domenica 8 febbraio 2015

Il Kibbutz

Sabato 7 febbraio l'associazione Italia Israele di alba Bra Langhe e Roero ha avuto l'onore di ospitare due amici israeliani, Ariel ed Anita che ci hanno parlato del loro kibbutz, Alumot.

Ma cos'è un kibbutz, come è gestito, a quali principi è ispirato?

" Il 28 ottobre 1910 noi compagni, dieci uomini e due donne, abbiamo fondato un insediamento indipendente di lavoratori ebrei. Una cooperativa, senza sfruttatori e senza sfruttati. Una comune».

L’iscrizione sulla pietra indica il patto che suggellava la nascita di uno dei piu’ famosi Kibbutz, Degania, sulle rive del lago di Tiberiade.  

"Il giorno 28 ottobre 1910 due donne e dieci uomini firmavano il contratto con il dottor Ruppin che dirigeva a Giaffa il dipartimento colonizzazione della Organizzazione sionistica mondiale, per lavorare in comune il terreno comprato a Umm Juni dalla stessa organizzazione. Il dottor Ruppin era un uomo di larghe idee e aveva accettato la proposta senza alcuna condizione. 
Quel gruppo di giovani, ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni, aveva ben poca esperienza nei lavori agricoli: come altri giovani della loro età avevano partecipato direttamente o indirettamente alla rivoluzione russa fallita nel 1905.
 Erano stati influenzati dalle teorie del nascente socialismo da un parte, e dal sionismo di Herzl dall’altra, e avevano deciso di salire in Palestina per realizzare il sionismo a mezzo del lavoro agricolo. Quel piccolo gruppo di dieci ragazzi era stato in modo particolare influenzato dalle teorie di A.D.Gordon, per un socialismo basato sul lavoro fisico e la realizzazione del sionismo a mezzo della redenzione del suolo con il lavoro. Gordon stesso si trasferirà nel 1919 a Degania, dove vivrà fino alla morte. Così si forma Degania, sulle rive del lago di Tiberiade, e il gruppo fissa due principi basilari sui quali basare il comportamento della comunità:
1-      La proprietà dei mezzi di produzione e dei beni mobili e immobili (che verranno solo in futuro!) appartiene alla comunità.
2-        2- Ogni singolo deve dare alla comunità secondo le proprie possibilità e ricevere secondo i propri bisogni, nei limiti delle possibilità della comunità stessa"  (Corrado De Benedetti)

Il Kibbutz (parola ebraica per "insediamento comunale") è una comunità rurale; una società dedicata all'aiuto reciproco e alla giustizia sociale; un sistema socio-economico basato sul principio della comproprietà di un bene, l'uguaglianza e la cooperazione di produzione, consumo e l'istruzione; il compimento dell'idea "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni"; una casa per coloro che hanno scelto.

Il primo kibbutzim (plurale di "kibbutz") è stato fondato circa 40 anni prima della costituzione dello Stato di Israele (1948).
Degania (dall'ebraico "Dagan," grano che significa), situato a sud del Lago Kinneret, è stato fondato nel 1910, come visto sopra,  da un gruppo di pionieri su terreni acquisiti dal Fondo Nazionale Ebraico. I loro fondatori erano giovani pionieri ebrei, principalmente dall'Europa dell'Est, che erano immigrati  non solo per recuperare il terreno della loro antica patria, ma anche per creare un nuovo modello di vita.
Il loro percorso non è stato facile: un ambiente ostile, inesperienza con il lavoro fisico, la mancanza di know-how agricolo, terra desolata trascurata per secoli, la scarsità di acqua e di una carenza di fondi sono stati tra le difficoltà li confrontano. Superando molte difficoltà, sono riusciti a sviluppare comunità fiorenti che hanno svolto un ruolo dominante nella creazione e la costruzione dello Stato.

La maggior parte dei kibbutzim sono disposte secondo un ordine simile:
abbiamo un’area residenziale, che comprende curatissime case e giardini, case per bambini (scuole asili etc..) e campi da gioco per tutte le età,  servizi comuni, come una sala da pranzo, auditorium, biblioteca, piscina, campo da tennis, ambulatorio medico, lavanderia, alimentari e simili . Adiacente alle abitazioni vi sono capannoni per bovini da latte e moderni pollai, nonché uno o più impianti industriali.
Quindi abbiamo campi agricoli, orti, a volte laghi con pesci.

Il kibbutz prevedeva un refettorio comune per  i pasti di tutti i membri, che avevano una piccola casa, in genere priva di una vera e propria “cucina” proprio perché nelle case “private” non si consumavano i pasti, i quali erano “in comune”.
Uno dei primi atti dei movimenti è quello di dare una base ideologica alla educazione comunitaria dei bambini, basata anche sulle teorie della Montessori e sui nuovi orientamenti della psicanalisi.
I bambini venivano alloggiati tutti assieme nella sola casa in muratura che il kibbutz poteva permettersi di costruire, e ciò avveniva per motivi di sicurezza e di difesa dalle intemperie.
I bambini abitano in case diverse a seconda dell’età, e in queste case dormono, mangiano e studiano. In famiglia passano le ore del pomeriggio dalle 16 alle 20, e tutti i giorni festivi. Il compito della educazione viene condiviso tra i genitori e gli educatori. Va sottolineato il fatto che nelle ore pomeridiane (da quattro a sei ore) per lo meno uno dei genitori deve occuparsi dei bambini, cosa che nel ritmo frenetico della vita odierna è quasi sempre impossibile
Presto questa modalità di educazione dei bambini però cambio’, e i bambini a sera tornavano /tornano dalle loro famiglie e le Case dei bambini restarono luoghi per l’educazione dei bambini /ragazzi per le ore diurne, come asili e scuole.
Oggi  anche la regola del pasto sempre in comune non è cosi’ rigida ed è possibile consumare pasti anche nelle proprie abitazioni.
Le abitazioni sono assegnate ai membri dai funzionari del kibbutz che in genere cercano di assegnare le abitazioni piu’ vicine ai refettori ai membri piu’ anziani, per agevolarli nel recarsi alla sala mensa

Le funzioni amministrative all’interno di un  kibbutz sono disciplinate come in una democrazia diretta. L'assemblea generale di tutti i suoi membri pone le basi della politica del kibbutz, elegge gli amministratori,  autorizza il bilancio e approva i nuovi membri. Serve non solo come organo decisionale, ma anche come un forum dove i membri possono esprimere le loro opinioni e punti di vista.

