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mercoledì 28 dicembre 2016

Il Foglio "Netanyahu è certo della premeditazione di Obama"



Una interessante analisi sull'astensione al voto da parte degli Usa nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2334 di venerdi 23 dicembre.
Netanyahu non avrebbe dubbi sul fatto che l’Amministrazione Obama preparasse da tempo la decisione “vergognosa” di astenersi al voto della risoluzione che condanna la politica degli insediamenti di Israele in Cisgiordania e Gerusalemme est. 
“L’Amministrazione Obama ha iniziato questo processo – ha detto il premier – l’ha promosso, l’ha coordinato e ha chiesto che passasse”. 
Erano 36 anni che, in seguito al veto americano, non veniva approvata all’Onu una risoluzione di condanna dei settlement, e pochi pensano che si tratti di una decisione dell’ultimo minuto. Gli Usa naturalmente negano

" Di fronte alle tante bozze di risoluzione circolate all’Onu nell’ultimo anno, i diplomatici israeliani hanno definito gli ultimi mesi di governo di Obama una “kill zone”, racconta il Wall Street Journal: con la vittoria di Donald Trump, il presidente si sarebbe sentito libero di mostrare la sua politica reale – ostile – nei confronti di Israele. Grande preoccupazione aveva creato il discorso del 4 dicembre di John Kerry, segretario di stato.
Kerry aveva definito gli insediamenti “un ostacolo alla pace”, come è scritto anche nella risoluzione 2334. L’incontro, qualche giorno dopo, del segretario di stato americano con il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, ha convinto la diplomazia di Israele che fosse in corso una “collusione” contro Netanyahu tra americani e palestinesi. 
A guidare l’iniziativa sulla definizione di “illegalità” degli insediamenti è stato l’Egitto, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, che aveva “messo in blu” la risoluzione – pronta per il voto – mercoledì sera. A quel punto la tentazione di astenersi da parte dell’America è risultata chiara in Israele: Netanyahu (che è anche ministro degli Esteri) ha chiamato Kerry al telefono, senza ottenere alcuna garanzia (“gli amici non se la prendono con gli amici al Consiglio di sicurezza”), e così si è rivolto al futuro presidente Trump  che è intervenuto su Twitter ribadendo la necessità del veto e ha telefonato al rais egiziano, Abdel Fattah al Sisi, chiedendo e ottenendo una proroga del voto. 
Ma di fronte al tentennamento dell’Egitto, Malesia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela hanno preso in mano la risoluzione e organizzato il voto, passato con 14 voti a favore (compreso l’Egitto), zero contrari, l’astensione americana, un grande applauso e una spiegazione dell’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, del perché dell’astensione. 
Il premier israeliano ieri ha detto che Israele “non mostrerà l’altra guancia” e ha convocato nel giorno di Natale gli ambasciatori di dieci dei paesi che hanno votato per la risoluzione, compreso l’ambasciatore americano Daniel Shapiro. Netanyahu ha predisposto delle misure contro quelle agenzie dell’Onu che continuano a mostrare ostilità nei confronti di Israele, e lavora per una risoluzione che fissi alcune regole per i dipendenti dell’Onu rendendoli responsabili per ogni dichiarazione che eccede il loro mandato, che incitino alla violenza o siano antisemite. La reazione di Israele non è dettata tanto dalla natura della risoluzione 2334, che non è vincolante, quanto dalle ripercussioni legali e dalla possibilità che questa svolta americana consolidi una strategia anti Israele già in atto in Europa.
Poi c’è Obama. La discordia tra il presidente e Netanyahu è leggendaria, abbiamo sentito diplomatici di lungo corso usare espressioni terribili per definire il rapporto tra i due leader; sappiamo che da tempo Washington fa pressioni su Israele per gli insediamenti. Ma un’astensione all’Onu è più di una ratifica di un rapporto deturpato, è anche più, come scrive il Wall Street Journal, di un’espressione “della petulanza di Obama”: è la dimostrazione di un’enorme “animosità”. Che trova riscontri da molte parti, in Israele e in Europa, dove si celebra – vedi il resoconto del Monde – la “fine del l’impunità diplomatica” di Israele, e del detestato premier Netanyahu"
(Paola Pedruzzi, Il Foglio)

Si profila l'ipotesi tutt'altro che irrealistica di un vero tranello sortito contro Israele, ultimo atto di un Presidente Usa che ha sempre mostrato ostilità verso Israele e il suo Governo.
L'amministrazione Obama ha sempre puntato molto sul congelamento della costruzione degli insediamenti, come fosse unico requisito necessario per la pace tra israeliani e palestinesi.
Eppure basta vedere cosa è accaduto dopo il ritiro israeliano da Gaza. La città è diventata un covo per il terrorismo di Hamas.  La stessa cosa accadrebbe nella Cisgiordania.  Ed è follia pensare che non sarebbe così.
Non per supponenza, ma la visione di Obama sulla questione non è affatto realistica nè condivisibile.
La mossa, preordinata o meno del 23 dicembre all'Onu,  resta una vigliaccata, e verso Israele, e verso il successore alla Presidenza Usa.
Meglio farebbe l'uscente Obama a dedicarsi a scrivere biglietti di saluti, nella speranza di non ritrovarlo, come da voci percepite, quale prossimo segretario generale dell'Onu

domenica 25 settembre 2016

Benjamin Netanyahu alle N.U. "Cooperate con Israele, abbracciate Israele,sognate con Israele"




Un paio di giorni fa il Primo Ministro israeliano è intervenuto alle Nazioni Unite con un discorso molto importante  e, prendendo la parola davanti all’Assemblea generale dell’Onu,  compie l'ennesimo passo (solenne e storico)  invitando il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen a intervenire alla Knesset, il parlamento israeliano. 

Ma Netanyahu va oltre, e chiede di poter a sua volta intervenire davanti al Consiglio nazionale palestinese.
Questo è il discorso integrale di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite (traduzione di Progetto Dreyfus) .
"Signor Presidente, Signore e Signori, 
Quello che sto per dire vi shockerà: Israele ha un futuro luminoso alle Nazioni Unite. 
Ora, so che sentire ciò da me sarà una sorpresa, perché anno dopo anno in piedi su questo podio ho sempre accusato le Nazioni Unite per la loro propensione ossessiva contro Israele. Le Nazioni Unite meritavano ogni parola sferzante - per la disgrazia dell'Assemblea Generale che lo scorso anno ha approvato 20 risoluzioni contro lo Stato democratico di Israele ed un totale di tre risoluzioni contro tutti gli altri paesi del pianeta.

