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sabato 25 aprile 2015

I ragazzi venuti da Israele - la Brigata Ebraica




E' il 25 aprile, 70 anni dalla Liberazione dell'Italia dal Nazifascismo.
Nel mio titolo ho voluto riprendere quello di un libro recentemente letto (e spero non me ne voglia l'autore, Primo Fornaciari).
 L'incipit del libro è lasciato alle parole di Hanoch Bartov uno di quei ragazzi, oggi scrittore, " Non eravamo nè santi nè nobili cavalieri. Eravamo semplici ragazzi venuti d Israele, capimmo che eravamo lì per gli altri ebrei perseguitati d'Europa e che semplicemente dovevamo fare qualcosa per loro"

 Chi erano questi "palestinesi", questi ragazzi che provenivano dalla Palestina sotto mandato britannico?
Erano i ragazzi della Brigata Ebraica.

Negli ultimi giorni  si sono levate voci (ma ci sono da alcuni anni a questa parte a ridosso di ogni 25 aprile)  che vorrebbero l'esclusione della Brigata Ebraica dalle sfilate del 25 aprile, mentre si vorrebbero accreditare bandiere palestinesi.

Sgombriamo subito il campo da equivoci:  il 25 aprile ricorda la liberazione di Italia dal nazifascismo ed il rispristino della libertà e della democrazia
L'unica bandiera che deve sventolare nelle manifestazioni e nei cortei è la bandiera ITALIANA  unitamente alla bandiere delle formazioni partigiane e di resistenti che contribuirono a tale liberazione.
E certamente la Brigata Ebraica ha pieno titolo di esserci, la Brigata Ebraica contribui' con le sue azioni, con il sudore e il sangue dei suoi ragazzi alla liberazione del nostro paese, e ha diritto di manifestare con le sue bandiere e i suoi vessilli. 

Le bandiere palestinesi invece non c'entrano niente. 
Hanno avuto un ruolo nella liberazione di Italia ? no, anzi, per completezza di informazione, occorre ricordare che il Gan Muftì di Gerusalemme era un forte simpatizzatore del signor Hitler, proprio il nostro oppressore!
 Pertanto non hanno alcuna legittimazione a sfilare  nei cortei del 25 aprile. Chi intende manifestare per la causa palestinese avrà certamente altre occasioni o potrà indire manifestazioni  ad hoc, ma certamente non puo' arrogarsi il diritto di porre il veto alla presenza della Brigata Ebraica .
Chi continua a sostenere il contrario dovrebbe entrare in una biblioteca e prendersi alcuni testi di storia. Studiarla un po' meglio potrebbe essere illuminante.


Per tornare alla genesi, alla storia dei corpi combattenti sin da Jabotinski e da Trumpeldor vi rimando all'importante ed esaustiva opera dell'Associazione Amici della Brigata Ebraica    Origine della Brigata Ebraica

La Brigata Ebraica fu costituita nel 1944, dopo una lunghissima trattativa tra le Autorità ebraiche in Palestina e il Governo britannico mandatario su quell'area. La Brigata Ebraica era formata da ebrei che provenivano dalla Palestina, dalle Terre che poi di li a pochi anni sarebbero diventate Israele, ai quali si aggiunsero ebrei provenienti da Paesi soggetti al controllo inglese, come Canada, Sudafrica ed Australia ed altri provenienti dalla Russia e dalla Polonia.
 Il brigadiere generale canadese Ernest Frank Benjamin fu nominato Comandante della Brigata.
 Dopo un breve addestramento in Egitto, la Brigata fu inviata sul fronte italiano nel 1944 e integrata nell'Armata britannica. Insieme al Gruppo di Combattimento "Friuli", fu protagonista dello sfondamento della famosa Linea Gotica nella vallata del Senio. La Brigata ebbe la propria bandiera, bianco e azzurra con la Stella di Davide al centro, che sarebbe diventata la bandiera del futuro Stato di Israele.
In tutto la Brigata Ebraica combatté in Italia fino al 25 aprile 1945.

La Brigata si sciolse nel 1946 e i circa 9.000 soldati, che ne fecero parte, tornarono in Israele e furono determinanti per la costituzione del futuro esercito di Israele presto chiamato a doversi difendere nelle prime guerre che dovette sostenere.

Per approfondire il contributo della Brigata Ebraica alla liberazione di Italia riporto il seguente testo reperito  qui  http://www.brigataebraica.org/italiano/ilcontributo.html   sul sito dell'associazione amici della Brigata Ebraica