Giorno per giorno gli affari sono gestiti da comitati eletti, che si occupano di settori quali l'alloggio, la finanza, la pianificazione della produzione, la salute e la cultura. I presidenti di alcuni di questi comitati, insieme con il segretario (che detiene la prima posizione nel kibbutz) formano l'esecutivo del kibbutz. Le posizioni di segretario, tesoriere e coordinatore di lavoro sono, di regola, a tempo pieno, mentre gli altri membri servono nelle commissioni in aggiunta ai loro posti di lavoro regolari.
Per i fondatori, la lavorazione della terra e la trasformazione degli abitanti delle città in agricoltori è un'ideologia, non solo un modo per guadagnarsi da vivere. Nel corso degli anni, gli agricoltori del kibbutz hanno fatto si’ che  terreni aridi letteralmente sbocciassero
Attraverso una combinazione di duro lavoro e di metodi di coltivazione avanzati, hanno ottenuto risultati notevoli, che rappresentano una grande percentuale della produzione agricola di Israele fino ad oggi.

Le attività di produzione dei kibbutzim sono organizzate in diversi rami autonomi. Mentre la maggior parte sono ancora basati sull’agricoltura, oggi praticamente tutti i kibbutz hanno in aggiunta ampliato l’attività ..ad esempio molti sono anche strutture turistiche (e spesso molto belle e confortevoli!), o in attività di tipo industriale

La maggior parte dell'industria kibbutz è concentrata in tre rami principali: il lavoro in metallo, materie plastiche e prodotti alimentari trasformati. La maggior parte delle strutture industriali sono piuttosto piccole, con meno di un centinaio di lavoratori.
Negli ultimi anni, un numero crescente di kibbutzim sono diventate centri per il turismo, con strutture ricreative come pensioni, piscine, equitazione, campi da tennis, musei, aziende agricole di animali esotici e parchi acquatici per gli israeliani ei turisti stranieri.
Il turismo rurale è pertanto divenuto una fonte aggiuntiva e di reddito. 
Grazie alla loro dispersione geografica, molti kibbutzim sono situati in splendidi paesaggi e spazi aperti e fanno buon uso delle loro risorse (edifici e personale) che si sono resi disponibili a causa dei cambiamenti tecnologici ed economici che hanno avuto luogo negli ultimi decenni. 
Le tendenze a lungo termine dell'economia kibbutz indicano l'espansione del settore a scapito dell'agricoltura, e un calo della percentuale di lavoro nei servizi, o la loro trasformazione in "iniziative imprenditoriali" (vendita di servizi per la popolazione al di fuori del kibbutz, ad esempio, la cura dei bambini al di fuori del kibbutz nelle case dei bambini). Tale andamento riflette uno sforzo per far fronte alla crisi economica, aumentando la percentuale di dipendenti nelle filiali di produzione, e l'espansione delle attività generatrici di reddito, che si manifesta in un aumento nelle filiali sussidiarie.


Il contributo del kibbutz alla produzione del paese, sia in agricoltura (33 per cento dei prodotti agricoli) e nell'industria (6,3 per cento dei manufatti) è di gran lunga superiore alla loro quota di popolazione (2,5 per cento).

Poiché la popolazione di Israele è cresciuta e i centri urbani si sono ampliati, alcuni kibbutzim si sono trovati praticamente alle periferie delle città. A causa di questa vicinanza, molti di loro ora offrono servizi al pubblico, come lavanderie, ristorazione, outlet e cura dei bambini, tra cui campi estivi.
Il lavoro è un valore in sé e per sé, a prescindere dal compito, ogi lavoro ha la sua utilità e necessari età
I membri sono assegnati a lavori per periodi variabili, mentre le funzioni di routine come la cucina e la sala da pranzo sono un dovere che viene eseguito a rotazione.
Ogni ramo economico è diretto da un amministratore eletto che è sostituito ogni 2-3 anni. Un coordinatore economico è responsabile per l'organizzazione del lavoro dei diversi rami e per attuare piani di produzione e di investimento.

Il kibbutz, nel corso degli anni ha subito delle battute d’arresto, ma dai primi anni 2000 ha inizio una ripresa del movimento .
"Kibbutzim privatizzati e kibbutzim ancora fedeli ai principi classici diventano una meta agognata per giovani famiglie abitanti in città. In molte di queste famiglie uno dei due coniugi è nato in kibbutz e lo ha lasciato dopo il servizio militare, ma ci sono anche famiglie che non hanno mai avuto a che fare con un kibbutz.
Si accavallano domande per essere accolti in kibbutz come semplici inquilini che pagano un affitto o come ‘nuovi compagni’ che mantengono la loro indipendenza economica (e quindi non diventano soci dei mezzi di produzione del kibbutz) ma si impegnano a sostenere ovviamente tutte le spese comunali e a partecipare all’attività della comunità.
I motivi che spingono queste famiglie a tornare in kibbutz sono diversi:
. La possibilita` per i bambini di muoversi all’aperto senza paura di essere investiti o rapiti. In genere in tutti i kibbutzim vi sono strutture adatte ad accogliere i bambini di tutte le età, molto apprezzate.
- L’assistenza sanitaria per lo più e` migliore e più rapida che non in città.
- L’aria pulita del kibbutz in luogo dello smog cittadino: ecologicamente il kibbutz è un luogo dove si vive meglio.
- La possibilità di un minimo di vita sociale comunitaria. Molte di queste famiglie decidono di costruirsi, con i propri mezzi, la casa in kibbutz."  (Corrado De Benedetti)

Molti i kibbutz, tutti con una storia da raccontare, da conoscere
Di Degania abbiamo accennato.. qui sotto Degania all'origine, Degania Bet oggi..