Israele - venti; resto del mondo - tre.
E che dire dello scherzo di chiamare “Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”, chi ogni anno condanna Israele più di tutti i paesi del mondo messi insieme. Mentre le donne vengono violentate sistematicamente, uccise, vendute come schiave in tutto il mondo, qual è l'unico paese che la Commissione delle Nazioni Unite sulle donne ha scelto di condannare quest'anno? Sì, avete indovinato - Israele. Israele. 
Israele, dove le donne pilotano aerei da combattimento, guidano grandi aziende, sono a capo di università, hanno per due volte presieduto la Suprema Corte e sono state presidente del Parlamento e Primo Ministro. 
E questo circo continua presso l'Unesco. Unesco, l'organismo delle Nazioni Unite incaricato di preservare il patrimonio mondiale. Ora, questo è difficile da credere, ma l'Unesco ha appena negato la connessione lunga 4000 anni tra il popolo ebraico e il suo luogo più sacro, il Monte del Tempio. Questo è assurdo come negare la connessione tra la Grande muraglia cinese e la Cina. 

Signore e signori, l'ONU, nata come forza morale, è diventata una farsa morale. Così, quando si tratta di Israele alle Nazioni Unite, penserete probabilmente che non cambierà mai niente, giusto? Bene, pensateci meglio. 
Vedete, tutto cambierà e molto prima di quanto pensiate. Il cambiamento avverrà in questa sala, perché a casa, i vostri governi stanno rapidamente cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele. E prima o poi, ciò cambierà il modo in cui votate su Israele alle Nazioni Unite.