Di Rav Luciano Caro

Rabbino capo della comunità ebraica di Ferrara e delle Romagne
(Tratto dal libro “La Brigata Ebraica – fronte del Senio 1945” di Romano Rossi, per gentile concessione dell’autore)
La Brigata Ebraica, costituita da volontari ebrei provenienti dalla Palestina, allora sotto Mandato britannico, fu istituita da Churchill, d'accordo col Presidente americano Roosevelt, nel settembre del 1944, aderendo con una certa riluttanza alle molteplici richieste dell'Agenzia Ebraica che, fino dal settembre del 1939, aveva offerto l'appoggio della Comunità ebraica di Erez Israel allo sforzo bellico degli alleati.
Il 29 agosto del 1939, due giorni prima dell'invasione tedesca della Polonia, atto d'inizio della II Guerra Mondiale, Chaim Weizmann, leader del Movimento Sionista, comunicava al Governo britannico, che, nell'imminenza di un conflitto con la Germania, gli Ebrei di Palestina avrebbero collaborato attivamente con la Gran Bretagna.
L'Inghilterra non era particolarmente entusiasta dell'offerta ebraica sia per non suscitare reazioni del mondo arabo, sia per precludere una possibile futura richiesta ebraica di dare vita ad uno Stato ebraico in Palestina.
Ma, nonostante la fredda risposta britannica, su una popolazione ebraica residente in Palestina di circa 550 mila persone, 30 mila tra uomini e donne si presentarono alle autorità inglesi come volontari.
Nel 1941, pressato dagli eventi bellici, il comando militare britannico del Medio Oriente, diffuse un appello per un reclutamento individuale. Si presentarono volontari arabi ed ebrei che furono inseriti nelle varie unità dell'esercito inglese, più tardi entrate nel Palestine Regiment. Furono anche costituite piccole unità ausiliarie composte da personale specializzato per essere impiegate in caso di necessità.
Tali compagnie (PLUGOT) , composte di circa 250 elementi ciascuna, comprendevano originariamente arabi ed ebrei, ma, per le difficoltà di coesistenza tra i due gruppi e per l'alto numero di diserzioni arabe, finirono per essere costituite solo da personale ebraico. I membri delle PLUGOT godevano di una certa libertà di movimento ed erano connotati dalla dicitura "PALESTINE" sulle spalline della divisa. Elementi appartenenti alle PLUGOT giunsero in Italia nel corso degli sbarchi alleati; le PLUGOT non vanno confuse con la Brigata ebraica che si formò solo nel novembre del '44. E' interessante notare che la notizia della costituzione di una unità combattente ebraica (per la prima volta dopo circa 20 secoli!) suscitò la scomposta reazione della propaganda tedesca a cui si unì quella della Repubblica di Salò. 
Con rabbia e sarcasmo le emittenti tedesche criticavano Churchill per aver permesso "ai giudei di avventarsi come cani idrofobi contro il popolo germanico.....Il popolo inglese si è abbassato fino al punto di sguinzagliare la sanguinaria brigata giudaica".
I componenti della Plugot erano generalmente molto motivati in quanto provenienti dai Kibuzim e dalla Haganà (organizzazione militare preposta alla difesa della popolazione ebraica in Palestina), si attivarono per ridar vita alle Comunità ebraiche sconvolte dalla guerra. Si erano arruolati non solo per combattere i tedeschi, ma anche per portare soccorso a quanti erano scampati alle persecuzioni oltre che per diffondere l'idea sionistica quale soluzione ai problemi degli ebrei della diaspora. 
Al termine del conflitto si prodigarono nella riorganizzazione delle Comunità ebraiche curando soprattutto il settore giovanile e in primo luogo la riapertura delle scuole e l'istituzione di centri culturali e sociali. 
Si distinsero anche nelle attività assistenziali rivolte ai numerosi profughi non italiani. A sbarcare per prima in Italia, più precisamente in Sicilia nell'agosto del '43, fu una piccola unità addetta a un deposito cartografico (20° Map Depot). Ai suoi componenti fu riferito che in Italia nessun ebreo era sopravvissuto alle deportazioni. Ma nessuno li aveva informati che, per quanto attiene alla Sicilia, la presenza ebraica era da secoli insignificante. Nel settembre del '43, sbarcò a Salerno un distaccamento della 148° compagnia "autocisterne - acqua" che si distinse nel compito di rifornire d'acqua la popolazione napoletana e nel prestare aiuto agli ebrei della città. Altre compagnie autotrasporti giunsero nei giorni successivi. In ottobre, membri di queste compagnie incontrarono gruppi di ebrei Jugoslavi giunti fortunosamente sulle spiagge meridionali italiane. Fu questo il primo commovente incontro tra militari ebrei e profughi scampati ai lager nazisti.Nel novembre del '43 sbarcava a Taranto la 1a compagnia Genio (mimetizzazione), specializzata nel realizzare finte strutture militari per ingannare i comandi tedeschi.
I suoi membri si distinsero per aver saputo escogitare brillanti soluzioni per raggiungere lo scopo.
I membri delle PLUGOT sparsi nel territorio liberato dai tedeschi ammontavano a più di tremila uomini. Allo scopo di coordinare l'attività delle varie Compagnie nell'opera di soccorso ai profughi ebrei che stavano affluendo nell'Italia meridionale, venne costituito a Bari un "Centro profughi". Con la liberazione di Roma (giugno '44) questo fu trasferito nella capitale. Il 15 luglio, nell'Oratorio di V.Balbo si tenne un incontro al quale presero parte rappresentanti delle varie unità militari e il Rabbino dell'VIII armata inglese.
Furono affrontati i gravi problemi della Comunità Ebraica di Roma. Successivamente altri centri operativi furono istituiti a Ancona, Fano, Faenza, Ravenna, Firenze, Arezzo, e Siena.
Dopo la liberazione, centri analoghi furono costituiti in varie città dell'Italia settentrionale.Tra le attività finalizzate al recupero dei giovani scampati alla Shoà, vennero istituiti centri di preparazione professionale (Hakhsharot), per quanti fossero interessati a "salire" in Terra d'Israele. Si trattava di centri agricoli sul modello del Kibbuz. Le prime strutture di questo genere sorsero a Bari (1944) per accogliere profughi iugoslavi e giovani cecoslovacchi e, poco più tardi, nei pressi di Foggia.
Nell'opera di soccorso e specialmente nel campo dell'assistenza sanitaria, si distinsero ausiliarie femminili sbarcate a Taranto nel maggio del '44.
L'attività dei militari ebrei nell'opera di ricostruzione morale e materiale delle comunità ebraiche delle città via via liberate è stata veramente meritoria.
Le Comunità erano in stato disastroso. Ai sopravvissuti, sbigottiti dall'immane tragedia che li aveva colpiti, i giovani militari ebrei infusero incoraggiamento, entusiasmo e voglia di vivere. L'incontro con militari le cui insegne recavano il simbolo ebraico della stella a sei punte, fu per gli scampati, motivo di emozione e di orgoglio.
Si devono ai giovani militari i primi provvedimenti per la riattivazione delle istituzioni comunitarie a cominciare dalla registrazione degli ebrei presenti , dalla riapertura delle scuole e con la riattivazione della DELASEM (Delegazione Assistenza Emigrati), benemerita organizzazione per l'assistenza ai profughi.
Allo scopo di preparare istruttori in grado di risollevare le Comunità ebraiche del Centro e del Nord Italia, furono organizzati a Roma appositi Seminari.
Lo stesso personale fu anche impiegato per dar vita, come si è detto, alle Haksharot, centri predisposti per avviare i giovani alla Terra dei Padri soprattutto per colonizzare zone incolte del deserto. Ne furono istituite nei pressi di Roma, Firenze, Livorno e Ancona.
I soldati delle Compagnie, per provvedere alle necessità dei sopravvissuti, collaborarono con l'American Joint Committee e l'UNRRA e spesso non esitarono a prelevare disinvoltamente materiale dai magazzini militari inglesi.
Molti ricordano ancora di aver frequentato la scuola riaperta dai militari a Firenze nei locali attigui alla sinagoga di via Farini. Altre scuole furono aperte a Livorno e a Siena.
Le varie PLUGOT chiesero più volte invano di essere incorporate nei ranghi della Brigata ebraica combattente. Solo tre Compagnie furono accettate perchè ritenute indispensabili a completare i ranghi della Brigata.
Tra le attività delle PLUGOT, va ricordata l'opera di una compagnia del Genio, la 745a, composta da membri del Solèl Bonè (impresa edile della confederazione dei lavoratori di Erez Israel). Questa riuscì, in tempi brevi, a riattivare un ponte sul Po, nei pressi di Lagoscuro. Il ponte era stato distrutto dai tedeschi in ritirata e la sua ricostruzione permise ai carri americani di irrompere nella Pianura Padana.
A fine maggio del 1945, le Compagnie Genieri e Trasporti furono trasferite nel nord Italia e si prodigarono per riattivare le comunità ebraiche di Milano, Trieste, Venezia, Padova e Torino. I loro membri collaborarono con il centro di coordinamento per l'assistenza istituito a Milano in via Unione e all'istituzione di Hakhsarot a Brivio e Ceriano Laghetto nei pressi del Lago di Como.
Le attività belliche della Brigata Ebraica durarono circa sette settimane, ma l'azione delle PLUGOT si protrasse molto più a lungo. Poi le Compagnie furono smobilitate e iniziò il rimpatrio dei soldati. Ma alcuni restarono in Italia come civili per proseguire l'opera di sostegno e soccorso ai sopravvissuti.
Non va sottaciuto che le attività della Brigata e delle PLUGOT sono state una scuola di guerra per coloro che entrarono a far parte dell'esercito del nuovo Stato d' Israele. E' giusto quanto afferma Romano Rossi che " la Brigata Ebraica divenne la struttura portante delle nascenti forze armate israeliane".
Ai membri della Brigata Ebraica e delle PLUGOT, va la riconoscenza della comunità ebraica italiana e delle migliaia di profughi assistiti durante la loro permanenza nella Penisola.