Un altro da ricordare è quello di Sde Boker (foto qui sotto) , in pieno deserto del Negev, fortemente voluto da Ben Gurion che amava la distesa desertica del Negev e voleva vederla trasformata in  una esplosione di fioriture
Ben Gurion, dopo aver lasciato la vita politica, si ritirò proprio qui negli ultimi anni della sua vita. E insieme alla moglie Paula è sepolto poco distante dal kibbutz


E poi il Kibbutz Alumot.. quello di cui ci hanno parlato i nostri amici Amir e Anita..che si trova nel nord di Israele, nei pressi del  Kinneret (Mar di Galilea)
Kibbutz Alumot è stato costituito nel 1936 da un kvutza dei laureati della Scuola Agraria Ben Shemen.
 Nel 1940, il gruppo si è incardinato su un sito temporaneo denominato "Poria Alumot" (ora Poria Illit). Hanno guadagnato da vivere con l'agricoltura e un sanatorio, Beit Alumot. Nel 1947 hanno fondato un insediamento permanente su una collina affacciata sul Lago Kinneret. A causa di una carenza di acqua, terreni agricoli e nuovi membri, il kibbutz è stata smantellata nel 1969 e ri-stabilito l'anno successivo da immigrati provenienti da Argentina.
In questo kibbutz visse anche Shimon Peres..

E un altro ancora di cui potete leggere nel bellissimo “I sogni non passano in eredità, cinquant'anni di vita in kibbutz”.. Ruhama fondata nel 1911..


Qui è possibile trovare una lista dei kibbutz in Israele...

e qui...io in pieno relax al kibbutz Ginosar..




venerdì 30 gennaio 2015

"L'antisemitismo che cresce in Europa" , Naor Gilon su Il messaggero


articolo dell'Ambasciatore di Israele in Italia Naor Gilon, apparso oggi su Il Messaggero (30 gennaio 2015):


Questa settimana è ricorso il 70 anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, principale simbolo dei devastanti esiti dell'odio antiebraico in Europa. Un odio che ha portato rovina e distruzione su un ebraismo che ha contribuito alla vita e alla civilizzazione europea e occidentale. Sono trascorsi 70 anni, ma l'ombra nefasta dell'antisemitismo in Europa è tornata a crescere. 
Com'è possibile che molti ebrei d'Europa debbano aver paura di camminare liberamente per strada indossando simboli che li identifichino come ebrei? Com'è concepibile che le scuole ebraiche debbano essere protette da migliaia di militari? 

Purtroppo, all'antisemitismo tradizionale si è aggiunto un nuovo tipo di antisemitismo: odio estremista per l'esistenza stessa dello Stato d'Israele e per il diritto del popolo ebraico a vivere in un proprio Stato. 
Non esiste al mondo altro Paese di cui si discuta continuamente il diritto ad esistere e su cui si riversano quotidianamente minacce di essere cancellato dalla faccia della terra. Da persona i cui genitori sono nati in Europa e il cui padre ha perso la maggior parte della famiglia nella Shoah, io resto sbalordito di fronte alla posizione che molti in Europa hanno scelto di adottare nei confronti del mio Paese: l'unica democrazia liberale del Medio Oriente. 
Come si è potuta creare una situazione in cui esponenti europei abbiano deciso di palesare identificazione assoluta con la parte palestinese del conflitto, anche quando essa diffonde manifestamente odio e istigazione, anche quando essa lancia missili contro i civili? 
A volte si ha l'impressione che ci sia chi voglia ripulire la propria coscienza per le atrocità commesse dai propri genitori, sostenendo accuse e paragoni privi di ogni fondamento nei confronti dello Stato degli ebrei. Ci sono, purtroppo, parlamentari che stanno comodamente seduti in Svezia o in Irlanda e credono di sapere meglio degli ebrei che vivono in Medio Oriente che cosa sia più opportuno per risolvere il conflitto. Nell'ebraismo c'è un adagio che recita: «Non giudicare mai una persona, finché non ti trovi nella sua situazione». Basta osservare bene ciò che sta avvenendo attualmente in Europa, alle prese con la minaccia dell'estremismo islamico, per poter comprendere meglio le sfide cui si è trovato di fronte Israele. Quei parlamentari decidono di regalare ai palestinesi dall'Europa, con un telecomando, uno Stato, senza che questi ultimi debbano condurre dei negoziati così come da impegni presi. 
Che cosa garantisce che in questo modo non sorga una nuova entità terroristica? 
Abbiamo forse bisogno ancora di un altro Stato terrorista in Medio Oriente? 
Quegli stessi esponenti politici, che in gran parte agiscono per ingenuità o per concezioni errate della realtà, e non - spero - per malafede, si affretteranno poi a esprimere il proprio rammarico, qualora questo "esperimento" sulla pelle dei cittadini israeliani dovesse fallire. Sappiamo già per esperienza diretta che il ritiro israeliano da Gaza non ha portato con sé la pace e la quiete promesse. Al contrario, ha portato un riarmo senza precedenti delle organizzazioni terroristiche al confine. A differenza di 70 anni fa, oggi esiste nel mondo uno Stato che si autodefinisce patria del popolo ebraico e che comprende anche più del 20% di popolazione non ebraica che vive in piena uguaglianza. Il numero degli ebrei che vivono oggi in Israele ha raggiunto la simbolica cifra di 6 milioni: lo stesso numero di ebrei trucidati durante la Shoah. Non abbiamo più alcuna intenzione di suicidarci a causa della volontà di alcuni politici. Tutti i capi di governo israeliani dall'avvio del processo di pace di Oslo (1993) hanno espresso il proprio sostegno alla soluzione dei due stati. Un accordo sostenibile potrà essere tale soltanto se non metterà a rischio lo Stato degli ebrei, che ultimamente sembra essere sempre più l'unico rifugio sicuro per gli ebrei del mondo. La sfida per l'Europa è quella di riuscire a consentire, 70 anni dopo la Shoah, a tutti, e in particolare agli ebrei europei, di vivere una vita sicura sul proprio suolo. La nostra sfida, come Stato d'Israele, è invece quella di difendere la nostra condizione di patria sicura del popolo ebraico e di accogliere tutti gli ebrei che scelgono di vivere in Israele.


