martedì 3 marzo 2015

Discorso di Netanyahu - AIPAC 2 marzo 2015


 Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Conferenza sulla politica di AIPAC  cosi si esprime (2 marzo 2015) 
"Grazie. Wow, 16.000 persone. Qualcuno qui dalla California? Florida? New York?
Beh, quelli erano i più facili. Che ne dite del Colorado? Indiana? Penso di averci preso. Montana? Texas?
Siete qui in un numero record. Siete qui da costa a costa, da ogni parte di questa grande terra. E siete qui in un momento critico. Siete qui per dire al mondo che i resoconti sulla fine delle relazioni israelo-statunitensi sono non solo prematuri, sono proprio sbagliati.
Siete qui per dire al mondo che la nostra alleanza è più forte che mai.
E grazie a voi, e a milioni come voi, in questo grande paese, che essa sta per diventare ancora più forte nei prossimi anni.
Grazie a Bob Cohen, a Michael Kassen, a Howard Kohr e a tutta la leadership di AIPAC. Grazie a voi per il vostro instancabile lavoro dedicato a rafforzare la partnership tra Israele e gli Stati Uniti.
Voglio ringraziare, in modo particolare, i membri del Congresso, democratici e repubblicani. Apprezzo profondamente il vostro costante sostegno a Israele, anno dopo anno. Avete la nostra sconfinata gratitudine.
Voglio dare il benvenuto al Presidente Zeman della Repubblica Ceca. Signor Presidente, Israele non dimentica mai i suoi amici. E il popolo ceco è sempre stato un solido amico di Israele e del popolo ebraico, dai giorni di Thomas Masaryk agli albori del sionismo.
Sa, signor Presidente, quando entrai nell’esercito israeliano, nel 1967, ricevetti un fucile ceco. Era uno di quei fucili che ci furono dati dal vostro popolo nel momento del bisogno, nel 1948. Quindi la ringrazio per essere qui oggi.
Sono qui anche due grandi amici di Israele, l’ex Primo Ministro spagnolo José Maria Aznar e, come il mese scorso, l’ex ministro degli Esteri canadese John Baird. Grazie a entrambi per il vostro incondizionato sostegno. Voi siete dei veri difensori di Israele e siete, anche, dei difensori della verità.
Voglio anche ringraziare l’ambasciatore americano in Israele, Dan Shapiro, per la tua amicizia autentica, Dan, e per il grande lavoro che stai facendo rappresentando gli Stati Uniti e a favore dello Stato di Israele.
E voglio ringraziare i due Ron. Voglio ringraziare l’ambasciatore Ron Prosor per il lavoro esemplare che sta facendo alle Nazioni Unite, in un consesso molto difficile.
E voglio ringraziare l’altro Ron, un uomo che sa come affrontare la crisi, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Ron Dermer.Ron, non potrei essere più fiero di averti a rappresentare Israele a Washington.
E, infine, voglio ringraziare mia moglie, Sara, il cui coraggio di fronte alle avversità è per me fonte di ispirazione. Sara divide il suo tempo tra il ruolo di psicologo infantile, quello di madre amorevole e i suoi impegni pubblici, come moglie del primo ministro. Sara, sono così orgoglioso di averti qui con me oggi, di averti sempre con me al mio fianco.
Amici miei, vi porto i saluti da Gerusalemme, la nostra eterna indivisa capitale.
Vi porto anche notizie di cui potreste anche non aver sentito parlare. Vedete, io parlerò al Congresso, domani.
Sapete, non è mai stato scritto così tanto su un discorso che non è stato ancora pronunciato. E non ho intenzione di parlare oggi del contenuto di quel discorso, però voglio dire qualche parola sullo scopo di quel discorso.
In primo luogo, vorrei chiarire cosa non è lo scopo di quel discorso. Il mio intervento non è destinato a mostrare alcuna mancanza di rispetto per il presidente Obama o lo stimato ufficio che lui ricopre. Ho grande rispetto per entrambi.
Apprezzo profondamente tutto ciò che il presidente Obama ha fatto per Israele, la cooperazione per la sicurezza, la condivisione dell’intelligence, il supporto alle Nazioni Unite e molto altro, alcune cose che io, come primo ministro di Israele, non posso nemmeno divulgarvi perché rimangono nel regno delle confidenze che intercorrono tra un presidente americano e un primo ministro israeliano. Sono profondamente grato per questo sostegno, e così dovrebbe essere.
Il mio discorso non è destinato neanche a iniettare Israele nel dibattito politico americano. Una ragione importante per cui la nostra alleanza è cresciuta più forte decennio dopo decennio è che è stato sostenuto da entrambe le parti e così deve rimanere.
Sia i presidenti democratici e che repubblicani hanno lavorato insieme, con amici da entrambi i lati dell’aula del Congresso al fine di rafforzare Israele e la nostra alleanza tra i nostri due paesi e lavorando insieme hanno fornito ad Israele una generosa assistenza militare e le spese per la difesa missilistica. Abbiamo appena visto quanto è importante giusto la scorsa estate.
Lavorando insieme, essi hanno reso Israele il primo partner di libero scambio dell’America trenta anni or sono e il suo primo partner strategico ufficiale l’anno scorso.
Hanno spalleggiato Israele nel difendersi in guerra e nei nostri sforzi per raggiungere una pace duratura con i nostri vicini. Lavorare insieme ha reso Israele più forte; lavorare insieme ha reso la nostra alleanza più forte.
Ed è per questo che l’ultima cosa che vorrebbe chiunque abbia a cuore Israele, l’ultima cosa che vorrei io è che Israele diventi una questione di parte. E mi dispiace che alcune persone abbano mal percepito la mia visita qui questa settimana come un tentativo in tal senso. Israele è sempre stata una questione bipartisan.
Israele dovrebbe sempre rimanere una questione bipartisan.
Signore e signori, lo scopo del mio intervento al Congresso di domani è quello di parlare di un potenziale accordo con l’Iran che potrebbe minacciare la sopravvivenza di Israele. L’Iran è il più importante stato sponsor del terrorismo nel mondo. Guardate questo grafico. Guardate questa mappa. Si vede sulla parete, mostra l’Iran formare, armare e dispiegare terroristi nei cinque continenti. L’Iran avvolge il mondo intero con i suoi tentacoli di terrore. Questo è ciò che l’Iran sta facendo ora senza armi nucleari. Immaginate cosa farebbe un Iran con delle armi nucleari.