Interessante e importante anche il contributo Il contributo femminile alla Brigata Ebraica  contributofemminile




Hanoch Bartov, continua"  Ci sentivamo diversi dagli ebrei della diaspora, dai nostri fratelli appena immigrati dall’Europa.  Ma poi, l’aver militato nella Brigata Ebraica, durante la seconda guerra mondiale, mi ha fatto incontrare la realtà dell’Olocausto, ed è stato uno shock incontrare i sopravvissuti in Europa, o come si chiamavano in ebraico, “shearit hapleta”, gli sfollati. 

Il mio modo di pensare è cambiato. Ho capito che appartenevamo alla stessa nazione. Mi ricordo come in quei mesi abbiamo cercato, noi soldati della Brigata, i nostri parenti che forse erano sopravvissuti all’Olocausto. Ricordo ancora il nostro commovente incontro con i sopravvissuti. Certo, alcuni di noi sostennero propositi di vendetta, ammazzare nazisti e SS. Si discusse, ricordo, di queste cose.
Ma alla fine decidemmo che la vittoria, e la vittoria dell’idea sionista, sarebbe stata la miglior vendetta contro chi aveva tentato di distruggerci "
Testimonianza dello scrittore Hanoch Bartov  (sempre da www.brigataebraica.org)





Buon 25 aprile a tutti, con il ricordo di tutti i caduti per la libertà e la democrazia.
Io sono di Alba, quella città che "Alba la presero in duemila il 10 ottobre, e la persero in duecento il 2 novembre 1944" (Fenoglio, I 23 giorni della città di Alba), ho conosciuto partigiani, anche con il numero tatuato sull'avambraccio perchè la loro fede nella libertà era piu' forte del giogo del nazista o perchè non si piegarono alle leggi razziali e non denunciarono il vicino di casa in quanto ebreo.

Oggi è giornata di ricordo, di memoria. Non di polemiche sterili e pretestuose. 
Alziamo la bandiera dell'Italia e di chi  supportò e aiutò la liberazione di questa nostra Terra.


venerdì 3 aprile 2015

Happy Passover !