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Come non condividere le preoccupazione dell'Ambasciatore?
Io, personalmente sono scioccata da questa Europa.., nel 2015, vorrei vedere un' Europa senza piu' estremismi, senza piu' pericoli per le persone, per TUTTE le persone, senza piu' antisemitismo, senza piu' brutalità in ragione dell'appartenenza a un gruppo 

Ecco, pochi giorni fa abbiamo  "ricordiato"..ma non basta..no signori..ricordare e dire "che orrore" NON basta. 
Oggi noi dobbiamo alzarci e dire forte e chiaro NO al nuovo antisemitismo che in Europa vive, serpeggia e si ingrassa.. non voglio vedere altre scuole attaccate, altre sinagoghe bruciate, altri supermercati divenire luoghi di orrore e paura..non voglio piangere altri ebrei morti. 
Voglio siano fermati i criminali estremisti perchè l'antisemitismo è razzismo, una delle peggiori e piu' subdole forme di razzismo. 
Ricordiamo ma non fermiamoci a questo. Ricordiamo e non dimentichiamo chi non c'è piu', ma agiamo affinchè l'antisemitismo sia abbattuto per sempre.


sabato 13 dicembre 2014

Chanukkah/ Hannukkah o Festa delle Luci






Ha luogo durante il mese ebraico di Kislev che cade generalmente a Dicembre, quest’anno la festa di Chanukkah viene celebrata dal 17 al 24 dicembre 2014. Il 16 dicembre, verrà accesa la prima candela.

La storia della ricorrenza di Chanukkah è raccontata nel I e II libro dei Maccabei, apocrifo della Bibbia

Durante il suo regno Alessandro il Macedone, Alessandro Magno, assoggetta prima la Grecia, poi le regioni appartenenti all’impero persiano; rivolge quindi la sua attenzione ai paesi mediterranei, e siccome da sempre la Giudea è una via di primaria importanza fra oriente e occidente sia per il commercio, sia per scopi militari, Alessandro la conquista senza peraltro trovare alcuna resistenza da parte della popolazione dal momento che fino ad allora era stata sotto il dominio persiano.