Questo stesso Iran promette di distruggere Israele. Se sviluppasse armi nucleari, avrebbe i mezzi per raggiungere tale obiettivo. Non dobbiamo lasciare che questo accada.
Come primo ministro di Israele ho l’obbligo morale di parlare, di fronte a questi pericoli, finché c’è ancora tempo per evitarli. Per duemila anni, la mia gente, il popolo ebraico, è stata apolide, indifesa, senza voce. Eravamo assolutamente impotenti contro i nostri nemici che avevano giurato di distruggerci. Abbiamo sofferto una persecuzione implacabile e attacchi orribili. Non potevamo mai parlare a nostro nome e non siamo riusciti a difenderci.
Beh, mai più, mai più.
I giorni in cui il popolo ebraico era passivo di fronte alle minacce di annientarci, quei giorni sono finiti. Oggi, nel nostro stato sovrano di Israele, ci difendiamo. Ed essendo in grado di difenderci, ci alleiamo con gli altri e, principalmente, con gli Stati Uniti d’America, per difendere la nostra comune civiltà contro le minacce ci accomunano.
Nella nostra parte del mondo e sempre di più in ogni parte del mondo, nessuno si allea con il debole. Si ricerca coloro che hanno la forza, che hanno la volontà, quelli che hanno la determinazione a combattere per se stessi. Ecco come si formano le alleanze.
Così ci difendiamo e così facendo creiamo le basi di un’alleanza più ampia.
Oggi non stiamo più in silenzio; oggi abbiamo una voce. E domani, come primo ministro dell’unico stato ebraico, ho intenzione di usare quella voce.
Ho intenzione di parlare di un regime iraniano che minaccia di distruggere Israele, che si sta divorando, paese dopo paese, il Medio Oriente, che esporta il terrore in tutto il mondo e che sta sviluppando, mentre parliamo, la capacità di costruire armi nucleari, di costruirne tante.
Signore e signori, Israele e gli Stati Uniti concordano che l’Iran non dovrebbe avere armi nucleari, ma non siamo d’accordo sul modo migliore per impedire all’Iran di sviluppare quelle armi.
Adesso, i disaccordi tra gli alleati non sono altro che naturali di tanto in tanto, anche tra i più stretti degli alleati. Perché ci sono importanti differenze tra l’America e Israele.
Gli Stati Uniti d’America sono un paese grande, uno dei più grandi. Israele è un paese piccolo, uno dei più piccoli.
L’America vive in una delle zone più sicure al mondo. Israele vive nella zona più pericolosa del mondo. L’America è la più forte potenza del mondo. Israele è forte, ma è molto più vulnerabile. I leader americani si preoccupano della sicurezza del loro paese. I leader israeliani si preoccupano della sopravvivenza del loro paese.
Sapete, io so cosa riassuma questa differenza. Sono stato primo ministro di Israele per nove anni. Non c’è stato un solo giorno, non un solo giorno in cui non abbia pensato alla sopravvivenza del mio paese e alle azioni da intraprendere per garantirne la sopravvivenza, non un solo giorno.
E a causa di queste differenze, l’America e Israele hanno avuto seri disaccordi nel corso della nostra quasi settantennale amicizia.
Adesso, ciò cominciò sin dall’inizio. Nel 1948, il segretario di Stato Marshall si oppose all’intenzione di David Ben Gurion di dichiarare lo stato. È un eufemismo. Egli si oppose veementemente ad esso. Ma Ben Gurion, capendo cosa era in gioco, andò avanti e dichiarò l’indipendenza di Israele.
Nel 1967, mentre un cappio arabo si stava stringendo intorno al collo di Israele, gli Stati Uniti avvertireno il primo ministro Levi Eshkol che se Israele avesse agito da sola, sarebbe rimasto isolata. Ma Israele agì – agì da solo per difendersi.
Nel 1981, sotto la guida del primo ministro Menachem Begin, Israele distrusse il reattore nucleare di Osirak. Gli Stati Uniti criticarono Israele e sospesero le forniture di armamenti per tre mesi. E nel 2002, dopo la peggiore ondata di attacchi terroristici palestinesi nella storia di Israele, il primo ministro Sharon lanciò l’Operazione Scudo Difensivo. Gli Stati Uniti chiesero che Israele ritirasse immediatamente le sue truppe, ma Sharon continuò fino a completare l’operazione.
C’è una ragione per cui ho citato tutto ciò. Lo cito per fissare un punto. Nonostante occasionali disaccordi, l’amicizia tra America e Israele divenne sempre più forte, decennio dopo decennio.
E la nostra amicizia supererà la controversia in corso, parimenti, per crescere ancora più forte nel futuro. Vi dirò il perché; perché condividiamo gli stessi sogni. Perché noi preghiamo, speriamo e aspiriamo nell’identico mondo migliore; perché i valori che ci uniscono sono molto più forti delle differenze che ci dividono, valori come la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la tolleranza e la compassione.
Mentre la nostra regione sprofonda nella barbarie medievale, Israele è quella che sostiene questi valori, comuni a noi e a voi.
Mentre Assad innaffia di bombe il proprio stesso popolo, i medici israeliani curano le sue vittime nei nostri ospedali proprio a ridosso del confine sulle alture del Golan.
Mentre i cristiani in Medio Oriente vengono decapitati e le loro antiche comunità vengono decimate, la comunità cristiana di Israele cresce e prospera, l’unica di tali comunità nel Medio Oriente.
Mentre le donne della regione vengono represse, ridotte in schiavitù e violentate, le donne in Israele lavorano come giudici supremi, amministratori delegati, piloti di caccia, le primi due donne giudici supremi affiancate. Beh, non insieme, ma in successione. Questo è abbastanza buono.
In un buio, selvaggio e disperato Medio Oriente, Israele è un faro di umanità, di luce e di speranza.
Signore e signori, Israele e gli Stati Uniti continueranno a stare insieme, perché l’America e Israele sono più che amici. Siamo come una famiglia. Siamo praticamente una mishpacha [famiglia in ebraico, NdT].
Ora, i disaccordi in famiglia mettono sempre a disagio, ma dobbiamo sempre ricordare che siamo una famiglia.
Radicata in un patrimonio comune, difendendo valori comuni, condividendo lo stesso destino. E questo è il messaggio sono venuto a dirvi oggi. La nostra alleanza è vibrante. La nostra amicizia è forte. E grazie ai vostri sforzi si rafforzerà ancora di più negli anni a venire.
Grazie, AIPAC. Grazie, America. 