Pesach è forse la principale ricorrenza ebraica, quest'anno cade tra il 4 e il 12 aprile (14-22 del mese di nisan); ancora oggi la festa, fin dalla vigilia, ricalca le indicazioni bibliche presenti nel Pentateuco, con gli adattamenti resi necessari in seguito alla diaspora ebraica.


In Israele Pesach dura sette giorni, mentre fuori da Israele, nei territori della diaspora, dura otto giorni. La distinzione ha origini antiche: in passato, infatti, nei territori della diaspora era difficile far pervenire per tempo l'esatta data della ricorrenza e, per ovviare all'insorgere di errori, si decise di far durare la celebrazione un giorno in più. La pratica viene mantenuta ancora oggi, nonostante ormai non vi siano più problemi di comunicazione tali da giustificarla, serve solo a sottolineare simbolicamente la differenza tra chi vive nella Terra promessa e chi vive fuori da essa. 


La Pasqua è una delle tre feste bibliche di pellegrinaggio (Esodo 23:14-17), celebrata in ricordo della liberazione del popolo israeliano dalla schiavitù d'Egitto. Il primo giorno di Pesach prevedeva una santa convocazione durante la quale veniva offerto a Dio, oltre all'olocausto del mattino, un olocausto di due torelli, un montone e sette agnelli di un anno, i quali dovevano essere senza difetto, insieme a un 'oblazione di cibo di fior di farina mescolata con olio (Numeri 28:19-20). Inoltre veniva offerto anche un capro come sacrificio espiatorio per il peccato. Tutti questi olocausti dovevano essere offerti anche per i sette giorni successivi. Il primo e il settimo giorno di Pesach si celebrava una santa convocazione e non doveva essere svolto alcun lavoro servile (Numeri 28: 16-25) -

Il 14 di Nisan (quest'anno venerdì 3 aprile) è la vigilia di Pesach, detta ta'anìt bekhoròt. In passato, quando esisteva ancora il Tempio di Gerusalemme, ogni famiglia ebrea "sacrificava la Pasqua" per mezzo di un agnello di un anno, senza difetto, ricordando la salvezza degli israeliti dalla piaga dello sterminio dei primogeniti, che invece colpì gli egiziani (episodio ricordato in Esodo 11:1-7); durante la vigilia i primogeniti ebrei digiunano.


Il termine Pesach viene dal verbo pasach, col significato di "passare oltre", in ricordo dell'azione dell'angelo della morte che "passò oltre" i primogeniti israeliti, risparmiando le case i cui stipiti erano segnati con il sangue d'agnello.
Dopo il tramonto del 14, quindi all'inizio del 15 di Nisan, (quest'anno sabato 4 aprile) parte la festa effettiva, che dà il via a sette giorni durante i quali ebrei e non ebrei (questi ultimi in territorio d'Israele) mangiano, come in passato, pani azzimi o matzot (la festa degli Azzimi citata in Esodo 23:14) e organizzano cene di commemorazione con un preciso rituale.



Prima della festa, la sera precedente alla vigilia di Pesach, le case delle famiglie ebree vengono ripulite da ogni traccia di lievito e alimenti lievitati (hamez).
Il lievito rappresenta il peccato e la malvagità. 

Quindi, il gesto di eliminare ogni traccia di hamez rappresenta il fare pulizia nella propria vita e nella propria famiglia da ogni peccato e malvagità.

Dopo aver eliminato l'hamez si prendono alcuni pezzetti di pane e si nascondono per casa, di modo che i bambini possano trovarli. La ricerca viene effettuata a lume di candela e ha uno scopo prettamente educativo. Prima di dar via alla ricerca dei pezzetti di pane si pronuncia la benedizione Baruch atah Adonai Elohenu melech a'olam asher kiddeshanu bemitzvotav vetzivvanu al biur chametz ("Benedetto sei Tu Signore Iddio nostro, Re del mondo, che ci hai santificato coi tuoi precetti e ci hai comandato lo sgombro del hamez"). I pezzi di pane trovati vengono, poi, messi da parte fino al mattino seguente, avendo pronunciato la formula Kol chamirà vechamità deica birshtì, delà chamitè udelà viartè, livtil veleevè keafrà dearà ("Qualunque cibo lievitato sia ancora in mio possesso e mi sia sfuggito e sia stato eliminato, sia resto nullo e considerato polvere di terra"). Successivamente, il mattino dopo, vengono presi i pezzi di hametz precedentemente conservati per essere bruciati con gli elementi utilizzati per il Sukkot precedente, ovvero il lulav e i rametti di salice. A questo punto, viene detto quanto segue: Kol chamirà vechamità deica birshtì, dechamitè udelà chamitè, deviartè udelà viartè, livtil veleevè keafrà dearà ("Qualunque cibo lievitato che ancora sia in mio possesso, che lo abbia visto o che mi sia sfuggito, che lo abbia sgombrato o meno, sia resto nullo e considerato polvere di terra").