Sempre più nazioni in Asia, in Africa, in America Latina, sempre più nazioni vedono Israele come partner potente - un partner nella lotta contro il terrorismo di oggi, un partner nello sviluppo della tecnologia di domani.
Oggi Israele ha relazioni diplomatiche con più di 160 paesi. Quasi il doppio di quando ero qui come ambasciatore di Israele circa 30 anni fa. E quei legami diventano più ampi e profondi di giorno in giorno. I leader mondiali apprezzano sempre più che Israele è un paese potente, con uno dei migliori servizi di intelligence del mondo. 
A causa della nostra esperienza senza pari e comprovate capacità nella lotta al terrorismo, molti dei vostri governi cercano il nostro aiuto nel mantenere i vostri paesi sicuri. Molti cercano anche di beneficiare dell'ingegnosità di Israele nell'agricoltura, nella sanità, nelle risorse idriche, nell'informatica e nell'integrazione dei grandi volumi di dati, nella connettività e nell'intelligenza artificiale - l'integrazione che sta cambiando il nostro mondo in ogni modo.
Considerate questo: Israele è leader mondiale nel riciclo delle acque reflue. Noi ricicliamo circa il 90% delle nostre acque di scarico. Non è straordinario? Dato che il successivo paese sulla lista ricicla solo il 20% delle sue acque reflue, Israele è una potenza globale dell'acqua. Quindi, se si ha un mondo assetato, e lo abbiamo, non c'è alleato migliore di Israele.
Che ne dite della sicurezza informatica? Questo è un problema che riguarda tutti. Israele conta un decimo dell'uno per cento della popolazione mondiale, ma l'anno scorso abbiamo attirato circa il 20% degli investimenti privati globali nella sicurezza informatica. Voglio che assimiliate questo numero. In informatica, il valore di Israele è enorme, 200 volte il proprio peso. Così Israele è anche una potenza informatica globale. Se gli hacker prendono di mira le vostre banche, gli aerei, le vostre reti elettriche e tutto il resto, Israele può offrire un aiuto indispensabile.
I governi stanno cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele, perché sanno che Israele può aiutarli a proteggere i loro popoli, può aiutarli a sfamarli, li può aiutare a migliorare la loro vita. Questa estate ho avuto l'opportunità incredibile di vedere questo cambiamento in modo così vivo nel corso di una visita indimenticabile in quattro paesi africani. Questa è la prima visita in Africa da parte di un primo ministro israeliano negli ultimi decenni. Più tardi, oggi, incontrerò i leader di 17 paesi africani. Discuteremo come la tecnologia israeliana può aiutarli nei loro sforzi per trasformare i loro paesi. In Africa, le cose stanno cambiando. Anche in Cina, in India, in Russia, in Giappone, l'atteggiamento nei confronti di Israele è cambiato. Queste potenti nazioni sanno che, nonostante le sue ridotte dimensioni, Israele può fare una grande differenza in molte, molte aree che sono importanti per loro.
Ma ora vi sorprenderò ancora di più. 
Vedete, il più grande cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele è in atto altrove. E' in atto nel mondo arabo. I nostri trattati di pace con l'Egitto e la Giordania continuano ad essere ancore di stabilità in un Medio Oriente instabile. Ma devo dirvi questo: per la prima volta nella mia vita, molti altri Stati della regione riconoscono che Israele non è il loro nemico. Essi riconoscono che Israele è loro alleato. I nostri nemici comuni sono l'Iran e l'ISIS. I nostri obiettivi comuni sono la sicurezza, la prosperità e la pace. Credo che nei prossimi anni lavoreremo insieme per raggiungere questi obiettivi collaborando apertamente.
Quindi le relazioni diplomatiche di Israele sono in una fase niente di meno che rivoluzionaria. Ma in questa rivoluzione, non dimentichiamo mai che la nostra alleanza più cara, la nostra più profonda amicizia è con gli Stati Uniti d'America, la più potente e la più generosa nazione sulla terra. Il nostro legame indissolubile con gli Stati Uniti d'America trascende i partiti e la politica. Essa riflette, soprattutto, il sostegno enorme per Israele del popolo americano, il supporto che è a livelli record e per il quale siamo profondamente grati.
Le Nazioni Unite denunciano Israele; gli Stati Uniti sostengono Israele. E un pilastro centrale della difesa è il supporto costante degli Stati Uniti per Israele alle Nazioni Unite. Apprezzo l'impegno del presidente Obama per questa politica di lunga data degli Stati Uniti. Di fatto, l'unica volta che gli Stati Uniti hanno posto un veto in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante la presidenza Obama è stato contro una risoluzione anti-Israele nel 2011. Come il presidente Obama ha giustamente dichiarato da questo podio, la pace non verrà da dichiarazioni e risoluzioni delle Nazioni Unite.
Credo che non sia lontano il giorno in cui Israele sarà in grado di contare su molti, molti paesi che ci sostengono alle Nazioni Unite. Di riflesso, lentamente ma inesorabilmente stanno arrivando al termine quei giorni in cui gli ambasciatori delle Nazioni Unite condannano Israele.
Signore e Signori, la maggioranza automatica di oggi contro Israele alle Nazioni Unite mi ricorda la storia, l'incredibile storia di Hiroo Onoda. Hiroo era un soldato giapponese che era stato inviato nelle Filippine nel 1944. Viveva nella giungla. Frugava per procurarsi il cibo. Evitava la cattura. Alla fine si arrese, ma solo nel 1974, circa 30 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Per decenni, Hiroo si era rifiutato di credere che la guerra fosse finita. Mentre Hiroo era nascosto nella giungla, i turisti giapponesi nuotavano in piscine di alberghi di lusso americani nella vicina Manila. Infine, per fortuna, l'ex comandante di Hiroo fu inviato a convincerlo ad uscire dalla clandestinità. Solo allora Hiroo depose le armi.
Signore e Signori, signori delegati provenienti da così tanti paesi, ho un messaggio per voi oggi: abbandonate le armi. La guerra contro Israele alle Nazioni Unite è finita. Forse alcuni di voi non lo sanno ancora, ma sono sicuro che un giorno, in un futuro non troppo lontano riceverete anche voi il messaggio dal vostro presidente o dal vostro primo ministro che vi informa che la guerra contro Israele presso le Nazioni Unite è conclusa. Sì, lo so, ci potrebbe essere una tempesta prima della quiete. So che si parla di coalizzarsi contro Israele alle Nazioni Unite entro la fine dell'anno. Data la sua storia di ostilità nei confronti di Israele, qualcuno crede davvero che Israele permetterà alle Nazioni Unite di determinare la nostra sicurezza e i nostri interessi nazionali vitali? 
Non accetteremo alcun tentativo da parte delle Nazioni Unite di dettare condizioni ad Israele. 
La strada per la pace attraversa Gerusalemme e Ramallah, non New York. Ma indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, ho totale fiducia che negli anni a venire la rivoluzione nella posizione di Israele tra le nazioni finalmente penetrerà in questa sala delle nazioni. Ho tanta fiducia, infatti, che prevedo che tra una decina d'anni un primo ministro israeliano si alzerà in piedi proprio qui dove sono in piedi io e realmente applaudirà l'ONU. Ma voglio chiedervi: perché dobbiamo aspettare un decennio? Perché continuare a diffamare Israele? Forse perché alcuni di voi non comprendono che il pregiudizio ossessivo contro Israele non sia solo un problema per il mio paese, è un problema per i vostri paesi. Perché se l'ONU spende così tanto tempo per condannare l'unica democrazia liberale in Medio Oriente, ha molto meno tempo per affrontare la guerra, la malattia, la povertà, il cambiamento climatico e tutti gli altri gravi problemi che affliggono il pianeta.
Il milione e mezzo di siriani massacrati sono aiutati dalla vostra condanna di Israele? Lo stesso Israele, che tratta migliaia di siriani feriti nei nostri ospedali, tra cui un ospedale da campo che ho costruito al confine del Golan con la Siria. 
Lo sono i gay, che penzolano dalle gru in Iran, aiutati dalla vostra denigrazione d'Israele? Lo stesso Israele, dove i gay marciano orgogliosamente nelle nostre strade e siedono nel nostro parlamento, tra cui, sono orgoglioso di dire, anche nel mio stesso partito Likud. 
Lo sono i bambini, che muoiono di fame per la brutale tirannia nella Corea del Nord, aiutati dalla vostra demonizzazione di Israele? Israele, il cui know-how agricolo nutre gli affamati in tutto il mondo in via di sviluppo? 
Quanto prima l'ossessione delle Nazioni Unite per Israele finisce, meglio è. Meglio per Israele, meglio per i vostri Paesi, il meglio per le stesse Nazioni Unite.
Signore e signori, se le abitudini sono dure a morire alle Nazioni Unite, le abitudini palestinesi muoiono ancora più difficilmente. Il presidente Abbas ha appena attaccato da questo podio la Dichiarazione Balfour. Sta preparando una causa contro la Gran Bretagna per questa dichiarazione del 1917. Quasi 100 anni fa - parla come bloccato nel passato. I palestinesi potrebbero altrettanto bene citare in giudizio l'Iran per la Dichiarazione di Ciro, che ha permesso agli ebrei di ricostruire il nostro tempio di Gerusalemme 2500 anni fa. A pensarci bene, perché non una class action palestinese contro Abramo per l'acquisto di quel pezzo di terra a Hebron dove i patriarchi e le matriarche del popolo ebraico sono stati sepolti 4.000 anni fa? Non state ridendo. E' assurdo come questo. Citare in giudizio il governo britannico per la Dichiarazione Balfour? Sta scherzando? E questo viene preso sul serio qui? Il presidente Abbas ha attaccato la Dichiarazione Balfour, perché ha riconosciuto il diritto del popolo ebraico ad un focolare nazionale nella terra di Israele. Quando le Nazioni Unite hanno sostenuto la creazione di uno Stato ebraico nel 1947, hanno riconosciuto la nostra storia ed i nostri diritti morali nella nostra patria e per la nostra patria. Eppure oggi, quasi 70 anni dopo, i palestinesi si rifiutano ancora di riconoscere tali diritti - non il nostro diritto ad una patria, non il nostro diritto ad uno Stato, non il nostro diritto a nulla. E questo rimane il vero nocciolo del conflitto: il persistente rifiuto palestinese di riconoscere lo stato ebraico in qualsiasi confine. Vedete, questo conflitto non tratta di “insediamenti”. Non è mai stato.
Il conflitto infuriava per decenni prima che ci fosse un solo “insediamento”, quando la Giudea-Samaria e Gaza erano tutte in mani arabe. La Cisgiordania e Gaza erano in mani arabe e ci hanno attaccato ancora e ancora e ancora. E quando abbiamo sradicato tutti i 21 “insediamenti” a Gaza e ci siamo ritirati da ogni centimetro di Gaza, non abbiamo ottenuto la pace da Gaza - abbiamo ottenuto migliaia di razzi sparati da Gaza contro di noi. Questo conflitto infuria perché per i palestinesi, i veri insediamenti che stanno cercando sono Haifa, Jaffa e Tel Aviv. In ogni caso la questione degli “insediamenti” è reale e può e deve essere risolta in negoziati sullo status finale. Ma questo conflitto non ha mai riguardato gli “insediamenti” o la creazione di uno stato palestinese. E' sempre stato circa l'esistenza di uno Stato ebraico, uno Stato ebraico in qualsiasi confine esso sia.
Signore e Signori, Israele è pronto, sono pronto a negoziare tutte le questioni dello status finale, ma una cosa non potrò mai negoziare: il nostro diritto ad un solo ed unico stato ebraico.
Wow, il Primo Ministro di Israele sostenuto da applausi all'Assemblea Generale? Il cambiamento avviene prima di quanto pensassi. Se i “palestinesi” avessero detto sì a uno stato ebraico nel 1947, non ci sarebbe stata nessuna guerra, nessun rifugiato e nessun conflitto. E quando i palestinesi finalmente avranno detto sì ad uno stato ebraico, saremo in grado di porre fine a questo conflitto una volta per tutte. 