Dio vi benedica tutti"
E l'Italia, è amica di Israele?  cosa significa essere "amici di Israele"?
Essere amici di Israele non significa non poterlo criticare, ma significa non mettere in dubbio la sua legittimità ad esistere come Nazione, il suo diritto a difendersi, il suo diritto alla sicurezza.  Questo chiede da sempre Netanyahu, denunciando di volta in volta - Hamas, Iran  ecc.- chi invece minaccia da vicino queste sicurezze, questi diritti.
E ancora una volta non posso che condividere le parole e le preoccupazioni del Primo Ministro, in un rapporto di sempre piu' amicizia con Israele


Festività ebraiche : Purim



La festività di Purim viene osservata ogni anno nel 14 giorno del mese ebraico di Adar, nel calendario gregoriuano, quest'anno, dal tramonto del 4 marzo al crepuscolo del 5 marzo . 
Purim  ricorda la miracolosa salvezza del popolo ebraico che si trovava alla mercé del malvagio Haman, in Persia.
La storia di Purim.
Con la distruzione del primo Tempio e l'estinzione del Regno di Giuda, il popolo ebraico fu mandato in esilio in Babilonia. 
Poco dopo, i Persiani conquistarono la Babilonia ed i paesi circostanti concedendo una certa autonomia ai loro sudditi ebrei fino al punto che Ciro, re di Persia, permise che gli Ebrei tornassero in patria, ricostruissero il Tempio e le città, e ristabilissero la loro vita nazionale e religiosa.
Nel corso di questi anni, Assuero (Achashveròsh) ascese al potere e regnò su 127 province, proibendo la continuazione della costruzione del Tempio.
Com'è riportato nella Meghillat Estèr, il suo primo ministro Hamàn decise di sterminare tutti gli ebrei residenti all'interno di queste province. Hamàn tirò a sorte il mese ed il giorno nei quali avrebbe realizzato le sue malvagie intenzioni. Da qui il nome di Purìm, che significa "le sorti". 
La sorte indicò il mese di Adàr e il suo 13° giorno.
Un'ebrea, Estèr, fu scelta tra le più belle del regno per prendere il posto della regina Vashtì, giustiziata per aver rifiutato di presentarsi al cospetto del re nel corso del fastoso banchetto da lui organizzato. Mordechài, parente di Estèr nonché capo del Sinedrio (sanhedrìn - la Corte Suprema ebraica), godeva anch'esso di un'alta posizione al servizio del re.
Consigliata ed istruita da lui, Estèr intercesse in favore del popolo e denunciò il piano di Hamàn al re. 
In un eccesso di collera, questi ordinò che Hamàn fosse impiccato e permise agli ebrei di difendersi contro chi ne aveva voluto la distruzione. 
Il 14 di Adàr (il giorno seguente la data fissata da Hamàn), fu quindi scelto dai saggi come data di celebrazione per la Festa di Purìm."

Come si celebra
Il giorno precedente Purim si fa digiuno, per ricordare  quello analogo fatto da Ester e Mardocheo quando il perfido Amàn,  tramò per liberarsi degli ebrei, cercando di convincere il medesimo Assuero ad ucciderli tutti.
 Il digiuno viene quindi chiamato Digiuno di Ester e dura dall'alba a dopo il tramonto, pochi minuti dopo lo spuntare di un gruppo di almeno tre stelle non "abitualmente" visibili.
Durante lo Shabbat precedente Purim, si legge, oltre alla parasha della settimana, anche il brano del Deuteronomio (25;17-19) in cui si racconta dell'attacco subito dagli ebrei in fuga dall' Egitto da parte del popolo degli Amaleciti, "gente" del malvagio Amàn. Le letture richiamano l'evento di Amàn e degli Amaleciti. 
Il 13 di Adar si digiuna, come detto,  ma se questa data dovesse coincidere con lo shabbat, il digiuno viene anticipato al giovedì precedente (11 di Adar).

La sera di Purim si usa fare Tzedakà ( carità..atti di giustizia verso i bisognosi) .
La meghillàt di Ester deve essere letta sia la sera del 13 che la mattina del 14 di Adar ed è mitzvah (precetto) sia per i bambini che per le donne. La meghillàt deve essere letta dal rotolo in pergamena, anche su "testi", per adempiere alla mitzvah.
Durante la lettura, è d'uso fare molto rumore ogni qualvolta viene pronunciato il nome di Amàn.
Purim è una festa gioiosa, i bambini a volte si travestono, si ride e si scherza perchè ci si rallegra per lo scampato pericolo e con la gioia si esprime fiducia nel Signore 
In occasione di questa festa si usa donare agli amici un pacchetto di dolci, chiamato mishloach manot: si fa questo dono per assicurarsi che coloro che amiamo abbiano abbastanza cibo per festeggiare e per condividere la gioia con le persone che ci sono vicine.

Dolci tipici le "orecchie di Aman" ..

Ricetta  (tratta da www.labna.it)
  • 2 uova
  • 1 bicchiere di zucchero
  • 1/2 bicchiere di olio d’oliva leggero (o un quarto olio d’oliva e un quarto olio di semi)
  • 1/2 bustina di lievito
  • 2 bicchieri e 1/2 di farina
  • marmellate, a piacere
Mescolate tutti gli ingredienti in una ciotola e impastateli bene, dapprima con l’aiuto di un leccapentola o di un cucchiaio di legno, poi a mano, fino ad ottenere un bell’impasto sodo e compatto, che non si attacchi alle mani.
Fate riposare l’impasto così ottenuto, coperto con uno strofinaccio, per mezz’oretta, poi stendetelo sul piano di lavoro ben infarinato allo spessore di circa mezzo centimetro (se riuscite anche più sottile, ma poi l’operazione si complica).
Col l’aiuto di un coppapasta tagliate dei cerchi di impasto della misura che preferite, disponete al centro dei cerchi una piccola quantità di marmellata e poi chiudete i cerchi a triangolo, sovrapponendo le alette e premendo leggermente per sigillare il tutto.
Disponete le “orecchie” così ottenute su un foglio di carta da forno e infornate a 150 gradi per una decina di minuti, sorvegliando attentamente la cottura perchè a seconda del forno la temperatura può variare ed è facilissimo bruciare i biscotti.
Sfornate le orecchie di Aman e fatele raffreddare all’aria aperta.

Ps. vengono buoni anche senza uova..li feci in versione vegana la scorso anno ottenendo gran successo presso un pubblico molto difficile:mio figlio ^_^

domenica 8 febbraio 2015

Il Kibbutz

Sabato 7 febbraio l'associazione Italia Israele di alba Bra Langhe e Roero ha avuto l'onore di ospitare due amici israeliani, Ariel ed Anita che ci hanno parlato del loro kibbutz, Alumot.

Ma cos'è un kibbutz, come è gestito, a quali principi è ispirato?

" Il 28 ottobre 1910 noi compagni, dieci uomini e due donne, abbiamo fondato un insediamento indipendente di lavoratori ebrei. Una cooperativa, senza sfruttatori e senza sfruttati. Una comune».

L’iscrizione sulla pietra indica il patto che suggellava la nascita di uno dei piu’ famosi Kibbutz, Degania, sulle rive del lago di Tiberiade.  