LA CENA DI PESACH 


La cerimonia più importante si tiene la prima sera con la cena - il primo séder di Pesach - il cui rituale, come detto, è descritto minuziosamente nell'Hagaddah. Gli alimenti utilizzati sono i seguenti: quattro coppe di vino più una coppa detta "la coppa di Elia", del vino rosso, pane azzimo, uno stinco d'agnello o un collo di pollo arrostito (zroah), che rappresenta l'agnello portato al Tempio per essere sacrificato. Inoltre, altri elementi simbolici sono le verdure o erbe amare come il rafano o la lattuga romana in rappresentanza dell'amarezza della vita (chazeret e maròr), una ciotola con acqua salata (che rappresenta le lacrime versate dagli ebrei in Egitto) in cui viene inzuppato solitamente del sedano, della cipolla cruda o la patata bollita e sbucciata (karpas), delle erbe amare e una ciotola con una sorta di impasto o marmellata (charoset) realizzata con frutta e frutta secca (solitamente composta di mele, pere, noci e vino) in ricordo della malta d'Egitto utilizzata dagli schiavi israeliani per fabbricare i mattoni. Tutti questi ingredienti vengono posizionati in un particolare vassoio (ke'arà) utilizzato in occasione del pasto di Pasqua. Al centro del piatto del seder, in un vassoio coperto da un panno bianco o in una sacca bianca a tre scomparti ("tasca della matzah"), si adagiano tre pani azzimi (matzot shemurot), accuratamente selezionati in base al processo di lavorazione. L'azzimo è simbolo di servitù, è il pane del povero, segno della partenza improvvisa e frettolosa degli israeliani dal paese d'Egitto. Il pane azzimo è anche conosciuto anche come "il pane di afflizione" (lechem).

In tavola, durante il seder, viene sempre lasciato un posto vuoto con la Coppa di Elia posta davanti, dalla quale nessuno deve bere perché è riservata all'Elia delle profezie. Egli, infatti, è colui che annuncia la venuta del Messia escatologico. Il posto, perciò, rimane vuoto nel caso egli venga. Elia, secondo l'ebraismo, verrà e porterà con sé il Messia.
Le pietanze si alternano a meditazioni talmudiche, canti e letture bibliche correlate, introdotte dalla domanda rituale sul senso della celebrazione (anche questa riportata nella Bibbia), posta dai bambini agli adulti, e alla relativa risposta; dopo che gli adulti hanno bevuto la quarta coppa di vino, l'ultima prevista dal rituale, i bambini corrono ad aprire la porta di casa e tutti i commensali, in piedi, esclamano: Baruch haba b'shem Adonai! ("Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"). La celebrazione si conclude poi con canti tradizionali che ricordano la potenza di Dio e la comune fede. - 


http://iomeetiziana.blogspot.it/2014/04/festivita-ebraiche-pesach.html


giovedì 2 ottobre 2014

Yom Kippur - il giorno del Pentimento

Il 10° di Tishri del calendario ebraico è stato sempre il giorno più sacro del calendario ebraico sin dai tempi di Mosè, il “Sabato dei Sabati”. 
Questa giornata è incentrata sull’espiazione e sul perdono dei peccati. Era in questo giorno che il sommo sacerdote entrava nel Luogo Santissimo o Santo dei Santi, all’interno del Tempio per fare l’espiazione annuale per sé stesso e per la nazione d’Israele. 
«L'Eterno parlò ancora a Mosè dicendo: Il decimo giorno di questo settimo mese sarà il giorno dell'espiazione. Ci sarà per voi una santa convocazione; umilierete le anime vostre e offrirete all'Eterno un sacrificio fatto col fuoco. In questo giorno non farete alcun lavoro, perché è il giorno dell'espiazione, per fare espiazione per voi davanti all'Eterno, il vostro DIO. Poiché ogni persona che in questo giorno non si umilia, sarà sterminata di mezzo al suo popolo. E ogni persona che in questo giorno farà un qualsiasi lavoro, io, questa persona, la distruggerò di mezzo al suo popolo. Non farete alcun lavoro. È una legge perpetua per tutte le vostre generazioni, in tutti i luoghi dove abiterete. Sarà per voi un sabato di riposo, in cui umilierete le anime vostre; il nono giorno del mese, dalla sera alla sera seguente, celebrerete il vostro sabato» (Lev.23:26-32)

Quest'anno 2014, Yom Kippur cade il 4 ottobre (la festività comincia la sera del 3!).
La parola «yôm» significa «giorno». La parola «kippur» è molto spesso tradotta come «espiazione». La parola «kippur» viene dalla radice «kaphar», che letteralmente significa coprirsi o nascondere. L’espiazione è la "copertura del peccato". Dà a intendere anche l'idea di un riscatto o di una redenzione, o di uno scambio
Kippùr si basa su tre concetti fondamentali: 
esame di coscienza  (cheshbonòt néfesh),
confessione delle nostre colpe (viddùi),
espiazione (kapparà) e perdono (selichà).

Nella Torah viene chiamato Yom haKippurim (Ebraico, "Giorno degli espìanti"). È uno dei cosiddetti Yamim Noraim (Ebraico, letteralmente "Giorni terribili", più propriamente "Giorni di timore reverenziale"). Gli Yamim Noraim vanno da Roh ha Shana a Yom Kippur, che sono rispettivamente i primi due giorni e l'ultimo giorno dei Dieci Giorni del Pentimento.
Nel calendario ebraico Yom Kippur incomincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri (che cade tra Settembre e Ottobre del calendario gregoriano), e continua fino alle prime stelle della notte successiva. Può quindi durare 25-26 ore.

Nel pensiero ebraico
Il tema centrale è l'espiazione dei peccati e la riconciliazione. È proibito mangiare, bere, lavarsi, truccarsi, indossare scarpe di pelle ed avere rapporti sessuali. Il digiuno - astinenza totale da cibo e bevande - inizia qualche attimo prima del tramonto (chiamata tosefet Yom Kippur - aggiunta a Yom Kippur - l'aggiunta di una piccola parte del giorno precedente al digiuno è prescritta dalla Halakha), e termina dopo il tramonto successivo, all'apparire delle prime stelle. Le persone malate consultano in anticipo un'autorità rabbinica competente per verificare se il loro stato le esenti dal digiuno.