Le varie province dell’impero fondato da Alessandro, pur sottoposte al governo centrale, godono di una notevole autonomia. Il giovane imperatore, innamorato della cultura greca, si adopera a diffonderla presso tutti i popoli sottomessi. E’ lui, infatti, a dare inizio all’epoca che viene definita ellenistica, epoca di grande rinnovamento culturale e artistico, terminata con la conquista della Grecia da parte dell’impero romano.
La tradizione ebraica afferma che Alessandro rimase profondamente colpito anche dalla cultura dei savi di Israele coi quali ebbe frequenti contatti; su questo argomento il Midrash, che sempre su basi storiche, ci fornisce interessantissime testimonianze.
Tuttavia numerosi ebrei si lasciarono influenzare dalla cultura greca dall’ellenismo, giunto all’epoca al culmine del suo splendore.
La civiltà religiosa e sociale ebraica, fondata sulla Torah e sulla letteratura profetica che insegnano monoteismo e l’uguaglianza tra tutti gli uomini, è però radicata e diversa da quella greca che erge i suoi ideali sulla forza e sulla bellezza fisica, suoi valori artistici dell’idolatria. Questa distanza culturale impedisce che l’ellenismo penetri in profondità soprattutto tra la popolazione strettamente legata e fedele agli ideali ebraici.
Alla morte di Alessandro Magno (IV sec. A. Era Cristiana) il regno si smembra e sovrani dei vari stati divengono i diadochi.Segue un periodo molto confuso di lotte, alla fine delle quali la maggior parte dell’impero di Alessandro viene diviso fra Egitto sotto il dominio dei Lagidi, e Siria, sotto quelli dei Seleucidi.
La Giudea rimane in un primo tempo sotto l’Egitto sul trono del quale si succedono tre re lagidi uno dei quali, Tolomeo II Filadelfo, commissiona la traduzione della Bibbia in greco: fatto di grande rilievo poiché da questo momento la Bibbia che, scritto in ebraico, era praticamente inaccessibile alle culture di lingua diversa, può essere letta e studiata anche dai non ebrei.
Tale lettura esercita una notevole influenza sulle classi più culturalmente preparate e sui filosofi già alla ricerca di una concezione religiosa e sociale diversa da quella dell’epoca: ed è così che tutta la civiltà successiva darà fortemente influenzata sia dalla cultura ellenistica, sia da quella ebraica.
Segue un periodo di lotte fra Lagidi e Seleucidi che si riflettono anche in Giudea con alternarsi di momenti più o meno tranquilli, e infine la Giudea passa sotto il dominio dei Seleucidi.
Antioco III, re di Siria, non esercita un potere troppo oppressivo, ma si arroga il diritto di destituire e nominare i sommi sacerdoti ebrei. Sotto Antioco IV si verificherà una scandalosa lotta di potere tra due personalità ebraiche, che avevano ellenizzato i loro nomi in Giasone e Menelao, lotta che coinvolge moralmente e materialmente tutta la popolazione ebraica.
Molti del popolo in Giudea simpatizzavano invece coi chassidim, gli ebrei ligi alle leggi della Torah, perché ritenevano che l’eccessiva influenza dell’ellenismo sulla cultura ebraica potesse portare all’annullamento della sua identità.
Diviene re Antioco IV che si trova a governare popoli di diverse e non omogenee culture: ritiene di poter ovviare a tale difficile situazione imponendo a tutti, compresi gli ebrei, una totale ellenizzazione che significava anche l’accettazione del culto idolatra.
La cultura ellenistica era penetrata senza difficoltà fra la popolazione ebraica affascinata dall’arte, dall’amore per l’estetica, dalla filosofia greca. I giovani si erano appassionati agli esercizi ginnici e frequentavano con entusiasmo il gymnasium, le palestre.
Ma nessuno dei predecessori di Antioco IV si era intromesso nel credo ideologico ebraico, salvaguardando, almeno agli occhi degli ebrei, la loro stessa libertà civile, sostanzialmente coincidente secondo la loro cultura con la libertà religiosa.
L’obbligo di accettare il culto dei greci che sottintendeva il riconoscimento di tutto il suo pittoresco e variopinto Olimpo, non aveva suscitato alcun risentimento presso i popoli idolatri abituati sempre ad aggiungere con la massima disinvoltura ai propri anche gli dèi dei conquistatori; nella Giudea, invece, questa imposizione suscitò una reazione violentissima soprattutto fra i chassidim, i fedeli, i pii, che, come già detto, avevano sempre guardato all’ellenismo con diffidenza, e inoltre non erano mai statifavorevoli alla dinastia dei Seleucidi che si era troppo immischiata nelle questioni religiose ebraiche.
Ma il potente Antioco IV, che si fa chiamare Epifane, “Dio che si manifesta”, ma che gli ebrei chiamano Epimane, “il pazzo”, non può permettere che un piccolo popolo quale quello degli ebrei resti apertamente fedele a un’ideologia monoteista in aperto contrasto con quella di Stato e completamente diversa da quella degli altri popoli del suo impero.
Di fronte al tenace rifiuto degli ebrei di accettare l’idolatria greca, assume un atteggiamento apertamente persecutorio che mira a colpire il cuore della fede ebraica: il 25 di Kislev fa erigere un altare a Giove sul monte del Tempio, proibisce lo studio della Torah, la pratica della circoncisione, l’osservanza del Sabato e delle feste.
I rotoli della Torah vengono bruciati sulle pubbliche piazze. A Gerusalemme viene compiuta una strage fra la popolazione fedele all’ebraismo e costruita una fortezza, l’Acra, presidiata da truppe siriache.
Fra gli ebrei si verificano atti di eroismo: al vecchio Eleazar viene promessa salva la vita purché compia anche solo il gesto di mangiare carne di maiale per dare una dimostrazione al popolo. Eleazar rifiuta e viene ucciso.
Anna, madre di sette figli, li esorta a rifiutare l’imposizione di Antioco di inchinarsi agli idoli, e li invita a proclamare apertamente la loro fede in Dio: i suoi figli vengono torturati e uccisi davanti ai suoi occhi, precedendo di poco la sua stessa sorte.
Ma il popolo ebraico non si arrende: il precetto della circoncisione viene effettuato segretamente, le feste celebrate nell’intimità delle case, la Torah insegnata di nascosto.
Antioco non sopporto la resistenza passiva della popolazione e invia nei vari paesi suoi funzionari a edificare altari su cui far sacrificare agli dèi animali impuri, in particolare maiali, dagli stessi ebrei. Per compiere il sacrificio vengono scelte di proposito eminenti personalità del mondo ebraico. Se rifiutano vengono uccise. 
Antioco spera che vedendo i loro capi profanare apertamente e pubblicamente il proprio credo, anche la popolazione si arrenda alle imposizioni siriache; se questo tentativo fallisse
confida tuttavia di fiaccare la volontà del popolo di fronte al martirio dei capi.
Alcuni funzionari siri giungono a Modi’in, piccola città dove si era rifugiato Mattatià della famiglia degli Asmonei, che era stato il Kohen Gadol, il Sommo Sacerdote.
Anche lì viene edificato un altare e viene imposto a Mattatià di compiere il sacrificio.  Mattatià uccide il funzionario, poi distrugge l’altare.
E’ l’inizio della rivolta.
Mattatià e i suoi cinque figli, Jochanan, Simeone, Giuda, Gionata e Eleazaro, abbandonano Modi’in e si rifugiano sugli impervi monti della Giudea.
La notizia di questo atto di coraggio si diffonde. Una nuova speranza accende gli animi. Intorno a Mattatià e ai suoi figli si riuniscono tutti coloro che, intolleranti dell’oppressione siriaca, scelgono la strada della ribellione per mantenere la propria libertà. 
Sui monti della Giudea si formano centri di raccolta e rifugi in cui ui vivere, e organizzare azioni contro i siri.
Giuda, uno dei figli di Mattatià, prende il commando dei ribelli.
Si verifica così la prima guerra partigiana della storia: una guerriglia che non dà tregua alle truppe sire impedendo loro i movimenti tra una città e l’altra, cogliendo di sorpresa e disarmando i drappelli in transito, e mettendo in seria difficoltà tutta la bene organizzata e potente macchina bellica sira.
Gli ebrei combattono all’insegna dell’improvvisazione, ma hanno un’ottima conoscenza del territorio e dei monti, e soprattutto fede e un ideale da difendere.
Per questa tattica di continuo martellamento sul nemico Giuda merita il titolo di Maccabi, da maccab, “martello”, appellativo con cui in seguito vengono designati anche tutti i suoi fratelli conosciuti infatti come i fratelli maccabei.
La guerriglia si trasforma in una vera e propria guerra: l’entusiasmo di Giuda e dei suoi soldati ha spesso la meglio sul potente esercito nemico. Gli attacchi compiuti dagli ebrei sono preceduti da discorsi di Giuda , da preghiere e da digiuni.
Antioco manda nuovi generali e nuovi soldati in Giudea, ma si trova in una difficile situazione politica. Inoltre si sta affacciando sul Mediterraneo una nuova, pericolosa
potenza: Roma, che sta combattendole guerre puniche per il predominio del Mediterraneo.
Le vittorie conseguite mettono Giuda in condizione di attaccare Gerusalemme. 
La fortezza sira, l’Acra, cade; il Tempio viene liberato, ma è necessario riconsacrarlo con l’accensione del Ner Tamid, un lume che non doveva mai, per nessuna ragione, essere spento in quanto testimonianza della vigile presenza e della fede del popolo in Dio.
Ma i siri avevano imperversato nel Tempio rubando e distruggendo tutto ciò che vi era contenuto, perfino l’olio consacrato necessario per riaccendere il lume: in tutto il Tempio viene ritrovata una minuscola ampollina ancora sigillata, ma il suo contenuto potrà garantire luce solo poche ore e per prepararne dell’altro occorrono per lo meno otto giorni!
Nasce una discussione fra i Sacerdoti: bisogna rinviare la consacrazione di otto giorni, o riconsacrare subito il Tempio pur sapendo che l’olio non basterà il tempo necessario a prepararne dell’altro e che quindi a un certo punto si spegnerà?
La fede ha il sopravento, il lume viene acceso e il Tempio riconsacrato.
E, racconta il Midrash, accade il miracolo: il poco olio dura otto giorni, e il Nertamid non si spegne.