"Il giorno 28 ottobre 1910 due donne e dieci uomini firmavano il contratto con il dottor Ruppin che dirigeva a Giaffa il dipartimento colonizzazione della Organizzazione sionistica mondiale, per lavorare in comune il terreno comprato a Umm Juni dalla stessa organizzazione. Il dottor Ruppin era un uomo di larghe idee e aveva accettato la proposta senza alcuna condizione. 
Quel gruppo di giovani, ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni, aveva ben poca esperienza nei lavori agricoli: come altri giovani della loro età avevano partecipato direttamente o indirettamente alla rivoluzione russa fallita nel 1905.
 Erano stati influenzati dalle teorie del nascente socialismo da un parte, e dal sionismo di Herzl dall’altra, e avevano deciso di salire in Palestina per realizzare il sionismo a mezzo del lavoro agricolo. Quel piccolo gruppo di dieci ragazzi era stato in modo particolare influenzato dalle teorie di A.D.Gordon, per un socialismo basato sul lavoro fisico e la realizzazione del sionismo a mezzo della redenzione del suolo con il lavoro. Gordon stesso si trasferirà nel 1919 a Degania, dove vivrà fino alla morte. Così si forma Degania, sulle rive del lago di Tiberiade, e il gruppo fissa due principi basilari sui quali basare il comportamento della comunità:
1-      La proprietà dei mezzi di produzione e dei beni mobili e immobili (che verranno solo in futuro!) appartiene alla comunità.
2-        2- Ogni singolo deve dare alla comunità secondo le proprie possibilità e ricevere secondo i propri bisogni, nei limiti delle possibilità della comunità stessa"  (Corrado De Benedetti)

Il Kibbutz (parola ebraica per "insediamento comunale") è una comunità rurale; una società dedicata all'aiuto reciproco e alla giustizia sociale; un sistema socio-economico basato sul principio della comproprietà di un bene, l'uguaglianza e la cooperazione di produzione, consumo e l'istruzione; il compimento dell'idea "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni"; una casa per coloro che hanno scelto.

Il primo kibbutzim (plurale di "kibbutz") è stato fondato circa 40 anni prima della costituzione dello Stato di Israele (1948).
Degania (dall'ebraico "Dagan," grano che significa), situato a sud del Lago Kinneret, è stato fondato nel 1910, come visto sopra,  da un gruppo di pionieri su terreni acquisiti dal Fondo Nazionale Ebraico. I loro fondatori erano giovani pionieri ebrei, principalmente dall'Europa dell'Est, che erano immigrati  non solo per recuperare il terreno della loro antica patria, ma anche per creare un nuovo modello di vita.
Il loro percorso non è stato facile: un ambiente ostile, inesperienza con il lavoro fisico, la mancanza di know-how agricolo, terra desolata trascurata per secoli, la scarsità di acqua e di una carenza di fondi sono stati tra le difficoltà li confrontano. Superando molte difficoltà, sono riusciti a sviluppare comunità fiorenti che hanno svolto un ruolo dominante nella creazione e la costruzione dello Stato.

La maggior parte dei kibbutzim sono disposte secondo un ordine simile:
abbiamo un’area residenziale, che comprende curatissime case e giardini, case per bambini (scuole asili etc..) e campi da gioco per tutte le età,  servizi comuni, come una sala da pranzo, auditorium, biblioteca, piscina, campo da tennis, ambulatorio medico, lavanderia, alimentari e simili . Adiacente alle abitazioni vi sono capannoni per bovini da latte e moderni pollai, nonché uno o più impianti industriali.
Quindi abbiamo campi agricoli, orti, a volte laghi con pesci.

Il kibbutz prevedeva un refettorio comune per  i pasti di tutti i membri, che avevano una piccola casa, in genere priva di una vera e propria “cucina” proprio perché nelle case “private” non si consumavano i pasti, i quali erano “in comune”.
Uno dei primi atti dei movimenti è quello di dare una base ideologica alla educazione comunitaria dei bambini, basata anche sulle teorie della Montessori e sui nuovi orientamenti della psicanalisi.
I bambini venivano alloggiati tutti assieme nella sola casa in muratura che il kibbutz poteva permettersi di costruire, e ciò avveniva per motivi di sicurezza e di difesa dalle intemperie.
I bambini abitano in case diverse a seconda dell’età, e in queste case dormono, mangiano e studiano. In famiglia passano le ore del pomeriggio dalle 16 alle 20, e tutti i giorni festivi. Il compito della educazione viene condiviso tra i genitori e gli educatori. Va sottolineato il fatto che nelle ore pomeridiane (da quattro a sei ore) per lo meno uno dei genitori deve occuparsi dei bambini, cosa che nel ritmo frenetico della vita odierna è quasi sempre impossibile
Presto questa modalità di educazione dei bambini però cambio’, e i bambini a sera tornavano /tornano dalle loro famiglie e le Case dei bambini restarono luoghi per l’educazione dei bambini /ragazzi per le ore diurne, come asili e scuole.
Oggi  anche la regola del pasto sempre in comune non è cosi’ rigida ed è possibile consumare pasti anche nelle proprie abitazioni.
Le abitazioni sono assegnate ai membri dai funzionari del kibbutz che in genere cercano di assegnare le abitazioni piu’ vicine ai refettori ai membri piu’ anziani, per agevolarli nel recarsi alla sala mensa

Le funzioni amministrative all’interno di un  kibbutz sono disciplinate come in una democrazia diretta. L'assemblea generale di tutti i suoi membri pone le basi della politica del kibbutz, elegge gli amministratori,  autorizza il bilancio e approva i nuovi membri. Serve non solo come organo decisionale, ma anche come un forum dove i membri possono esprimere le loro opinioni e punti di vista.

Giorno per giorno gli affari sono gestiti da comitati eletti, che si occupano di settori quali l'alloggio, la finanza, la pianificazione della produzione, la salute e la cultura. I presidenti di alcuni di questi comitati, insieme con il segretario (che detiene la prima posizione nel kibbutz) formano l'esecutivo del kibbutz. Le posizioni di segretario, tesoriere e coordinatore di lavoro sono, di regola, a tempo pieno, mentre gli altri membri servono nelle commissioni in aggiunta ai loro posti di lavoro regolari.
Per i fondatori, la lavorazione della terra e la trasformazione degli abitanti delle città in agricoltori è un'ideologia, non solo un modo per guadagnarsi da vivere. Nel corso degli anni, gli agricoltori del kibbutz hanno fatto si’ che  terreni aridi letteralmente sbocciassero
Attraverso una combinazione di duro lavoro e di metodi di coltivazione avanzati, hanno ottenuto risultati notevoli, che rappresentano una grande percentuale della produzione agricola di Israele fino ad oggi.

Le attività di produzione dei kibbutzim sono organizzate in diversi rami autonomi. Mentre la maggior parte sono ancora basati sull’agricoltura, oggi praticamente tutti i kibbutz hanno in aggiunta ampliato l’attività ..ad esempio molti sono anche strutture turistiche (e spesso molto belle e confortevoli!), o in attività di tipo industriale

La maggior parte dell'industria kibbutz è concentrata in tre rami principali: il lavoro in metallo, materie plastiche e prodotti alimentari trasformati. La maggior parte delle strutture industriali sono piuttosto piccole, con meno di un centinaio di lavoratori.
Negli ultimi anni, un numero crescente di kibbutzim sono diventate centri per il turismo, con strutture ricreative come pensioni, piscine, equitazione, campi da tennis, musei, aziende agricole di animali esotici e parchi acquatici per gli israeliani ei turisti stranieri.
Il turismo rurale è pertanto divenuto una fonte aggiuntiva e di reddito. 
Grazie alla loro dispersione geografica, molti kibbutzim sono situati in splendidi paesaggi e spazi aperti e fanno buon uso delle loro risorse (edifici e personale) che si sono resi disponibili a causa dei cambiamenti tecnologici ed economici che hanno avuto luogo negli ultimi decenni. 
Le tendenze a lungo termine dell'economia kibbutz indicano l'espansione del settore a scapito dell'agricoltura, e un calo della percentuale di lavoro nei servizi, o la loro trasformazione in "iniziative imprenditoriali" (vendita di servizi per la popolazione al di fuori del kibbutz, ad esempio, la cura dei bambini al di fuori del kibbutz nelle case dei bambini). Tale andamento riflette uno sforzo per far fronte alla crisi economica, aumentando la percentuale di dipendenti nelle filiali di produzione, e l'espansione delle attività generatrici di reddito, che si manifesta in un aumento nelle filiali sussidiarie.