Il servizio ha inizio con la preghiera di Kol Nidre che deve essere recitata prima del tramonto. Kol Nidre (parola aramaica che significa "tutte le promesse") rappresenta l'annullamento di tutti i voti pronunciati nel corso dell'anno. Secondo The Jewish Encyclopedia, il testo della preghiera recita: 
"Tutti i voti, gli impegni, i giuramenti e gli anatemi che siano chiamati 'konam', 'konas', o con qualsiasi altro nome, che potremmo aver pronunziato o per i quali potremmo esserci impegnati siano cancellati, da questo giorno di pentimento sino al prossimo (la cui venuta è attesa con gioia), noi ci pentiremo".
Yom Kippur completa il periodo di penitenza di dieci giorni iniziato con il capodanno di Rosh haShana. Sebbene le preghiere con le quali si chiede perdono siano consigliate durante l'intero anno, diventano particolarmente sentite in questo giorno.
La preghiera mattutina viene preceduta da alcune litanie e richieste di perdono chiamate selihot; nel giorno di Kippur queste vengono aggiunte in abbondanza nella liturgia.

In accordo con Mosè Maimonide "Tutto dipende da quanto un uomo meriti che vengano cancellati i demeriti che pesano su suo conto", quindi è auspicabile di moltiplicare le nostre buone azioni prima del conteggio finale fatto il Giorno del Pentimento (ib. iii. 4). 
Coloro che Dio considera meritevoli entreranno nel Libro della Vita, la preghiera recita: "Entriamo nel Libro della Vita". Recita anche l'auspicio "Possa tu essere iscritto (nel Libro della Vita) per un gioioso anno". Nella corrispondenza scritta tra capodanno e il Giorno del Pentimento, colui che scrive conclude, abitualmente, augurando al mittente che Dio approvi il suo desiderio di felicità..

Il Giorno del Pentimento sopravisse all'abbandono delle pratiche sacrificali dell'anno 70 CE. "Nonostante nessun sacrificio verrà offerto, il giorno manterrà il suo proprio effetto di espiazione" (Midrash Sifra, Emor, xiv.). I testi ebraici insegnano che in questo giorno non è permesso che venga compiuta altra attività che non sia il pentimento. Il pentimento è l'indispensabile condizione per tutti i vari significati dell'espiazione. La confessione del penitente è una condizione richiesta per l'espiazione.
"Il Giorno del Pentimento assolve dalle colpe di fronte a Dio, ma non di fronte alla persona offesa fin quando non si ottiene il perdono esplicito dalla stessa" (Talmud Yoma viii. 9). È usanza di terminare ogni disputa o litigio alla veglia del giorno di digiuno. Anche le anime dei morti sono incluse nella comunità dei perdonabili del Giorno del Pentimento. È un costume per i bambini che abbiano perso i genitori di ricevere una menzione pubblica in sinagoga, e di offrire doni caritatevoli alle loro anime.

Contrariamente al credo popolare, Yom Kippur non è un giorno triste. Gli ebrei Sefarditi, ovvero gli ebrei di origine spagnola, portoghese o nordafricana chiamano questa festività il "Digiuno Bianco". Di conseguenza, molti ebrei hanno l'usanza di indossare solo vestiti bianchi, per simbolizzare il candore delle loro anime.
La liturgia
Per le preghiere della sera viene indossato un Talled (uno scialle di preghiera rettangolare), e questo è l'unico servizio serale dell'anno in cui questo succede. Ne'ilah è un servizio speciale che si tiene solo a Yom Kippur, e lo chiude. Yom Kippur termina con il suono dello shofar, che conclude la celebrazione. 
Viene sempre osservato un giorno di vacanza, sia dentro che fuori i confini della terra di Israele.
Il servizio nella sinagoga comincia alla sera della vigilia con il Kol Nidre. Le devozioni durante il giorno sono continue dalla mattina alla sera. Molta importanza è data al brano liturgico in cui si narra il cerimoniale del tempio.
Secondo il Talmud, Dio apre tre libri il primo giorno dell'anno, Rosh Hashana: uno per i cattivi assoluti, un altro per i buoni assoluti, e il terzo per la grande classe intermedia. 
Il fato dei buoni e cattivi assoluti viene determinato in quel momento; il destino della classe intermedia resta sospeso fino al giorno di Yom Kippur, quando il fato di ognuno si decide. Il brano liturgico Unetanneh Tokef afferma:

"D-o Re, che siedi su un trono di misericordia per giudicare il mondo, allo stesso momento Giudice, Difensore, Esperto e Testimone, apri il Libro delle Firme. Si legge che dovrebbero esserci le firme di ogni uomo. La grande tromba viene suonata; si sente una voce piccola e decisa; gli angeli fremono, dicendo "Questo è il giorno del Giudizio": perché gli stessi ministri di Dio non sono puri dinnanzi a Lui. Come un pastore dirige il suo gregge, facendolo passare sotto il proprio bastone, così Dio fa passare ogni vivente di fronte a Lui, per stabilire i limiti della vita di ogni creatura e per definirne il destino. Nel giorno di capodanno il decreto è stilato; nel giorno del pentimento è sigillato; chi vivrà e chi morirà... Ma il pentimento, la preghiera e la carità possono evitare il crudele decreto."
La "Corona di Maestà" di Ibn Gvirol è aggiunta alla liturgia Sefardita nel servizio serale, ed è anche letta in alcune sinagoghe Askenazite ed Italiane. Al centro della liturgia antica è la confessione dei peccati. "Perché non siamo tanto presuntuosi da dirTi che siamo giusti e non abbiamo peccato; ma, nella realtà, abbiamo peccato... sia la Tua volontà che io non pecchi ulteriormente; Ti piaccia lavare i miei peccati trascorsi, secondo la Tua bontà, ma non con punizioni severe".
Le melodie tradizionali con i loro toni di lamento (della tradizione Askenazita) danno espressione sia all'angoscia individuale a fronte dell'incertezza del destino e al lamento di un popolo per le glorie perdute. Nel giorno di espiazione l'ebreo osservante dimentica la mondanità e le sue necessità e, escludendo l'odio, l'antipatia e tutti i pensieri ignobili, cerca di occuparsi unicamente di cose spirituali. I libri ebraici di preghiera fanno notare che, se gli atti di pubblica contrizione sono obbligatori, il correttivo più efficace è quello stabilito dai Profeti biblici, che insegnano che il vero digiuno di cui D-o gioisce è lo spirito di devozione, gentilezza e penitenza.
Il carattere austero impresso alla cerimonia dal tempo della sua istituzione è stato conservato fino ad oggi. 

