovani non tornano con il solo addestramento alle armi o agli esplosivi, tornano dopo un pesante lavaggio del cervello di tipo ideologico, tornano dopo aver preso parte a una sanguinosa guerra civile, e tutto questo influenza in maniera importante i pensieri e il modo di essere di questi singoli che sono potenzialmente delle ‘bombe a orologeria’. 
L’Europa deve cambiare l’approccio con queste novità e se non trova il modo per confrontarsi con tutto questo instaurando una politica nei confronti di questi giovani che sono cittadini europei, potrebbe ritrovarsi in una situazione di attentati terroristici a raffica portati proprio dai suoi cittadini. 
È a mio avviso necessario che le autorità europee ripensino nuovamente a tutte le misure di prevenzione perché il vecchio continente, che è un simbolo della democrazia liberale dove la libertà di parola e di pensiero è garantita in ogni nazione che la compone, può essere un obbiettivo preferenziale, e lo è già stato a Parigi, Londra e Madrid. 
Le autorità europee devono trovare una via che mantenendo le libertà primarie possa permettere un’azione di intelligence tale da prevenire ogni possibile attacco, un’azione di intelligence che però deve essere poi effettivamente coadiuvata da decise prese di posizioni politiche. Il fatto che alcuni dei terroristi che hanno portato a termine l’attentato a Parigi fossero tornati in Francia usando dei passaporti falsi o che girassero con documenti contraffatti è un segno tangibile che c’è del lavoro da fare e che questo lavoro va fatto subito. 
Il profilo del terrorista è una delle cose più dinamiche che esistano, in Israele durante la seconda Intifada i profili cambiavano nel giro di pochissimo tempo. In un certo momento dicevano che il terrorista potenziale era uomo intorno ai venti anni e, improvvisamente, a farsi esplodere sono state donne intorno ai 35 anni di età. La guerra al terrorismo chiede purtroppo un cambiamento nella dialettica a cui siamo abituati... cosa che in un mondo statico e decisamente difficile da attuare.

Michael Sfaradi   
giornalista free lance, scrittore e reporter di guerra