Il contributo del kibbutz alla produzione del paese, sia in agricoltura (33 per cento dei prodotti agricoli) e nell'industria (6,3 per cento dei manufatti) è di gran lunga superiore alla loro quota di popolazione (2,5 per cento).

Poiché la popolazione di Israele è cresciuta e i centri urbani si sono ampliati, alcuni kibbutzim si sono trovati praticamente alle periferie delle città. A causa di questa vicinanza, molti di loro ora offrono servizi al pubblico, come lavanderie, ristorazione, outlet e cura dei bambini, tra cui campi estivi.
Il lavoro è un valore in sé e per sé, a prescindere dal compito, ogi lavoro ha la sua utilità e necessari età
I membri sono assegnati a lavori per periodi variabili, mentre le funzioni di routine come la cucina e la sala da pranzo sono un dovere che viene eseguito a rotazione.
Ogni ramo economico è diretto da un amministratore eletto che è sostituito ogni 2-3 anni. Un coordinatore economico è responsabile per l'organizzazione del lavoro dei diversi rami e per attuare piani di produzione e di investimento.

Il kibbutz, nel corso degli anni ha subito delle battute d’arresto, ma dai primi anni 2000 ha inizio una ripresa del movimento .
"Kibbutzim privatizzati e kibbutzim ancora fedeli ai principi classici diventano una meta agognata per giovani famiglie abitanti in città. In molte di queste famiglie uno dei due coniugi è nato in kibbutz e lo ha lasciato dopo il servizio militare, ma ci sono anche famiglie che non hanno mai avuto a che fare con un kibbutz.
Si accavallano domande per essere accolti in kibbutz come semplici inquilini che pagano un affitto o come ‘nuovi compagni’ che mantengono la loro indipendenza economica (e quindi non diventano soci dei mezzi di produzione del kibbutz) ma si impegnano a sostenere ovviamente tutte le spese comunali e a partecipare all’attività della comunità.
I motivi che spingono queste famiglie a tornare in kibbutz sono diversi:
. La possibilita` per i bambini di muoversi all’aperto senza paura di essere investiti o rapiti. In genere in tutti i kibbutzim vi sono strutture adatte ad accogliere i bambini di tutte le età, molto apprezzate.
- L’assistenza sanitaria per lo più e` migliore e più rapida che non in città.
- L’aria pulita del kibbutz in luogo dello smog cittadino: ecologicamente il kibbutz è un luogo dove si vive meglio.
- La possibilità di un minimo di vita sociale comunitaria. Molte di queste famiglie decidono di costruirsi, con i propri mezzi, la casa in kibbutz."  (Corrado De Benedetti)

Molti i kibbutz, tutti con una storia da raccontare, da conoscere
Di Degania abbiamo accennato.. qui sotto Degania all'origine, Degania Bet oggi..



Un altro da ricordare è quello di Sde Boker (foto qui sotto) , in pieno deserto del Negev, fortemente voluto da Ben Gurion che amava la distesa desertica del Negev e voleva vederla trasformata in  una esplosione di fioriture
Ben Gurion, dopo aver lasciato la vita politica, si ritirò proprio qui negli ultimi anni della sua vita. E insieme alla moglie Paula è sepolto poco distante dal kibbutz


E poi il Kibbutz Alumot.. quello di cui ci hanno parlato i nostri amici Amir e Anita..che si trova nel nord di Israele, nei pressi del  Kinneret (Mar di Galilea)
Kibbutz Alumot è stato costituito nel 1936 da un kvutza dei laureati della Scuola Agraria Ben Shemen.
 Nel 1940, il gruppo si è incardinato su un sito temporaneo denominato "Poria Alumot" (ora Poria Illit). Hanno guadagnato da vivere con l'agricoltura e un sanatorio, Beit Alumot. Nel 1947 hanno fondato un insediamento permanente su una collina affacciata sul Lago Kinneret. A causa di una carenza di acqua, terreni agricoli e nuovi membri, il kibbutz è stata smantellata nel 1969 e ri-stabilito l'anno successivo da immigrati provenienti da Argentina.
In questo kibbutz visse anche Shimon Peres..

E un altro ancora di cui potete leggere nel bellissimo “I sogni non passano in eredità, cinquant'anni di vita in kibbutz”.. Ruhama fondata nel 1911..


Qui è possibile trovare una lista dei kibbutz in Israele...

e qui...io in pieno relax al kibbutz Ginosar..




venerdì 30 gennaio 2015

"L'antisemitismo che cresce in Europa" , Naor Gilon su Il messaggero


articolo dell'Ambasciatore di Israele in Italia Naor Gilon, apparso oggi su Il Messaggero (30 gennaio 2015):


Questa settimana è ricorso il 70 anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, principale simbolo dei devastanti esiti dell'odio antiebraico in Europa. Un odio che ha portato rovina e distruzione su un ebraismo che ha contribuito alla vita e alla civilizzazione europea e occidentale. Sono trascorsi 70 anni, ma l'ombra nefasta dell'antisemitismo in Europa è tornata a crescere. 
Com'è possibile che molti ebrei d'Europa debbano aver paura di camminare liberamente per strada indossando simboli che li identifichino come ebrei? Com'è concepibile che le scuole ebraiche debbano essere protette da migliaia di militari? 