Ora ecco la tragedia, perché, vedete, i palestinesi non sono solo intrappolati nel passato, i loro capi stanno avvelenando il futuro. Voglio che immaginiate un giorno nella vita di un ragazzo palestinese tredicenne, lo chiamerò Alì. 
Alì si sveglia prima della scuola, va a fare sport con una squadra di calcio che ha preso il nome da Dalal Mughrabi, un terrorista palestinese responsabile dell'omicidio di 37 israeliani in un autobus. 
A scuola, Alì partecipa ad un evento promosso dal Ministero della Pubblica Istruzione palestinese per onorare Baha Alyan, che l'anno scorso ha ucciso tre civili israeliani. Tornando a casa a piedi, Alì guarda in alto verso una statua imponente eretta solo poche settimane fa dall'Autorità Palestinese per onorare Abu Sukar, che ha fatto esplodere una bomba nel centro di Gerusalemme uccidendo 15 israeliani. 
Quando Alì torna a casa accende la TV e vede un alto ufficiale palestinese, Jibril Rajoub, che dice che se avesse avuto una bomba atomica, l'avrebbe fatta esplodere sopra Israele quel giorno stesso. 
Alì accende poi la radio e sente il consigliere del presidente Abbas, Sultan Abu al-Einein, sollecitare i palestinesi, ecco una citazione, "tagliate la gola agli israeliani ovunque li troviate". 
Alì controlla il suo Facebook e vede un recente post del partito Fatah del presidente Abbas, che definisce il massacro di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco un "atto eroico". 
Su YouTube, Alì guarda una clip dello stesso presidente Abbas che dice: "Diamo il benvenuto ad ogni goccia di sangue versato a Gerusalemme." Citazione diretta. 
Durante la cena, Alì chiede a sua madre cosa succederebbe se uccidesse un ebreo e fosse finito in una prigione israeliana. Ecco quello che lei gli dice. Lei gli dice che avrebbe ricevuto migliaia di dollari ogni mese da parte dell'Autorità palestinese. In realtà, lei gli dice che se avesse ucciso altri ebrei, avrebbe ricevuto più soldi. Oh, e quando esce di prigione, Alì avrebbe avuto garantito un posto di lavoro con l'Autorità palestinese. 

Signore e signori, tutto questo è reale! Succede ogni giorno, sempre. Purtroppo, Alì rappresenta centinaia di migliaia di bambini palestinesi che vengono indottrinati all'odio in ogni momento, ogni ora. Si tratta di abusi su minori. Immaginate il vostro bambino durante questo lavaggio del cervello. Immaginate quello che ci vuole per un ragazzo o una ragazza per uscire liberamente da questa cultura dell'odio. Alcuni lo fanno ma troppi non lo fanno. 
Come può qualcuno di noi aspettarsi che giovani palestinesi sostengano la pace, quando i loro leader avvelenano le loro menti contro la pace? 
Noi in Israele non facciamo questo. Educhiamo i nostri figli alla pace. Abbiamo recentemente lanciato un programma pilota, per rendere lo studio della lingua araba obbligatorio per i bambini ebrei in modo che ci si possa capire meglio l'un l'altro, in modo che si possa vivere insieme fianco a fianco in pace. 
Naturalmente, come tutte le società anche Israele ha frange. Ma è la nostra risposta a quegli elementi marginali, è la nostra risposta a quegli elementi marginali che fa la differenza. 
Prendete il tragico caso di Ahmed Dawabsha. Non dimenticherò mai la visita, Ahmed in ospedale poche ore dopo essere stato attaccato. Un ragazzino, in realtà un bambino, è stato gravemente ustionato. Ahmed è stato vittima di un atto terroristico orribile perpetrato da ebrei. Giaceva fasciato e incosciente mentre medici israeliani lavoravano tutto il giorno per salvarlo. Nessuna parola può portare conforto a questo ragazzo o alla sua famiglia. Eppure, mentre ero al suo capezzale ho detto allo zio: "Questa non è la nostra gente. Questo non è il nostro modo". Poi ho ordinato misure straordinarie per portare gli assalitori di Ahmed davanti alla giustizia e oggi i cittadini ebrei di Israele accusati di aver attaccato la famiglia Dawabsha sono in carcere in attesa di giudizio. 
Ora, per alcuni, questa storia dimostra che entrambe le parti hanno i loro estremisti ed entrambe le parti sono ugualmente responsabili di questo conflitto apparentemente senza fine. Ma ciò che la storia di Ahmed dimostra in realtà è l'esatto contrario. Esso illustra la profonda differenza tra le nostre due società, perché mentre i leader israeliani condannano i terroristi, tutti i terroristi, arabi ed ebrei allo stesso modo, i leader palestinesi celebrano terroristi. Mentre Israele imprigiona la manciata di terroristi ebrei tra noi, i palestinesi pagano le migliaia di terroristi tra di loro. 

Così ho chiamato il Presidente Abbas: hai una scelta da fare. Puoi continuare ad alimentare l'odio come hai fatto oggi o puoi finalmente combattere l'odio e lavorare con me per stabilire la pace tra i nostri due popoli. Signore e Signori, sento un ronzio. So che molti di voi hanno rinunciato alla pace. Ma voglio che sappiate che io non ho rinunciato alla pace. 
Rimango impegnato ad una visione di pace sulla base di “due stati per due popoli”. Credo che come mai prima i cambiamenti in atto nel mondo arabo di oggi offrono un'occasione unica per far progredire la pace. 
Mi congratulo con il presidente dell'Egitto, al-Sisi, per i suoi sforzi per far progredire la pace e la stabilità nella nostra regione. Israele accoglie lo spirito dell'iniziativa di pace araba e accoglie un dialogo con gli stati arabi per far avanzare una pace più ampia. Credo che perché una pace più ampia possa essere pienamente raggiunta, i palestinesi debbano essere parte di essa. Sono pronto ad avviare negoziati per raggiungere questo obiettivo oggi - non domani, non la prossima settimana, oggi. 
Il presidente Abbas ha parlato qui un'ora fa. Non sarebbe stato meglio se invece di parlare uno dopo l'altro avessimo parlato tra di noi? 

Presidente Abbas, invece di inveire contro Israele alle Nazioni Unite a New York, ti invito a parlare al popolo israeliano alla Knesset a Gerusalemme. E sarei felice di venire a parlare al parlamento palestinese a Ramallah. 