Nel trattato Shabbath della Mishnah leggiamo: “Che cosa significa Chanukkah?
Quando i greci entrarono nel Tempio profanarono tutto l’olio che vi si trovava, ma quando i re della casa degli Asmonei li sopraffecero e furono vittoriosi, cercarono nel Tempio e trovarono soltanto un’ampollina d’olio con il sigillo del sommo sacerdote che conteneva olio appena sufficiente per un giorno: e accadde un miracolo e durò per otto giorni.”
Fu così istituita la festa di Chanukkah, “inaugurazione” e quindi “riconsacrazione”, e i Maestri ritennero giusto che durasse otto giorni, anche in
analogia con la ricorrenza di Sukkoth, la più lunga delle ricorrenze sacre stabilite della Torah (cf Lv 23).
Durante questi otto giorni in ogni casa ebraica vengono accese le luci, per perpetuare il ricordo del miracolo dell’olio e celebrare la vittoria della fede.
E’ significativo che le luci siano accese vicino alla finestra perché i passanti le vedano, gioiscano e ne traggano un monito: non solo la vita del prossimo è sacra, ma anche i
suoi ideali.

(da Le pietre del tempo di Clara ed Elia Kopciowski, www.comunitadibologna.it)


Curiosità: Perché alcune persone dicono Chanukah, mentre altre  Hanukkah?
Rabbi Mark S. Diamond ci spiega che queste due parole sono frutto di due spelling inglesi differenti, ma nessuna delle due è corretta. La parola ebrea della "festa delle luci", Hanukkah/Chanukah, è data da cinque lettere ebree che aprono la consonante het (chet). Questa lettera non è la stessa dell’ “h” inglese (di house per esempio); come neanche della “ch” di “child”; è un suono gutturale ebreo che non ha un preciso corrispondente nella lingua inglese.

martedì 25 novembre 2014

Israele, le facili critiche degli italiani





Il grande scrittore israeliano David Grossman si trova in questi giorni in Italia per promuovere il suo nuovo e bellissimo romanzo, “Applausi a scena vuota”. In occasione dell’uscita di questo libro, molto diverso dai precedenti, egli ha concesso un’intervista a “Sette” del Corriere della Sera. Grossman, come di consueto nel caso suo e di tanti altri scrittori israeliani, ha dedicato parte dell’intervista alla situazione del Medio Oriente, al conflitto israeliano-palestinese e all’ultima estate di sangue fra Hamas e Israele.
Come risaputo, Grossman è molto critico verso la “miopia” dei governi israeliani, ma in questa intervista mi hanno colpito le sue parole dedicate all’ipocrisia dell’Occidente verso Israele e verso le guerre in Medio Oriente in generale. “Negli ultimi tre anni Bashar Al-assad ha fatto strage dei suoi stessi cittadini. Duecentomila, un genocidio. Quante dimostrazioni avete visto contro di lui? Sulla Siria, uscita dall’agenda internazionale, l’Occidente è ipocrita e indifferente”.

Io, come intellettuale che vive fra le due culture, quella italiana e quella israeliana, noto da diverso tempo il senso critico smisurato che si usa in Italia quando si parla di Israele. Certi esponenti della sinistra radicale, come Diliberto (non so se i giovani lettori del blog se lo ricordano), dicevano “io riconosco il diritto di Israele di esistere” come fosse necessario che un politico italiano desse un sigillo di legittimità allo stato ebraico. In molte altre occasioni, per esempio nella seconda guerra del Libano (2006), si bruciavano bandiere israeliane a Milano. Non ricordo nemmeno una bandiera siriana bruciata in nessuna città italiana, e nel caso di Assad si parla di genocidio. Mi sembra umanamente ed eticamente doveroso che chi è sensibile all’occupazione israeliana dei Territori dovrebbe inorridire di fronte a un genocidio di questa portata.

Troppo facile, mi ha insegnato l’amico scrittore arabo di Acri Ala Hlehel, dedicare tanta attenzione nell’ultimo anno all’Isis e lasciare Bashar Al-assad e il suo governo totalitario a massacrare bambini, donne, vecchi e anche stranieri.
Un altro campo dove si rivela questo eccessivo senso critico verso Israele sono i commenti sui diversi giornali italiani. Comparare il sionismo all’apartheid è una cosa inacettabile. Parlare dell’esercito israeliano come simile a quello nazista o accusare Israele di “pulizia etnica” sono toni che si sono insinuati nel dibattito politico italiano che riguarda il Medio Oriente.
Ogni italiano, di sinistra o di destra, ha un lungo elenco etico con cui deve fare i conti. La xenofobia dichiarata della Lega, la criminalità organizzata e il suo disprezzo per la vita umana, che costringe uno scrittore a vivere sotto scorta per un libro pubblicato, gli immigrati disperati che trovano la morte nelle acque territoriali italiane o che lavorano come schiavi nei campi. Ma anche un fatto non meno eclatante rilevato da Furio Colombo su il Fatto Quotidiano del 21 novembre: che in Italia, se sei di genitori stranieri, non basta nascere su questo territorio, crescere su questo territorio, parlare italiano, mangiare italiano, conoscere anche i dialetti del tuo luogo d’infanzia per diventare cittadino. Delle volte questi italiani al 100% aspettano 16, 18 anni prima che questo diritto venga loro riconosciuto.

Gli scrittori e intellettuali israeliani sono molto seguiti e amati in Italia, tanti dei miei colleghi sono invitati nei maggiori festival di letteratura in Italia anche più d’una volta l’anno. In nessuna occasione qualcuno di loro ha criticato gli “armadi della vergogna”, che certi governi italiani hanno chiuso per loro comodità. Quando vengono qua si occupano delle lacune del loro paese e del loro governo, perché così è giusto. Mi auguro di vedere altrettanto senso critico anche nella destra e nella sinistra italiana. 
A Israele ci penseranno i grandi scrittori e filosofi israeliani.



di: Alon Altaras, Il Fatto Quotidiano 22 novembre 2014,

domenica 12 ottobre 2014

Vivere e Consumare nella Glocal Palestine

 

Da La Stampa, di Maurizio Molinari

 Commercio e agricoltura, le contraddizioni del rapporto tra Palestina e Israele

Lo Stato ebraico da un lato è stato descritto come la “potenza occupante” che con i suoi “insediamenti razzisti” nella West Bank “rende impossibile la nascita dello Stato” ma dall’altro questi stessi insediamenti sono fonte di lavoro e benessere economico proprio per i palestinesi

Vivere in una nazione fatta di enclaves e commerciare con l’avversario, sentirsi assediati ed in perenne conflitto ma anche protagonisti della “pacificazione con il cappuccino” a colpi di investimenti internazionali: sono i due volti della società palestinese come emergono dal convegno “Vivere e Consumare nella Glocal Palestine” tenutosi a Nablus.