Purtroppo, all'antisemitismo tradizionale si è aggiunto un nuovo tipo di antisemitismo: odio estremista per l'esistenza stessa dello Stato d'Israele e per il diritto del popolo ebraico a vivere in un proprio Stato. 
Non esiste al mondo altro Paese di cui si discuta continuamente il diritto ad esistere e su cui si riversano quotidianamente minacce di essere cancellato dalla faccia della terra. Da persona i cui genitori sono nati in Europa e il cui padre ha perso la maggior parte della famiglia nella Shoah, io resto sbalordito di fronte alla posizione che molti in Europa hanno scelto di adottare nei confronti del mio Paese: l'unica democrazia liberale del Medio Oriente. 
Come si è potuta creare una situazione in cui esponenti europei abbiano deciso di palesare identificazione assoluta con la parte palestinese del conflitto, anche quando essa diffonde manifestamente odio e istigazione, anche quando essa lancia missili contro i civili? 
A volte si ha l'impressione che ci sia chi voglia ripulire la propria coscienza per le atrocità commesse dai propri genitori, sostenendo accuse e paragoni privi di ogni fondamento nei confronti dello Stato degli ebrei. Ci sono, purtroppo, parlamentari che stanno comodamente seduti in Svezia o in Irlanda e credono di sapere meglio degli ebrei che vivono in Medio Oriente che cosa sia più opportuno per risolvere il conflitto. Nell'ebraismo c'è un adagio che recita: «Non giudicare mai una persona, finché non ti trovi nella sua situazione». Basta osservare bene ciò che sta avvenendo attualmente in Europa, alle prese con la minaccia dell'estremismo islamico, per poter comprendere meglio le sfide cui si è trovato di fronte Israele. Quei parlamentari decidono di regalare ai palestinesi dall'Europa, con un telecomando, uno Stato, senza che questi ultimi debbano condurre dei negoziati così come da impegni presi. 
Che cosa garantisce che in questo modo non sorga una nuova entità terroristica? 
Abbiamo forse bisogno ancora di un altro Stato terrorista in Medio Oriente? 
Quegli stessi esponenti politici, che in gran parte agiscono per ingenuità o per concezioni errate della realtà, e non - spero - per malafede, si affretteranno poi a esprimere il proprio rammarico, qualora questo "esperimento" sulla pelle dei cittadini israeliani dovesse fallire. Sappiamo già per esperienza diretta che il ritiro israeliano da Gaza non ha portato con sé la pace e la quiete promesse. Al contrario, ha portato un riarmo senza precedenti delle organizzazioni terroristiche al confine. A differenza di 70 anni fa, oggi esiste nel mondo uno Stato che si autodefinisce patria del popolo ebraico e che comprende anche più del 20% di popolazione non ebraica che vive in piena uguaglianza. Il numero degli ebrei che vivono oggi in Israele ha raggiunto la simbolica cifra di 6 milioni: lo stesso numero di ebrei trucidati durante la Shoah. Non abbiamo più alcuna intenzione di suicidarci a causa della volontà di alcuni politici. Tutti i capi di governo israeliani dall'avvio del processo di pace di Oslo (1993) hanno espresso il proprio sostegno alla soluzione dei due stati. Un accordo sostenibile potrà essere tale soltanto se non metterà a rischio lo Stato degli ebrei, che ultimamente sembra essere sempre più l'unico rifugio sicuro per gli ebrei del mondo. La sfida per l'Europa è quella di riuscire a consentire, 70 anni dopo la Shoah, a tutti, e in particolare agli ebrei europei, di vivere una vita sicura sul proprio suolo. La nostra sfida, come Stato d'Israele, è invece quella di difendere la nostra condizione di patria sicura del popolo ebraico e di accogliere tutti gli ebrei che scelgono di vivere in Israele.


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Come non condividere le preoccupazione dell'Ambasciatore?
Io, personalmente sono scioccata da questa Europa.., nel 2015, vorrei vedere un' Europa senza piu' estremismi, senza piu' pericoli per le persone, per TUTTE le persone, senza piu' antisemitismo, senza piu' brutalità in ragione dell'appartenenza a un gruppo 

Ecco, pochi giorni fa abbiamo  "ricordiato"..ma non basta..no signori..ricordare e dire "che orrore" NON basta. 
Oggi noi dobbiamo alzarci e dire forte e chiaro NO al nuovo antisemitismo che in Europa vive, serpeggia e si ingrassa.. non voglio vedere altre scuole attaccate, altre sinagoghe bruciate, altri supermercati divenire luoghi di orrore e paura..non voglio piangere altri ebrei morti. 
Voglio siano fermati i criminali estremisti perchè l'antisemitismo è razzismo, una delle peggiori e piu' subdole forme di razzismo. 
Ricordiamo ma non fermiamoci a questo. Ricordiamo e non dimentichiamo chi non c'è piu', ma agiamo affinchè l'antisemitismo sia abbattuto per sempre.


sabato 13 dicembre 2014

Chanukkah/ Hannukkah o Festa delle Luci






Ha luogo durante il mese ebraico di Kislev che cade generalmente a Dicembre, quest’anno la festa di Chanukkah viene celebrata dal 17 al 24 dicembre 2014. Il 16 dicembre, verrà accesa la prima candela.

La storia della ricorrenza di Chanukkah è raccontata nel I e II libro dei Maccabei, apocrifo della Bibbia

Durante il suo regno Alessandro il Macedone, Alessandro Magno, assoggetta prima la Grecia, poi le regioni appartenenti all’impero persiano; rivolge quindi la sua attenzione ai paesi mediterranei, e siccome da sempre la Giudea è una via di primaria importanza fra oriente e occidente sia per il commercio, sia per scopi militari, Alessandro la conquista senza peraltro trovare alcuna resistenza da parte della popolazione dal momento che fino ad allora era stata sotto il dominio persiano.