Signore e Signori, mentre Israele cerca la pace con tutti i suoi vicini, sappiamo anche che la pace non ha più grande nemico delle forze dell'Islam militante. La scia di sangue di questo fanatismo attraversa tutti i continenti rappresentati qui. Attraversa Parigi e Nizza, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, da Sydney a San Bernardino. Così molti hanno sofferto la sua ferocia: cristiani ed ebrei, le donne, gli omosessuali, gli yazidi, i curdi e molti, molti altri. Eppure, il prezzo più alto, il prezzo più alto di tutti è stato pagato dai musulmani innocenti. Centinaia di migliaia senza pietà macellati. Milioni trasformati in profughi disperati, decine di milioni brutalmente soggiogati. 
La sconfitta dell'Islam militante sarà quindi una vittoria per tutta l'umanità, ma sarebbe soprattutto una vittoria per quei tanti musulmani che cercano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. 
Ma per sconfiggere le forze dell'Islam militante, dobbiamo lottare senza tregua. Dobbiamo combattere nel mondo reale. Dobbiamo combattere nel mondo virtuale. Dobbiamo smantellare le loro reti, interrompere i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e noi li sconfiggeremo. Il medievalismo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell'odio, la libertà più forte di paura. Possiamo farcela.

Signore e Signori, 
Israele combatte questa battaglia mortale contro le forze dell'Islam militante ogni giorno. Manteniamo i nostri confini sicuri da ISIS, impediamo il contrabbando di armi camuffate da giocattoli a Hezbollah in Libano, contrastiamo gli attacchi terroristici palestinesi in Giudea e Samaria, in Cisgiordania e scoraggiamo gli attacchi missilistici da Gaza controllata da Hamas. 
Hamas è quella organizzazione terroristica che crudelmente, incredibilmente crudelmente si rifiuta di restituire i corpi di tre nostri cittadini e nostri soldati caduti. Oron Shaul e Hadar Goldin. 
I genitori di Hadar Goldin, Lia e Simcha Goldin, sono qui con noi oggi. Hanno la richiesta di seppellire il loro amato figlio in Israele. Tutto quello che chiedono è una cosa semplice: poter visitare in Israele la tomba del figlio Hadar caduto. Hamas rifiuta. Non può importargli di meno. 
Vi imploro di stare con loro, con noi, con tutto ciò che è decente nel nostro mondo contro la disumanità di Hamas - tutto ciò che è indecente e barbaro. Hamas infrange ogni regola umanitaria esistente, rinfacciateglielo. 
Signore e Signori, 
la più grande minaccia per il mio paese, alla nostra regione, e, infine, al nostro mondo resta il regime militante islamico dell'Iran. L'Iran cerca apertamente la distruzione di Israele. Minaccia paesi in tutto il Medio Oriente, sponsorizza il terrore in tutto il mondo. Quest'anno, l'Iran ha lanciato missili balistici in sfida diretta delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Ha speso la sua aggressione in Iraq, in Siria, nello Yemen. L'Iran, il principale sponsor mondiale del terrorismo ha continuato a sviluppare la sua rete del terrore globale. Quella rete del terrore si estende ora su cinque continenti. Quindi il mio punto per voi è questo: la minaccia che l'Iran rappresenta per tutti noi non è dietro di noi, è davanti a noi. Nei prossimi anni, ci deve essere uno sforzo sostenuto e unito per respingere l'aggressione dell'Iran e del terrore iraniano. Con i vincoli nucleari verso l'Iran un anno più vicini ad essere rimossi, voglio essere chiaro: Israele non permetterà al regime terrorista dell'Iran di sviluppare armi nucleari - non adesso, non tra dieci anni, mai!
Signore e Signori, 
sono qui davanti a voi oggi mentre l'ex presidente di Israele, Shimon Peres, sta lottando per la propria vita. Shimon è uno dei padri fondatori di Israele, uno dei suoi uomini di stato più audaci, uno dei suoi leader più rispettati. So che tutti siete uniti a me e uniti a tutto il popolo di Israele nell'augurargli refuah shlemah Shimon, una pronta guarigione.
 Ho sempre ammirato l'ottimismo senza limiti di Shimon e come lui, anch'io sono pieno di speranza. 
Sono pieno di speranza perché Israele è in grado di difendersi da sola contro ogni minaccia. Sono pieno di speranza perché il valore dei nostri uomini e donne combattenti non è secondo a nessuno. 
Sono pieno di speranza perché so che le forze della civiltà, in ultima analisi trionfano sulle forze del terrore. 
Sono pieno di speranza perché nell'era della innovazione, Israele - la innovation nation - è fiorente come mai prima. 
Sono pieno di speranza perché Israele lavora instancabilmente per promuovere l'uguaglianza e l'opportunità per tutti i suoi cittadini: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, tutti. 
E io sono pieno di speranza perché, nonostante tutti gli scettici, credo che negli anni a venire, Israele forgerà una pace duratura con tutti i nostri vicini.
Signore e Signori, 
sono fiducioso di quello che Israele può compiere perché ho visto ciò che Israele ha compiuto. Nel 1948, anno dell'indipendenza di Israele, la nostra popolazione era di 800.000. La nostra principale esportazione erano arance. Allora la gente diceva che eravamo troppo piccoli, troppo deboli, troppo isolati, troppo demograficamente in inferiorità numerica per sopravvivere, per non parlare di prosperare. Gli scettici si sbagliavano su Israele, allora; gli scettici si sbagliano su Israele ora.
La popolazione di Israele è cresciuta dieci volte, la nostra economia quaranta volte. Oggi la nostra esportazione più grande è la tecnologia – la tecnologia israeliana che alimenta il mondo dei computer, telefoni cellulari, automobili e molto altro ancora.
Signore e signori, 
il futuro appartiene a coloro che innovano e questo è il motivo per cui il futuro appartiene a paesi come Israele. Israele vuole essere il vostro partner nel cogliere quel futuro, quindi chiedo a tutti voi: cooperate con Israele, abbracciate Israele, sognate con Israele. Sogno del futuro che possiamo costruire insieme, un futuro di progresso mozzafiato, un futuro di sicurezza, prosperità e pace, un futuro di speranza per tutta l'umanità, un futuro in cui, anche alle Nazioni Unite, anche in questa sala, Israele infine, inevitabilmente, prenderà il suo legittimo posto tra le nazioni.
Grazie."

domenica 1 novembre 2015

Le lettere di Jonathan Netanyahu, comandante dell’operazione Entebbe



Riprendo da http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=60145 



Su Il FOGLIO di ieri, 31 ottobre è apparsa una anticipazione del libro  " Yoni l'eroe e Benjamin il premier, due fratelli per Israele" ,  di Michele Silenzi, in uscita da Liberilibri, dal titolo "Le lettere di Jonathan Netanyahu, comandante dell’operazione Entebbe”.


Sono passaggi molto interessanti. Ricordo che lo stesso Iddo Netanyahu ha scritto il bellissimo e dettagliato "Entebbe 1976, l'ultima battaglia di Yoni" edito in Italia da  edizioni libreria militare.