Il filo conduttore di 48 ore di interventi e dibattiti, con la sovrapposizione fra oratori palestinesi e stranieri, è stata proprio una Palestina a metà fra l’identità “locale” e quella “globale” anzitutto a causa delle molteplici contraddizioni nel rapporto con Israele, come porta d’accesso al commercio internazionale. Lo Stato ebraico infatti da un lato è stato descritto come la “potenza occupante” che con i suoi “insediamenti razzisti” nella West Bank “rende impossibile la nascita dello Stato” ma dall’altro questi stessi insediamenti sono fonte di lavoro, commercio, scambi e benessere economico proprio per i palestinesi della West Bank che ne consumano i prodotti e lavorano nei loro impianti, industriali e agricoli. La cartina tornasole di questa contraddizione “glocal” è infatti, anzitutto, l’agricoltura, come ha spiegato Julie Trottier del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica, perché si tratta della maggiore fonte di sostentamento dei palestinesi della West Bank “ma è al tempo stesso interconnessa con l’agricoltura degli insediamenti così come con un vasto sistema di leggi e regolamenti imposti dalle autorità israeliane”.

Il risultato è che numerose famiglie palestinesi oggi “dipendono per le loro entrate dagli insediamenti israeliani” ha spiegato Trottier, aggiungendo un’altra contraddizione: “Molti palestinesi che partecipano in Cisgiordania al boicottaggio dei prodotti degli insediamenti poi in realtà vi lavorano”.
Altri oratori, palestinesi, hanno osservato come tale contrasto fra un mondo “local” verbalmente molto ostile a Israele e una realtà “global” pragmaticamente integrata con lo Stato ebraico si rispecchia con quanto avviene in grandi città palestinesi come Ramallah dove l’attivismo dei militanti nazionalisti anti-israeliani trova ostacoli nell’interesse degli uomini d’affari e delle imprese nella “pacificazione del cappuccino” ovvero basata su investimenti provenienti, in una maniera o nell’altra, dal territorio della nazione avversaria.  

giovedì 2 ottobre 2014

Yom Kippur - il giorno del Pentimento

Il 10° di Tishri del calendario ebraico è stato sempre il giorno più sacro del calendario ebraico sin dai tempi di Mosè, il “Sabato dei Sabati”. 
Questa giornata è incentrata sull’espiazione e sul perdono dei peccati. Era in questo giorno che il sommo sacerdote entrava nel Luogo Santissimo o Santo dei Santi, all’interno del Tempio per fare l’espiazione annuale per sé stesso e per la nazione d’Israele. 
«L'Eterno parlò ancora a Mosè dicendo: Il decimo giorno di questo settimo mese sarà il giorno dell'espiazione. Ci sarà per voi una santa convocazione; umilierete le anime vostre e offrirete all'Eterno un sacrificio fatto col fuoco. In questo giorno non farete alcun lavoro, perché è il giorno dell'espiazione, per fare espiazione per voi davanti all'Eterno, il vostro DIO. Poiché ogni persona che in questo giorno non si umilia, sarà sterminata di mezzo al suo popolo. E ogni persona che in questo giorno farà un qualsiasi lavoro, io, questa persona, la distruggerò di mezzo al suo popolo. Non farete alcun lavoro. È una legge perpetua per tutte le vostre generazioni, in tutti i luoghi dove abiterete. Sarà per voi un sabato di riposo, in cui umilierete le anime vostre; il nono giorno del mese, dalla sera alla sera seguente, celebrerete il vostro sabato» (Lev.23:26-32)

Quest'anno 2014, Yom Kippur cade il 4 ottobre (la festività comincia la sera del 3!).
La parola «yôm» significa «giorno». La parola «kippur» è molto spesso tradotta come «espiazione». La parola «kippur» viene dalla radice «kaphar», che letteralmente significa coprirsi o nascondere. L’espiazione è la "copertura del peccato". Dà a intendere anche l'idea di un riscatto o di una redenzione, o di uno scambio
Kippùr si basa su tre concetti fondamentali: 
esame di coscienza  (cheshbonòt néfesh),
confessione delle nostre colpe (viddùi),
espiazione (kapparà) e perdono (selichà).

Nella Torah viene chiamato Yom haKippurim (Ebraico, "Giorno degli espìanti"). È uno dei cosiddetti Yamim Noraim (Ebraico, letteralmente "Giorni terribili", più propriamente "Giorni di timore reverenziale"). Gli Yamim Noraim vanno da Roh ha Shana a Yom Kippur, che sono rispettivamente i primi due giorni e l'ultimo giorno dei Dieci Giorni del Pentimento.
Nel calendario ebraico Yom Kippur incomincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri (che cade tra Settembre e Ottobre del calendario gregoriano), e continua fino alle prime stelle della notte successiva. Può quindi durare 25-26 ore.

Nel pensiero ebraico
Il tema centrale è l'espiazione dei peccati e la riconciliazione. È proibito mangiare, bere, lavarsi, truccarsi, indossare scarpe di pelle ed avere rapporti sessuali. Il digiuno - astinenza totale da cibo e bevande - inizia qualche attimo prima del tramonto (chiamata tosefet Yom Kippur - aggiunta a Yom Kippur - l'aggiunta di una piccola parte del giorno precedente al digiuno è prescritta dalla Halakha), e termina dopo il tramonto successivo, all'apparire delle prime stelle. Le persone malate consultano in anticipo un'autorità rabbinica competente per verificare se il loro stato le esenti dal digiuno.

Il servizio ha inizio con la preghiera di Kol Nidre che deve essere recitata prima del tramonto. Kol Nidre (parola aramaica che significa "tutte le promesse") rappresenta l'annullamento di tutti i voti pronunciati nel corso dell'anno. Secondo The Jewish Encyclopedia, il testo della preghiera recita: 
"Tutti i voti, gli impegni, i giuramenti e gli anatemi che siano chiamati 'konam', 'konas', o con qualsiasi altro nome, che potremmo aver pronunziato o per i quali potremmo esserci impegnati siano cancellati, da questo giorno di pentimento sino al prossimo (la cui venuta è attesa con gioia), noi ci pentiremo".
Yom Kippur completa il periodo di penitenza di dieci giorni iniziato con il capodanno di Rosh haShana. Sebbene le preghiere con le quali si chiede perdono siano consigliate durante l'intero anno, diventano particolarmente sentite in questo giorno.
La preghiera mattutina viene preceduta da alcune litanie e richieste di perdono chiamate selihot; nel giorno di Kippur queste vengono aggiunte in abbondanza nella liturgia.