Le varie province dell’impero fondato da Alessandro, pur sottoposte al governo centrale, godono di una notevole autonomia. Il giovane imperatore, innamorato della cultura greca, si adopera a diffonderla presso tutti i popoli sottomessi. E’ lui, infatti, a dare inizio all’epoca che viene definita ellenistica, epoca di grande rinnovamento culturale e artistico, terminata con la conquista della Grecia da parte dell’impero romano.
La tradizione ebraica afferma che Alessandro rimase profondamente colpito anche dalla cultura dei savi di Israele coi quali ebbe frequenti contatti; su questo argomento il Midrash, che sempre su basi storiche, ci fornisce interessantissime testimonianze.
Tuttavia numerosi ebrei si lasciarono influenzare dalla cultura greca dall’ellenismo, giunto all’epoca al culmine del suo splendore.
La civiltà religiosa e sociale ebraica, fondata sulla Torah e sulla letteratura profetica che insegnano monoteismo e l’uguaglianza tra tutti gli uomini, è però radicata e diversa da quella greca che erge i suoi ideali sulla forza e sulla bellezza fisica, suoi valori artistici dell’idolatria. Questa distanza culturale impedisce che l’ellenismo penetri in profondità soprattutto tra la popolazione strettamente legata e fedele agli ideali ebraici.
Alla morte di Alessandro Magno (IV sec. A. Era Cristiana) il regno si smembra e sovrani dei vari stati divengono i diadochi.Segue un periodo molto confuso di lotte, alla fine delle quali la maggior parte dell’impero di Alessandro viene diviso fra Egitto sotto il dominio dei Lagidi, e Siria, sotto quelli dei Seleucidi.
La Giudea rimane in un primo tempo sotto l’Egitto sul trono del quale si succedono tre re lagidi uno dei quali, Tolomeo II Filadelfo, commissiona la traduzione della Bibbia in greco: fatto di grande rilievo poiché da questo momento la Bibbia che, scritto in ebraico, era praticamente inaccessibile alle culture di lingua diversa, può essere letta e studiata anche dai non ebrei.
Tale lettura esercita una notevole influenza sulle classi più culturalmente preparate e sui filosofi già alla ricerca di una concezione religiosa e sociale diversa da quella dell’epoca: ed è così che tutta la civiltà successiva darà fortemente influenzata sia dalla cultura ellenistica, sia da quella ebraica.
Segue un periodo di lotte fra Lagidi e Seleucidi che si riflettono anche in Giudea con alternarsi di momenti più o meno tranquilli, e infine la Giudea passa sotto il dominio dei Seleucidi.
Antioco III, re di Siria, non esercita un potere troppo oppressivo, ma si arroga il diritto di destituire e nominare i sommi sacerdoti ebrei. Sotto Antioco IV si verificherà una scandalosa lotta di potere tra due personalità ebraiche, che avevano ellenizzato i loro nomi in Giasone e Menelao, lotta che coinvolge moralmente e materialmente tutta la popolazione ebraica.
Molti del popolo in Giudea simpatizzavano invece coi chassidim, gli ebrei ligi alle leggi della Torah, perché ritenevano che l’eccessiva influenza dell’ellenismo sulla cultura ebraica potesse portare all’annullamento della sua identità.
Diviene re Antioco IV che si trova a governare popoli di diverse e non omogenee culture: ritiene di poter ovviare a tale difficile situazione imponendo a tutti, compresi gli ebrei, una totale ellenizzazione che significava anche l’accettazione del culto idolatra.
La cultura ellenistica era penetrata senza difficoltà fra la popolazione ebraica affascinata dall’arte, dall’amore per l’estetica, dalla filosofia greca. I giovani si erano appassionati agli esercizi ginnici e frequentavano con entusiasmo il gymnasium, le palestre.
Ma nessuno dei predecessori di Antioco IV si era intromesso nel credo ideologico ebraico, salvaguardando, almeno agli occhi degli ebrei, la loro stessa libertà civile, sostanzialmente coincidente secondo la loro cultura con la libertà religiosa.
L’obbligo di accettare il culto dei greci che sottintendeva il riconoscimento di tutto il suo pittoresco e variopinto Olimpo, non aveva suscitato alcun risentimento presso i popoli idolatri abituati sempre ad aggiungere con la massima disinvoltura ai propri anche gli dèi dei conquistatori; nella Giudea, invece, questa imposizione suscitò una reazione violentissima soprattutto fra i chassidim, i fedeli, i pii, che, come già detto, avevano sempre guardato all’ellenismo con diffidenza, e inoltre non erano mai statifavorevoli alla dinastia dei Seleucidi che si era troppo immischiata nelle questioni religiose ebraiche.
Ma il potente Antioco IV, che si fa chiamare Epifane, “Dio che si manifesta”, ma che gli ebrei chiamano Epimane, “il pazzo”, non può permettere che un piccolo popolo quale quello degli ebrei resti apertamente fedele a un’ideologia monoteista in aperto contrasto con quella di Stato e completamente diversa da quella degli altri popoli del suo impero.
Di fronte al tenace rifiuto degli ebrei di accettare l’idolatria greca, assume un atteggiamento apertamente persecutorio che mira a colpire il cuore della fede ebraica: il 25 di Kislev fa erigere un altare a Giove sul monte del Tempio, proibisce lo studio della Torah, la pratica della circoncisione, l’osservanza del Sabato e delle feste.
I rotoli della Torah vengono bruciati sulle pubbliche piazze. A Gerusalemme viene compiuta una strage fra la popolazione fedele all’ebraismo e costruita una fortezza, l’Acra, presidiata da truppe siriache.
Fra gli ebrei si verificano atti di eroismo: al vecchio Eleazar viene promessa salva la vita purché compia anche solo il gesto di mangiare carne di maiale per dare una dimostrazione al popolo. Eleazar rifiuta e viene ucciso.
Anna, madre di sette figli, li esorta a rifiutare l’imposizione di Antioco di inchinarsi agli idoli, e li invita a proclamare apertamente la loro fede in Dio: i suoi figli vengono torturati e uccisi davanti ai suoi occhi, precedendo di poco la sua stessa sorte.
Ma il popolo ebraico non si arrende: il precetto della circoncisione viene effettuato segretamente, le feste celebrate nell’intimità delle case, la Torah insegnata di nascosto.
Antioco non sopporto la resistenza passiva della popolazione e invia nei vari paesi suoi funzionari a edificare altari su cui far sacrificare agli dèi animali impuri, in particolare maiali, dagli stessi ebrei. Per compiere il sacrificio vengono scelte di proposito eminenti personalità del mondo ebraico. Se rifiutano vengono uccise. 
Antioco spera che vedendo i loro capi profanare apertamente e pubblicamente il proprio credo, anche la popolazione si arrenda alle imposizioni siriache; se questo tentativo fallisse
confida tuttavia di fiaccare la volontà del popolo di fronte al martirio dei capi.
Alcuni funzionari siri giungono a Modi’in, piccola città dove si era rifugiato Mattatià della famiglia degli Asmonei, che era stato il Kohen Gadol, il Sommo Sacerdote.
Anche lì viene edificato un altare e viene imposto a Mattatià di compiere il sacrificio.  Mattatià uccide il funzionario, poi distrugge l’altare.
E’ l’inizio della rivolta.
Mattatià e i suoi cinque figli, Jochanan, Simeone, Giuda, Gionata e Eleazaro, abbandonano Modi’in e si rifugiano sugli impervi monti della Giudea.
La notizia di questo atto di coraggio si diffonde. Una nuova speranza accende gli animi. Intorno a Mattatià e ai suoi figli si riuniscono tutti coloro che, intolleranti dell’oppressione siriaca, scelgono la strada della ribellione per mantenere la propria libertà. 
Sui monti della Giudea si formano centri di raccolta e rifugi in cui ui vivere, e organizzare azioni contro i siri.
Giuda, uno dei figli di Mattatià, prende il commando dei ribelli.
Si verifica così la prima guerra partigiana della storia: una guerriglia che non dà tregua alle truppe sire impedendo loro i movimenti tra una città e l’altra, cogliendo di sorpresa e disarmando i drappelli in transito, e mettendo in seria difficoltà tutta la bene organizzata e potente macchina bellica sira.
Gli ebrei combattono all’insegna dell’improvvisazione, ma hanno un’ottima conoscenza del territorio e dei monti, e soprattutto fede e un ideale da difendere.
Per questa tattica di continuo martellamento sul nemico Giuda merita il titolo di Maccabi, da maccab, “martello”, appellativo con cui in seguito vengono designati anche tutti i suoi fratelli conosciuti infatti come i fratelli maccabei.
La guerriglia si trasforma in una vera e propria guerra: l’entusiasmo di Giuda e dei suoi soldati ha spesso la meglio sul potente esercito nemico. Gli attacchi compiuti dagli ebrei sono preceduti da discorsi di Giuda , da preghiere e da digiuni.
Antioco manda nuovi generali e nuovi soldati in Giudea, ma si trova in una difficile situazione politica. Inoltre si sta affacciando sul Mediterraneo una nuova, pericolosa
potenza: Roma, che sta combattendole guerre puniche per il predominio del Mediterraneo.
Le vittorie conseguite mettono Giuda in condizione di attaccare Gerusalemme. 
La fortezza sira, l’Acra, cade; il Tempio viene liberato, ma è necessario riconsacrarlo con l’accensione del Ner Tamid, un lume che non doveva mai, per nessuna ragione, essere spento in quanto testimonianza della vigile presenza e della fede del popolo in Dio.
Ma i siri avevano imperversato nel Tempio rubando e distruggendo tutto ciò che vi era contenuto, perfino l’olio consacrato necessario per riaccendere il lume: in tutto il Tempio viene ritrovata una minuscola ampollina ancora sigillata, ma il suo contenuto potrà garantire luce solo poche ore e per prepararne dell’altro occorrono per lo meno otto giorni!
Nasce una discussione fra i Sacerdoti: bisogna rinviare la consacrazione di otto giorni, o riconsacrare subito il Tempio pur sapendo che l’olio non basterà il tempo necessario a prepararne dell’altro e che quindi a un certo punto si spegnerà?
La fede ha il sopravento, il lume viene acceso e il Tempio riconsacrato.
E, racconta il Midrash, accade il miracolo: il poco olio dura otto giorni, e il Nertamid non si spegne.