"Qualche anno fa lessi un articolo che ricordava l’impresa di Entebbe del luglio 1976, quando un’unità scelta dell’esercito israeliano atterrò in piena notte nell’aeroporto della città ugandese per liberare più di cento ostaggi ebrei e israeliani tenuti lì da terroristi tedeschi e palestinesi dopo il dirottamento di un volo partito da Tel Aviv e diretto a Parigi. A fine agosto ho trascorso alcuni giorni in Israele per fare ricerca su un libro che ho curato per la casa editrice Liberilibri, “Le lettere di Jonathan Netanyahu”.
Ho avuto modo di conoscere e parlare con entrambi i suoi fratelli: Iddo, medico e autore teatrale, e Benjamin, il primo ministro, che ha avuto la cortesia di ricevermi nella sua residenza di Gerusalemme.
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Il blitz di Entebbe, un successo memorabile nella storia delle operazioni di salvataggio, era stato comandato da un giovanissimo tenente colonnello israeliano, Yonatan (Yoni) Netanyahu, unico caduto israeliano di tutta l’operazione. In quell’articolo riportavano anche dei brani dalle lettere che dai diciassette ai trent’anni, ovvero fino a pochi giorni prima di morire, Yoni aveva inviato ai suoi cari.
Ne restai colpito per l’intensità, la durezza, la dolcezza e la profondità dell’analisi storico-politica. Ordinai il libro su Amazon (in quel momento ero a Londra e sembrava che nessuna libreria ne possedesse una copia né che fosse in grado di ordinarla).
Dalle lettere emergeva una sorta di romanzo epistolare di formazione di un giovane che, dopo essere stato plasmato dalla storia del proprio paese, l’avrebbe a sua volta plasmato con l’eccezionalità della sua impresa e del suo carattere.
Un percorso perfetto e brutale, mai dimenticato.
Pochi giorni fa, infatti, visitando il cimitero militare di Gerusalemme, appoggiato su un fianco del monte Hertzl, la tomba di Yoni, una tra le tantissime tutte identiche alle altre, si staccava soltanto per la quantità di sassolini depositati sopra di essa, a testimonianza della quantità di persone passate di lì a dare il loro rispettoso saluto a questo giovane eroe.
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Bibi Netanyahu con il padre
L’eroe, appunto. Terminato di leggere il libro fu quella la prima cosa a colpirmi. L’inequivocabilità di ciò che la sua figura rappresentava. Un eroe autentico, classico, epico. Un eroe di quelli che l’occidente, per anni, ha tentato di dimenticare, di deridere, di rimuovere attraverso l’oscenità brechtiana “beato il Paese che non ha bisogno di eroi” e sostituendo a questa epica dell’individuo eccezionale quella dell’“eroe normale”, che poi non si capisce bene cosa significhi. Infatti c’è solo un eroe possibile, quello dietro cui un intero popolo si raccoglie, quello da cui un intero popolo trae senso di coappartenenza, l’eroe al cui funerale ogni singola mano di un’intera nazione idealmente accompagna il corpo, quello attorno a cui si crea un rito sia collettivo che individuale di emulazione.
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La tomba di Joni al Monte Herzl

Per Israele, paese ancora umiliato dall’attacco arabo dello Yom Kippur e dalla quasi sconfitta che avrebbe significato annientamento, quell’impresa fu il momento decisivo da cui iniziare a rialzarsi. La sconfitta, per Israele, non ha mai avuto lo stesso significato che poteva avere per qualsiasi altro paese per cui una disfatta militare significa ridimensionamento dei confini o perdita di influenza. Per Israele la sconfitta ha sempre coinciso con l’annientamento, per questo è sempre stato costretto a vincere, e anche quando tutto sembrava perduto ha sempre trovato il coraggio disperato ma lucido per sopravvivere e andare avanti.
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 L’eroe dunque, e la sua formazione.
Nella corrispondenza c’è il dipanarsi di questo racconto epico. Le lettere iniziano nel 1963, quando Yoni era con la famiglia negli Stati Uniti, dove il padre Benzion, grande storico, direttore dell’Encyclopedia Judaica e in precedenza assistente per anni di Jabotinski, uno dei padri della rinnovata idea dello stato d’Israele, si trovava per fare ricerca. La prima lettera la scrive dai sobborghi di Filadelfia a un suo ex compagno di classe di Gerusalemme. E da qui, come in tutte le altre lettere del suo anno americano, si sente un costante desiderio di fare ritorno in patria. Non importa se la famiglia, con cui pure era legatissimo, si trovava lì con lui. Era alla sua terra che Yoni voleva costantemente ritornare. Ritornare per difenderne l’esistenza.

E questo accadrà l’anno successivo.
 Nell’estate del 1964 ritorna in Israele per iniziare il servizio militare. Sarà il momento che cambierà tutto. Dalle sue lettere non traspare mai uno spirito militarista, anzi, a volte si avverte il disagio per una vita che non sente interamente sua e, fino a pochi giorni prima della sua morte, fino alle sue ultime lettere, si troverà sempre il desiderio di questo giovanissimo colonnello, comandante di Sayeret Matkal, la più prestigiosa unità d’élite dell’esercito israeliano, di fare ritorno alla vita civile.

