lunedì 18 gennaio 2016

In ricordo di Dafne Meir



Dafne  Meir era una giovane donna di 38 anni e madre di 6 figli,tra i 4 e i 17 anni,  viveva con il marito Natan, a Otniel, vicino a Hebron, città dove si respirano storia e vita ebraica essendo la città dei Patriarchi e delle Matriarche, città antica almeno di 2000 anni (nella foto sopra la Tomba dei Patriarchi).
Dafne ieri sera è stata assassinata dentro la sua casa, alla presenza dei figli , per mano di un terrorista palestinese che ha vibrato diversi fendenti alla parte superiore del corpo della sventurata vittima, con odio, con ferocia. Da settembre ad oggi è la 28esima vittima del terrorismo palestinese “mordi e fuggi” come lo definisco io. Attacca uccidi fuggi..  
 L'indagine della polizia ha rivelato che i bambini della vittima, di Dafne, erano presenti solo all'interno della casa.
Le forze di sicurezza hanno cominciato a cercare immediatamente l'aggressore armato di coltello, che è fuggito subito dopo l'attacco in direzione di città palestinese, dove certamente verrà aiutato a nascondersi e magari il suo gesto esaltato, lodato come esempio da seguire.
 La polizia ha detto di non conoscere sinora l'identità del terrorista, ma che potrebbe aver lavorato come operaio nella zona.  
Yochai Damari ha detto che una delle figlie di Dafne ha assistito all'omicidio e ha visto il killer fuggire. Ha aggiunto che altri due bambini erano all'interno della casa e hanno dovuto assistere agli ultimi momenti della madre ferita a morte.
 Secondo  la figlia maggiore, il terrorista sarebbe fuggito perché non riusciva a togliere il coltello dal corpo della donna uccisa, altrimenti è probabile che avrebbe fatto del male anche ai bambini
 "E 'stato uno spettacolo terribile", ha detto Noam Bar, un paramedico della Magen David Adom (MDA) arrivato sulla scena. "Abbiamo visto una donna, di circa 40 anni, priva di sensi, non respirava e non dava segni di vita. Aveva coltellate nella parte superiore del corpo, abbiamo effettuato prolungati tentativi di rianimazione, ma sono stati costretti alla fine a dichiarare la morte."  

 A metà novembre 2015, il rabbino Yaakov Litman e suo figlio Netanel furono assassinati in un attentato terroristico nei pressi di Otniel, con diversi altri membri della famiglia in macchina con loro che restarono feriti.

Ma il terrorismo palestinese non si ferma e oggi, in Cisgiordania, un ragazzo di 15 anni armato di coltello si è lanciato su una giovane donna ebrea, incinta, ferendola in modo molto grave.
L’attentatore è stato neutralizzato, e portato immediatamente all’Hadassah Medical  Center di Gerusalemme.

Sulle pagine dei quotidiani italiani e nelle notizie dei tg, questi fatti passano inosservati, Israele è sotto attentati terroristici da mesi, ma poche voci si levano a condannare questi fatti, i mass media -e l’opinione pubblica dietro- non danno il giusto peso agli attacchi palestinesi nei confronti della popolazione ebraica di Israele.
 Ingiustamente, perché è lo stesso terrorismo che colpisce l’Europa e l’Africa. 
Il terrorismo non ha mai giustificazioni, e il riportare solo certi fatti terrorismo e non altri, è tipico di un giornalismo fazioso.

Le piu’ sentite condoglianze alla famiglia della cara Dafne, a suo marito, ai suoi figli, con l’augurio che Israele trovi l’assassino, lo processi e venga condannato al carcere che merita.

"la pace non si conquista con i coltelli in mano"


Ieri la visita di Papa Bergoglio nella Sinagoga di Roma, la terza visita di un Pontefice, prima di lui infatti Papa Giovanni Paolo II nel 1986 e poi Papa Bendetto XVI si erano recati in visita.  