Nel trattato Shabbath della Mishnah leggiamo: “Che cosa significa Chanukkah?
Quando i greci entrarono nel Tempio profanarono tutto l’olio che vi si trovava, ma quando i re della casa degli Asmonei li sopraffecero e furono vittoriosi, cercarono nel Tempio e trovarono soltanto un’ampollina d’olio con il sigillo del sommo sacerdote che conteneva olio appena sufficiente per un giorno: e accadde un miracolo e durò per otto giorni.”
Fu così istituita la festa di Chanukkah, “inaugurazione” e quindi “riconsacrazione”, e i Maestri ritennero giusto che durasse otto giorni, anche in
analogia con la ricorrenza di Sukkoth, la più lunga delle ricorrenze sacre stabilite della Torah (cf Lv 23).
Durante questi otto giorni in ogni casa ebraica vengono accese le luci, per perpetuare il ricordo del miracolo dell’olio e celebrare la vittoria della fede.
E’ significativo che le luci siano accese vicino alla finestra perché i passanti le vedano, gioiscano e ne traggano un monito: non solo la vita del prossimo è sacra, ma anche i
suoi ideali.

(da Le pietre del tempo di Clara ed Elia Kopciowski, www.comunitadibologna.it)


Curiosità: Perché alcune persone dicono Chanukah, mentre altre  Hanukkah?
Rabbi Mark S. Diamond ci spiega che queste due parole sono frutto di due spelling inglesi differenti, ma nessuna delle due è corretta. La parola ebrea della "festa delle luci", Hanukkah/Chanukah, è data da cinque lettere ebree che aprono la consonante het (chet). Questa lettera non è la stessa dell’ “h” inglese (di house per esempio); come neanche della “ch” di “child”; è un suono gutturale ebreo che non ha un preciso corrispondente nella lingua inglese.

martedì 25 novembre 2014

Israele, le facili critiche degli italiani





Il grande scrittore israeliano David Grossman si trova in questi giorni in Italia per promuovere il suo nuovo e bellissimo romanzo, “Applausi a scena vuota”. In occasione dell’uscita di questo libro, molto diverso dai precedenti, egli ha concesso un’intervista a “Sette” del Corriere della Sera. Grossman, come di consueto nel caso suo e di tanti altri scrittori israeliani, ha dedicato parte dell’intervista alla situazione del Medio Oriente, al conflitto israeliano-palestinese e all’ultima estate di sangue fra Hamas e Israele.
Come risaputo, Grossman è molto critico verso la “miopia” dei governi israeliani, ma in questa intervista mi hanno colpito le sue parole dedicate all’ipocrisia dell’Occidente verso Israele e verso le guerre in Medio Oriente in generale. “Negli ultimi tre anni Bashar Al-assad ha fatto strage dei suoi stessi cittadini. Duecentomila, un genocidio. Quante dimostrazioni avete visto contro di lui? Sulla Siria, uscita dall’agenda internazionale, l’Occidente è ipocrita e indifferente”.

Io, come intellettuale che vive fra le due culture, quella italiana e quella israeliana, noto da diverso tempo il senso critico smisurato che si usa in Italia quando si parla di Israele. Certi esponenti della sinistra radicale, come Diliberto (non so se i giovani lettori del blog se lo ricordano), dicevano “io riconosco il diritto di Israele di esistere” come fosse necessario che un politico italiano desse un sigillo di legittimità allo stato ebraico. In molte altre occasioni, per esempio nella seconda guerra del Libano (2006), si bruciavano bandiere israeliane a Milano. Non ricordo nemmeno una bandiera siriana bruciata in nessuna città italiana, e nel caso di Assad si parla di genocidio. Mi sembra umanamente ed eticamente doveroso che chi è sensibile all’occupazione israeliana dei Territori dovrebbe inorridire di fronte a un genocidio di questa portata.

Troppo facile, mi ha insegnato l’amico scrittore arabo di Acri Ala Hlehel, dedicare tanta attenzione nell’ultimo anno all’Isis e lasciare Bashar Al-assad e il suo governo totalitario a massacrare bambini, donne, vecchi e anche stranieri.
Un altro campo dove si rivela questo eccessivo senso critico verso Israele sono i commenti sui diversi giornali italiani. Comparare il sionismo all’apartheid è una cosa inacettabile. Parlare dell’esercito israeliano come simile a quello nazista o accusare Israele di “pulizia etnica” sono toni che si sono insinuati nel dibattito politico italiano che riguarda il Medio Oriente.
Ogni italiano, di sinistra o di destra, ha un lungo elenco etico con cui deve fare i conti. La xenofobia dichiarata della Lega, la criminalità organizzata e il suo disprezzo per la vita umana, che costringe uno scrittore a vivere sotto scorta per un libro pubblicato, gli immigrati disperati che trovano la morte nelle acque territoriali italiane o che lavorano come schiavi nei campi. Ma anche un fatto non meno eclatante rilevato da Furio Colombo su il Fatto Quotidiano del 21 novembre: che in Italia, se sei di genitori stranieri, non basta nascere su questo territorio, crescere su questo territorio, parlare italiano, mangiare italiano, conoscere anche i dialetti del tuo luogo d’infanzia per diventare cittadino. Delle volte questi italiani al 100% aspettano 16, 18 anni prima che questo diritto venga loro riconosciuto.

Gli scrittori e intellettuali israeliani sono molto seguiti e amati in Italia, tanti dei miei colleghi sono invitati nei maggiori festival di letteratura in Italia anche più d’una volta l’anno. In nessuna occasione qualcuno di loro ha criticato gli “armadi della vergogna”, che certi governi italiani hanno chiuso per loro comodità. Quando vengono qua si occupano delle lacune del loro paese e del loro governo, perché così è giusto. Mi auguro di vedere altrettanto senso critico anche nella destra e nella sinistra italiana. 
A Israele ci penseranno i grandi scrittori e filosofi israeliani.



di: Alon Altaras, Il Fatto Quotidiano 22 novembre 2014,