Perché questo è il punto. Yoni non era uno studente qualsiasi. Era stato ammesso ad Harvard e aveva ricevuto lettere d’invito da Yale e Princeton. Finito il servizio militare obbligatorio per ogni israeliano maggiorenne avrebbe potuto far ritorno ad Harvard, dove aveva iniziato gli studi di matematica e filosofia per poi abbandonarli perché l’impulso a tornare nel suo paese per difenderne l’esistenza stessa superava ogni altra aspirazione. Un giovane che poteva avere davanti a sé una carriera splendida negli Stati Uniti, sceglie di tornare in uno dei luoghi più violenti e pericolosi al mondo, sceglie di vivere la difficile e poco remunerativa vita dell’esercito, per la necessità di abbracciare ciò in cui crede. Sceglie, con tutta la forza e la radicalità che questa parola implica, la propria strada.
Quando, con Liberilibri, decidemmo di tradurre le lettere di Yoni in italiano, non ci stupì affatto che nessuno ci avesse pensato prima. L’atteggiamento dei paesi occidentali verso Israele è quello che si ha, quando va bene, verso un compagno di classe troppo agitato, uno che sembra non faccia altro che creare problemi. Altrimenti è un atteggiamento di disprezzo tout court, si guarda a Israele come a una forza di occupazione che piega sotto il suo giogo i palestinesi, o addirittura come il cancro originario che ha generato il radicalismo musulmano e la destabilizzazione del medio oriente di cui siamo testimoni ogni giorno.
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Del resto, mi sembra chiaro che il disprezzo in cui la maggior parte degli europei tiene Israele sia in parte dovuto a una buona dose di odio verso noi stessi e verso i nostri valori fondativi che sembriamo aver rimosso e che invece rappresentano la spina dorsale su cui si regge lo stato ebraico. Parlo dell’orgoglio di esistere e dell’orgoglio per la nostra storia e la nostra identità, la volontà di vivere e di progredire, la capacità di resistere, con tutti i mezzi necessari, agli attacchi di chi vuole privarci della nostra libertà e della nostra cultura.
Israele, oltre ad avere tutti i canoni di un grande paese occidentale in termini di libertà e diritti, poggia solidamente su questi valori che l’Europa ha rimosso o tende a rimuovere perché troppo impegnativi, soffocandoli dentro la rete del politicamente corretto e del solito senso di colpa verso tutto ciò che non è occidente. La figura di Yoni e le sue scelte esemplificano perfettamente questi valori.
Una terra come l’Europa, in cui non solo i governi ma gli individui sembrano aver perso completamente di vista questi valori, appare sempre di più come un luogo privo di identità e di rispetto di sé. Appare come una terra perfetta per essere conquistata, perché svuotata di qualsiasi tipo di identità propria. La rinuncia alle scelte difficili, di cui è la politica a farsi carico, non può però certo essere imputata alla politica stessa.
Viviamo in un sistema rappresentativo, tutto ciò che viene fatto è lo specchio inevitabile delle scelte, o, per meglio dire, delle non-scelte dei singoli. Libertà e tolleranza, i valori essenziali e strutturali da cui derivano tutti gli altri, non vivono di vita propria. Sono strutture fragili e, come tali, vanno difese. Non può esistere la libertà a meno che non venga difesa, e quindi la domanda da porsi diventa molto semplice e radicalmente individuale: cosa sono disposto a fare per difendermi? Quando la risposta a questa domanda è generica o evasiva equivale a dire non sono disposto a fare niente.
E vedere altri, in questo caso Israele, che invece scelgono con drammatica determinazione, ci mette con le spalle al muro, misura tutta la distanza che c’è tra ciò che dovremmo fare e ciò che non vorremmo dover fare. A Gerusalemme, Iddo, il terzo dei fratelli Netanyahu, ha avuto la gentilezza di farmi da guida. In uno di questi pomeriggi, mentre stavamo finendo il pranzo, gli è arrivata una telefonata dall’ufficio del primo ministro: avevano trovato una mezz’ora per farci incontrare il capo del governo. Terminati i lunghi controlli all’ingresso della residenza ufficiale, siamo entrati nel patio della villa e abbiamo atteso il suo arrivo su uno dei divani sotto i portici. Dopo poco, da una delle porte-finestre che affacciano sul patio, è comparso Benjamin Netanyahu.

La cosa che più di ogni altra mi ha colpito è stata la drammaticità della sua figura, il peso che sembra portare addosso. E’ un uomo che, in ogni momento, è chiamato a difendere dall’annientamento un’intera nazione e un intero popolo. Un uomo che con le sue scelte può scatenare una guerra di ricaduta mondiale. Un uomo interamente cosciente di questo suo ruolo e che ne porta sulle spalle il peso. Lo si vede nella sua figura, nei suoi passi pesanti, nella voce profondissima, baritonale, nelle parole che escono con calma, precisione ma con la pesantezza di pietre. Qui si coglie la politica nel suo senso più grande e tragico. Chi gestisce il potere e decide di farsi carico fino in fondo delle conseguenze delle proprie scelte, ne porta i segni anche sul corpo. Chi fa politica nel suo significato più profondo è un demiurgo della storia e, nel momento in cui questa è in atto, non è possibile giudicarla. La condanna di ogni grande politico è che sarà giudicato solo dal futuro, probabilmente quando non ci sarà più e dopo che in vita sarà stato per lo più vilipeso. Questa è la politica e Netanyahu ne sembra un’incarnazione perfetta.
 Dopo un saluto sbrigativo, ci siamo seduti e abbiamo parlato di Yoni e di come sia stato la figura essenziale che lo ha avvicinato alla vita politica con il preciso scopo di continuare a difendere Israele dopo aver servito, anche lui, nell’unità Sayeret Matkal.
Mi dice che la sua vita sarebbe stata sicuramente diversa se il fratello non avesse perso la vita sacrificandosi per il suo paese. Che forse sarebbe arrivato comunque alla politica ma sicuramente non così presto come ha fatto. Gli chiedo poi se non pensi che la minaccia a cui oggi è sottoposto Israele sia inferiore a quella che invece aveva vissuto Yoni, quando quotidianamente il paese poteva aspettarsi un attacco da uno qualsiasi degli stati arabi circostanti.
Mi risponde che non è assolutamente così. Che la minaccia oggi è molto maggiore, che un tempo non lanciavano razzi all’interno di Israele come invece riescono a fare oggi tanto Hamas quanto Hezbollah, entrambi ampiamente finanziati dall’Iran che adesso, con l’interruzione delle sanzioni, disporrà di una gran quantità di miliardi di dollari in più da investire sul terrorismo internazionale e su quello contro Israele in particolare.
Per non parlare della minaccia ultima, quella definitiva,in grado di sconvolgere l’ordine mondiale oltre che mettere definitivamente a repentaglio l’esistenza stessa di Israele: la bomba atomica.
Fare i conti giornalmente con la possibilità di essere letteralmente spazzati via è sufficiente a rendere Israele un luogo di assoluta eccezione e la determinazione di vivere e resistere un marchio di grandezza.
Ma non è solo questo, c’è di più.
La questione degli insediamenti è da sempre una delle più complesse per Israele e, dico al primo ministro, da sempre appare come una delle note più spinose sulla via della pace. Poi, però, nel momento in cui sono state fatte concessioni senza precedenti, sia da Ehud Barak nel 2000 che da Ariel Sharon nel 2005, niente ne è venuto, anzi, quelle concessioni sono state viste come un segno di debolezza, come un segno che Israele stesse battendo in ritirata, e i risultati in termini di sicurezza e di attacchi sono decisamente peggiorati.

Netanyahu mi dice che gli insediamenti sono fondamentali per Israele e che spesso noi europei non riusciamo a coglierne il senso più profondo. Noi europei ragioniamo con i vecchi canoni del colonialismo: prendere possesso di una terra, anche se perlopiù disabitata e desertica come quella del West Bank, coincide automaticamente con un’occupazione.  La cultura americana, invece, comprende molto meglio questo concetto. La terra quando è vuota, è di chi riesce a trasformarla. Di chi riesce a trasformare un luogo del tutto inospitale e desertico in un prato verde che porta frutti grazie all’ingegno umano e all’innovazione di cui poi tutti possono beneficiare.