In accordo con Mosè Maimonide "Tutto dipende da quanto un uomo meriti che vengano cancellati i demeriti che pesano su suo conto", quindi è auspicabile di moltiplicare le nostre buone azioni prima del conteggio finale fatto il Giorno del Pentimento (ib. iii. 4). 
Coloro che Dio considera meritevoli entreranno nel Libro della Vita, la preghiera recita: "Entriamo nel Libro della Vita". Recita anche l'auspicio "Possa tu essere iscritto (nel Libro della Vita) per un gioioso anno". Nella corrispondenza scritta tra capodanno e il Giorno del Pentimento, colui che scrive conclude, abitualmente, augurando al mittente che Dio approvi il suo desiderio di felicità..

Il Giorno del Pentimento sopravisse all'abbandono delle pratiche sacrificali dell'anno 70 CE. "Nonostante nessun sacrificio verrà offerto, il giorno manterrà il suo proprio effetto di espiazione" (Midrash Sifra, Emor, xiv.). I testi ebraici insegnano che in questo giorno non è permesso che venga compiuta altra attività che non sia il pentimento. Il pentimento è l'indispensabile condizione per tutti i vari significati dell'espiazione. La confessione del penitente è una condizione richiesta per l'espiazione.
"Il Giorno del Pentimento assolve dalle colpe di fronte a Dio, ma non di fronte alla persona offesa fin quando non si ottiene il perdono esplicito dalla stessa" (Talmud Yoma viii. 9). È usanza di terminare ogni disputa o litigio alla veglia del giorno di digiuno. Anche le anime dei morti sono incluse nella comunità dei perdonabili del Giorno del Pentimento. È un costume per i bambini che abbiano perso i genitori di ricevere una menzione pubblica in sinagoga, e di offrire doni caritatevoli alle loro anime.

Contrariamente al credo popolare, Yom Kippur non è un giorno triste. Gli ebrei Sefarditi, ovvero gli ebrei di origine spagnola, portoghese o nordafricana chiamano questa festività il "Digiuno Bianco". Di conseguenza, molti ebrei hanno l'usanza di indossare solo vestiti bianchi, per simbolizzare il candore delle loro anime.
La liturgia
Per le preghiere della sera viene indossato un Talled (uno scialle di preghiera rettangolare), e questo è l'unico servizio serale dell'anno in cui questo succede. Ne'ilah è un servizio speciale che si tiene solo a Yom Kippur, e lo chiude. Yom Kippur termina con il suono dello shofar, che conclude la celebrazione. 
Viene sempre osservato un giorno di vacanza, sia dentro che fuori i confini della terra di Israele.
Il servizio nella sinagoga comincia alla sera della vigilia con il Kol Nidre. Le devozioni durante il giorno sono continue dalla mattina alla sera. Molta importanza è data al brano liturgico in cui si narra il cerimoniale del tempio.
Secondo il Talmud, Dio apre tre libri il primo giorno dell'anno, Rosh Hashana: uno per i cattivi assoluti, un altro per i buoni assoluti, e il terzo per la grande classe intermedia. 
Il fato dei buoni e cattivi assoluti viene determinato in quel momento; il destino della classe intermedia resta sospeso fino al giorno di Yom Kippur, quando il fato di ognuno si decide. Il brano liturgico Unetanneh Tokef afferma:

"D-o Re, che siedi su un trono di misericordia per giudicare il mondo, allo stesso momento Giudice, Difensore, Esperto e Testimone, apri il Libro delle Firme. Si legge che dovrebbero esserci le firme di ogni uomo. La grande tromba viene suonata; si sente una voce piccola e decisa; gli angeli fremono, dicendo "Questo è il giorno del Giudizio": perché gli stessi ministri di Dio non sono puri dinnanzi a Lui. Come un pastore dirige il suo gregge, facendolo passare sotto il proprio bastone, così Dio fa passare ogni vivente di fronte a Lui, per stabilire i limiti della vita di ogni creatura e per definirne il destino. Nel giorno di capodanno il decreto è stilato; nel giorno del pentimento è sigillato; chi vivrà e chi morirà... Ma il pentimento, la preghiera e la carità possono evitare il crudele decreto."
La "Corona di Maestà" di Ibn Gvirol è aggiunta alla liturgia Sefardita nel servizio serale, ed è anche letta in alcune sinagoghe Askenazite ed Italiane. Al centro della liturgia antica è la confessione dei peccati. "Perché non siamo tanto presuntuosi da dirTi che siamo giusti e non abbiamo peccato; ma, nella realtà, abbiamo peccato... sia la Tua volontà che io non pecchi ulteriormente; Ti piaccia lavare i miei peccati trascorsi, secondo la Tua bontà, ma non con punizioni severe".
Le melodie tradizionali con i loro toni di lamento (della tradizione Askenazita) danno espressione sia all'angoscia individuale a fronte dell'incertezza del destino e al lamento di un popolo per le glorie perdute. Nel giorno di espiazione l'ebreo osservante dimentica la mondanità e le sue necessità e, escludendo l'odio, l'antipatia e tutti i pensieri ignobili, cerca di occuparsi unicamente di cose spirituali. I libri ebraici di preghiera fanno notare che, se gli atti di pubblica contrizione sono obbligatori, il correttivo più efficace è quello stabilito dai Profeti biblici, che insegnano che il vero digiuno di cui D-o gioisce è lo spirito di devozione, gentilezza e penitenza.
Il carattere austero impresso alla cerimonia dal tempo della sua istituzione è stato conservato fino ad oggi. 

Anche se altre cose sono divenute desuete, la presa sulla coscienza di ogni ebreo è così forte che pochi, a meno che non abbiano reciso ogni legame con l'ebraismo, evitano di osservare il giorno di espiazione astenedosi dal lavoro quotidiano e partecipando alle funzioni.