Anche se altre cose sono divenute desuete, la presa sulla coscienza di ogni ebreo è così forte che pochi, a meno che non abbiano reciso ogni legame con l'ebraismo, evitano di osservare il giorno di espiazione astenedosi dal lavoro quotidiano e partecipando alle funzioni.


venerdì 26 settembre 2014

Cinematov, Milano 27 -30 settembre 2014


A Milano il cinema israeliano indipendente dal 27 al 30 settembre 2014
L’edizione di Cinematov 2014 propone una rassegna di cinematografica israeliana, intitolata sul tema del lavoro che comprende 8-10 lungometraggi, accompagnati da documentari brevi. Sulla base dell’esperienza degli anni precedenti, proponiamo proiezioni scaglionate nell’arco di quattro giorni, di preferenza il fine di settimana. La rassegna ricalcherà il modello delle edizioni del 2009 e 2013, che si sono svolte al cinema Gnomo e al Teatro Franco Parenti, cioè proiezionedi due film al giorno, preceduti dalle spiegazioni di un critico cinematografico.
Per quest’edizione è stato scelto di mettere l’accento sul ruolo del lavoro nella società israeliana. Il lavoro (in primo luogo quello dei campi) è stato al centro della corrente del “sionismo socialista”, che accomunava il ritorno in Israele col sogno della costruzione di una società più giusta ed egualitaria. Lavoro “liberato” (dallo sfruttamento capitalistico) in un paese ritrovato. Emblema di questa scommessa era (e in parte è ancora) il kibbutz.
Prima idealizzato e poi diventato un sogno infranto, il kibbutz è stato a lungo uno dei temi preferiti del cinema israeliano. Esisteva però, già negli anni Cinquanta e Sessanta, un’altra Israele: quella delle piccole e sperdute cittadine di immigrati dove il diritto al lavoro è sempre stato una lotta quotidiana come nel film “Lehem” (Pane) di Ram Levy. Al tempo stesso il sogno del “lavoro liberato” (di cui erano portatori soprattutto gli ebrei giunti dall’Europa) ha riflesso la divisione tra le diverse comunità alla base della popolazione israeliana. Il conflitto israelo-palestinese offre anch’esso ai realizzatori cinematografici uno spunto per parlare delle diverse realtà rispetto al grande tema del lavoro. Vari film israeliani raccontano i tentativi di convivenza israelo-palestinesi tramite il lavoro come il film documentario “Dughit” o al contrario i rapporti difficili come “Bethlemme”.
La riflessione realizzata attraverso i film della rassegna darà una particolare importanza agli aspetti umani, direttamente o indirettamente legati alle problematiche del lavoro o più semplicemente il luogo del lavoro come microcosmo dove si manifestano amori, odi, conflitti familiari, sogni e delusioni.
Come per la rassegna precedente, la scelta dei film terrà conto della loro qualità e nello stesso tempo offrirà al pubblico la possibilità di vedere dei lavori che arrivano raramente nei circuiti commerciali. Tra questi vogliamo sottolineare il film “Avodà” (Lavoro) realizzato dal fotografo e regista Helmar Lerski nel 1935. Lerski è stato profondamente influenzato dall’espressionismo tedesco e dalla cosiddetta Scuola del montaggio sovietico, ciò che gli ha permesso di trasmettere nel suo film i valori del sionismo dell’inizio del XX secolo attraverso un’estetica molto particolare.
PROGRAMMA
“Sogno e lavoro: dal kibbutz al computer”
Sabato 27 settembre
Ore 19,00. Documentario: Avodà – Lavoro – Helmar Lerski , 1935, 50 minuti
Film muto, che propone l’idea sionista del lavoro. Lavoro dei campi, lavoro fisico, lavoro come simbolo dell’ “uomo nuovo”. Quindi lavoro per abbandonare lo stereotipo dell’ebreo della diaspora, a cui erano preclusi molti mestieri “normali”. Tra i più importanti fotografi della sua epoca, Lerski ha vissuto per un lungo periodo in Palestina, dove ha realizzo diversi film, che esprimevano l’ideologia dei pionieri in un linguaggio artistico molto originale, vicino all’espressionismo tedesco.
Ore 20,00. Apertura
Ore 20,15. Film: Noa’ar – Youth – Tom Shoval , 2013 , 107 minuti
Il padre di Yeki e Shaul, due giovani fratelli molto legati tra loro, perde il lavoro. La famiglia si trova in una situazione finanziaria disperata e rischia di perdere l’appartamento dove abita. I due giovani escogitano un piano strambo per aiutare i genitori a uscire dall’impasse. Premi al Festival internazionale di Film di Gerusalemme , di Durban, di Sofia e di Salonicco.
Ore 22,15. Documentario: Halutzot – Pioniere-Michal Aviad, 2013, 50 minuti
Il film ricostruisce – attraverso lettere, diari e materiale di archivio – la vita di 5 donne giunte dalla Russia in Palestina all’inizio del XX secolo. Pioniere che sognavano una società nuova e giusta. Fondatrici del kibbutz Ein Harod , queste donne hanno lavorato la terra accanto agli uomini e hanno lottato per creare un mondo solidale ed egualitario. Il sogno però si è scontrato con una realtà più aspra di ciò che avevano immaginato.