Ho visitato diversi insediamenti israeliani nel West Bank e ho avuto modo di vedere questa cosa con i miei occhi. Lì non si vive nel lusso, non si fa una vita facile. Gli insediamenti sono interamente circondati da cancellate e filo spinato. Ogni ingresso è vigilato da guardie armate. L’ostilità verso i coloni, verso quello che fanno, non è altro che distanza ideologica verso un popolo che cresce, si espande e genera bellezza e benessere dove altro non ci sarebbe se non deserto.
A questo punto chiedo al primo ministro come vede l’Europa nel futuro, le difficoltà che sta affrontando in particolare con l’immensa ondata migratoria che sta partendo dall’Africa e dal medio oriente. Dice che il problema essenziale era, rimane e sarà sempre di più in futuro l’islam radicale, perché accresce la sua influenza e la sua capacità di attrazione quanto meno lo si combatte, e la cosa più preoccupante è la sua straordinaria capacità di penetrazione anche in contesti europei. Mi dice che non è un caso se l’ondata migratoria degli ebrei europei verso Israele si fa ogni anno più intensa. Inoltre il problema è di tipo demografico, e qui Netanyahu cita Oriana Fallaci che aveva immaginato questo scenario. Un occidente privato del futuro dall’incapacità di creare ricambio generazionale è strutturalmente condannato a essere assimilato da chi invece di figli ne fa moltissimi, da chi cresce in numero e, perciò, in regime democratico, in influenza.

Sulla via del ritorno in Italia, il tassista che mi ha portato da Tel Aviv all’aeroporto era di origine georgiana, aveva circa settant’anni ed era arrivato in Israele nel 1970. Aveva combattuto nella guerra del Kippur e aveva continuato a servire nell’esercito come riservista fino a cinquantacinque anni. Gli ho chiesto come vedesse la politica israeliana e dalle sue risposte sembrava uno di quei tassisti grillini che chiamano La Zanzara: i politici sono tutti ladri, a me non piace nessun partito, a me piacevano solo i leader del passato come Begin o Rabin. A quel punto gli ho chiesto cosa ne pensasse in generale dello stato d’Israele. Ha assunto un’aria di grande calma e mi ha risposto semplicemente che Israele era la cosa più importante della sua vita perché, ha detto, “non mi fa sentire più soltanto ebreo, mi fa sentire israeliano”.
Ho pensato a lungo a questa risposta, cercando di capirne bene il significato che però, in realtà, era tutto lì davanti. Israele significa la costruzione di uno stato basato su un’identità condivisa e su una storia in cui tutti gli ebrei del mondo, più o meno credenti, possono trovare un’identità data dalla nuova identità statuale e territoriale che prima si disperdeva all’interno delle varie comunità locali. Attraverso i confini, attraverso la costruzione di una nazione si è generata o, per meglio dire, si è definita un’identità da coltivare e da difendere. L’Europa, chiaramente, non può più essere questo. Gli stati nazionali in occidente stanno perdendo il loro senso. Non perché questo sia stato deciso da qualcuno, ma perché le istituzioni sono come organismi, tendono a evolvere, a modificarsi, ad adattarsi all’ambiente circostante. La mutazione nelle tecnologie e nella percezione del mondo da parte degli individui ha naturalmente portato all’abbattimento delle frontiere tra gli stati più avanzati e mutualmente pacifici generando, in modo spontaneo, la tensione verso un nuovo ordine. Un ordine che, però, non è ancora qui.
Ed è proprio nel momento della mutazione, in quel momento di indefinitezza di identità, che si è più vulnerabili agli attacchi.
 L’Unione europea è un oggetto indefinito e senza forma. Viene percepita inevitabilmente, data la sua natura, come un corpaccione burocratico che aggiunge leggi, cavilli e imposizioni a quelle già fin troppo stringenti dei singoli stati. Tornare indietro, nella comfort zone della difesa delle frontiere nazionali, è semplicemente impossibile. Non si possono resuscitare cadaveri, per quanto pensarlo ci possa far stare bene. Ciò che bisogna fare è creare una nuova identità che prima era data dai confini locali ormai irrimediabilmente disintegrati e non disintegrati soltanto a livello politico ma a livello di percezione individuale. Su cosa allora ricominciare a costruire un’identità comune? Cosa ci sarebbe da difendere, cioè attorno a cosa ci si può stringere per trovare una nuova identità e quindi una vera unione? La risposta mi sembra che possano essere i valori condivisi e la loro difesa con tutti i mezzi, la certezza di essere ancora quella parte del mondo che, come scrive Cormac McCarthy in “The Road”, porta il fuoco anche nella notte più buia.
 Per questo bisogna guardare a Israele e a figure come quelle di Yoni, che sono il massimo che la parola occidente possa esprimere in questo momento, come a un faro da seguire. Sta scritto nella Torah “E sceglierai la vita!” ma per farlo, per compiere la scelta e per sostenere la vita è necessario accettare la possibilità del suo perenne contraltare, la morte. In una lettera del 1963 Yoni scrive: “La morte, quella è l’unica cosa che mi disturba. Non mi spaventa, accende la mia curiosità. E’ un puzzle che io, come molti altri, ho cercato di risolvere senza successo. Non la temo perché attribuisco poco valore a una vita senza scopo. E se dovessi sacrificare la mia vita per raggiungere il suo scopo, lo farei volentieri.”

“Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”, scriveva Benedetto XVI in “Caritas in Veritate”. Non avendo più un’identità definita, non avendo più un’identità fondante, non avendo più una verità su noi stessi su cui poggiare, si resta senza punti di riferimento. Allora si cerca una nuova base sociale nei buoni sentimenti. Ci si guarda e ci si contempla dicendo: quanto siamo buoni. E quello diventa il nuovo punto di riferimento. Il nuovo sostrato su cui basare ogni nostro giudizio a cui fare sempre riferimento. La razionalità e il realismo diventano oggetti estranei e mostruosi, categorie che dovrebbero essere quelle del politico scompaiono innanzitutto dalla politica, che viene sommersa e dominata dalle ondate popolari di emotività e umanitarismo un tanto ra come quella di Yoni Netanyahu rappresenta tutto quello che si dovrebbe essere. Un giovane pienamente cosciente del suo ruolo, della sua drammaticità ma anche della sua assoluta necessità.

 L’idea che il male non si batte provando a rieducarlo, non si batte con il buon esempio, non si batte sentendo e propagandando un insensato senso di colpa, non si batte mostrandosi buoni. Il male si batte soltanto con un cosciente, per quanto drammatico, atto di violenza. Questo significa guardare in faccia la propria epoca con realismo e razionalità. Significa assumersi la responsabilità di agire su di essa e di plasmarla secondo quei valori che noi riteniamo giusti e da difendere. Per questo nulla è possibile, nulla cambierà finché non decideremo di smetterla di giocare con i buoni sentimenti e di tornare, con sguardo lucido e mente fredda, a pensare chi vogliamo essere. Altrimenti, come è giusto che sia, come capita a tutto ciò che smette di combattere per vivere, saremo sommersi e sostituiti."