Domenica 28 settembre. Maratona di documentari:
Ore 15,30. Lo rahok mehaetz – Non lontano dall’albero – Alon Elsheikh , 2011, 50 minuti
Il film racconta la storia di una famiglia di vignaioli, tra i fondatori della cittadina di Ghedera. Avi Cahanov, il capo famiglia, ha continuato il lavoro di suo padre e lo ha sviluppato. Il figlio di Avi, invece, ha scelto un’altra strada. Conflitti all’interno della famiglia, incomprensioni e scontri trovano la loro espressione nel lavoro che però è anche luogo di incontro e riconciliazione.
Ore 16,30. Ha-hanuiot shel pa’am – I negozi di una volta – Yoav Gurfinkel, 2007, 53 minuti
Il regista ci porta in un viaggio tra i negozi di una volta nella città di Jaffa: un barbiere sul punto di chiudere bottega ma che ancora serve i pochi clienti con “attrezzi” ormai introvabili, una merceria dove i bottoni, fili e aghi aspettano qualcuno che li guardi, due cappellai che ricordano con malinconia i tempi in cui gli uomini non osavano uscire senza cappelli. Nostalgia , tristezza, rassegnazione e un po’ d’ironia in un mondo in via d’estinzione.
Ore 17,30. Bubot Nyar – Bambole di carta- Tomer Heymann, 2006, 80 minuti
La camera del regista segue le vicende di sei “trans” filippini che durante la settimana lavorano come badanti prendendosi cura di persone anziane e il fine di settimana si esibiscono nei club di Tel Aviv in spettacoli di drag queen. Storie di lavoratori stranieri che vivono all’ombra degli attentati che allora colpivano le citta israeliane e della paura di essere rimandati nei paesi d’origine. Storie di amicizia, di solidarietà, di angosce e anche di ottimismo.
19, 45. Tavola rotonda con la partecipazione del regista di Bambole di carte Tomer Heymann, di giornalisti e di critici cinematografici.
Ore 20,30. Beith-lehem – Bethlemme – Yuval Adler , 2013, 99 minuti
Razi è un agente del Shin –Beth , i servizi israeliani di sicurezza interna, e Sanfur un adolescente palestinese , che diventa, suo malgrado, l’informatore di Razi. Fiducia e affetto nascono tra i due ma la dura realtà avrà il meglio suoi sentimenti complessi. Essere agente dei servizi di sicurezza interna non è un lavoro come un altro , perciò le questioni morali , la fedeltà e le emozioni, importanti in qualsiasi lavoro , prendono in questa storia un posto privilegiato e drammatico. Palestinesi e israeliani hanno lavorato insieme per la realizzazione di questo film che ha vinto 6 Ophir, i premi dell’Accademia israeliana di cinema, il premio per il miglior film nei “Tre giorni di Venezia” 2013 ed è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero.
Lunedì 29 settembre
Ore 19, 30. Dughit al maim soarim - Dughit nella tempesta – Ghil Karni , 2002, 53 minuti
Il regista segue gli sviluppi di un villaggio di pescatori israeliani, dei coloni andati a vivere nella Striscia di Gaza. All’inizio i palestinesi insegnano loro a pescare e tutti convivono e lavorano in pace, ma poco a poco i rapporti si degradano fino alla ritirata degli israeliani dalla regione. Ha vinto il premio per il miglior documentario dell’Accademia di cinema israeliano 2006.e ha partecipato a decine di festival nel mondo.
Ore 20,30. Lehem – Pane – Ram Levi, 1986, 80 minuti
In una cittadina sperduta nel sud d’Israele, abitata in maggioranza di ebrei sefarditi, emigrati dal Nord-Africa, gli impiegati di un panificio scioperano perché il proprietario ha ridotto il loro salario. Abbandonati dall’Histadrut,, il grande sindacato e dalle autorità, cercano delle vie per farsi sentire e rispettare. Nato come film per la T.V , Lehem ha ottenuto il Prix Italia della Rai.
Martedì 30 settembre.
Ore 19,30. Eize makom nifla – Che posto meraviglioso – Eyal Halfon , 2005, 104 minuti.
Il film sviluppa tre storie molto diverse tra loro ma con un elemento comune: i rapporti tra i datori di lavoro israeliani e lavoratori stranieri. Per i casi del destino, le vie della mafia russa s’incrociano con quelle dei braccianti thailandesi e con quelle delle badanti filippine.
Cinque premi Ophir, un premio al Festival di Gerusalemme e due premi al Festival di Karlovy Vary.
Ore 21. ‘Earat Shulaim – Footnote – Yossef Cedar, 2011, 103 minuti
Tra Elezer e Uriel Shkolnik, padre e figlio, esiste una grande rivalità. Entrambi sono insegnanti di studi talmudici all’Università ebraica di Gerusalemme, un luogo di lavoro prestigioso e nello stesso tempo terribilmente spietato. Candidato all’Oscar, come miglior film straniero, ha ottenuto 16 premi e 7 nomination in diversi festival internazionali in Israele e all’estero.