La visita del Papa in Sinagoga è "decisamente il  segno concreto di una nuova era, dopo tutto quanto è successo nel passato", è quanto ha affermato il rabbino capo di Roma Rav. Riccardo Di Segni accogliendo Sua Santità nel Tempio Maggiore.  "Secondo la tradizione giuridica rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa Chazaqà, consuetudine fissa" ha osservato il Rabbino.
Papa Francesco  ha ribadito che "Né la violenza né la morte avranno mai l'ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell'amore e della vita. Noi dobbiamo pregarlo con insistenza affinché ci aiuti a praticare in Europa, in Terra Santa, in Medio Oriente, in Africa e in ogni altra parte del mondo la logica della pace,della riconciliazione, del perdono, della vita" 
Ha inoltre piu' volte esortato a bandire atteggiamenti antisemiti  "E' una contraddizione che un cristiano sia antisemita, le sue radice sono ebree: un cristiano non puo' essere antisemita"

Quindi il Papa ha ricordato due gravi ferie inferte nel 1900 agli ebrei romani: la deportazione del ghetto da parte delle SS il 16 ottobre 1943 e l'attacco  di terroristi palestinesi che nel 1982 causò la morte del piccolo Stefano Gay Tachè e il ferimento di 37 ebrei romani

Resta un po' di rammarico che nelle Sue parole Israele continui ad essere indicata come "Terra Santa" e non già come Stato, Nazione che lo Stato del Vaticano ha riconosciuto (anche se solo nel 1993!).

Riporto il bellissimo e prezioso discorso della signora Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, indirizzata al Pontefice.
Un discorso denso e intelligente, che mi sento di condividere appieno

Ruth Dureghello: "La pace non si conquista con i coltelli in mano, scavando tunnel, lanciando missili"

"Con il permesso del Rabbino Capo, Riccardo Shemuel Di Segni, con il permesso dei Maestri, Saluto le autorità religiose, civili e militari presenti, i rappresentanti dello Stato d'Israele e voi tutti. Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità Ebraica di Roma a Lei, papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da San Pietro, seppur breve, è sembrata per secoli incolmabile. L'incontro odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano. Questo impegno comune si è concretizzato per la prima volta il 13 aprile 1986 con la storica visita di un papa in questa Sinagoga. Se oggi siamo qui è grazie a due grandi del nostro tempo e soprattutto grazie al loro coraggio: Giovanni Paolo II ed Elio Toaff zl. Che la loro memoria sia di benedizione. Il 17 Gennaio del 2010 quel gesto si è rinnovato dando il segno della continuità dei rapporti di amicizia tra le due sponde del Tevere, ed è per questo che un caloroso saluto voglio indirizzarlo al papa Emerito Benedetto XVI.
Oggi scriviamo ancora una volta la storia.
Più di mezzo secolo fa incontri come quello al quale partecipiamo oggi sarebbero stati difficili da immaginare. Il Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XIII, concepì la dichiarazione Nostra Aetate aprendo le porte di un nuovo percorso all'insegna del dialogo. Percorso che, a 50 anni di distanza, continua con la produzione di nuovi documenti, anche grazie alla Commissione Vaticana per i Rapporti con l’Ebraismo.
La Sua visita non porta con sé il segno dei ritualismi. È una tappa importante, in un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società.
Mi sento di poter dire che ebrei e cattolici, a partire da Roma, debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli.

Come sappiamo Roma ha un ruolo universale. Gli ebrei sono qui da ormai 22 secoli.

La nostra Comunità, che ha vissuto una storia straordinaria di sopravvivenza dell'identità nonostante le discriminazioni e le persecuzioni, è una comunità vivace, attiva e complessa.
In questa Sinagoga, simbolo dell'emancipazione politica della nostra Comunità, dopo la segregazione perdurata per quasi quattrocento anni, sono oggi presenti le tante espressioni dell'ebraismo romano, italiano e internazionale.
Gli Enti Ebraici sono istituzioni con radici antiche e tradizioni solide che rappresentano un ebraismo impegnato, nei secoli, al sostegno dei bisognosi, alla cura dei malati e degli anziani e, soprattutto, all'educazione dei figli e delle nuove generazioni. Persone, nella stragrande maggioranza volontari, che lavorano ogni giorno silenziosamente, con o senza ruoli ufficiali, per tenere viva una Comunità che è il mio più grande orgoglio ed è un grande orgoglio per tutta la città.
Lei, papa Francesco, ha dimostrato da sempre un'amicizia con il mondo ebraico. Dall'Argentina ha portato con sé un bagaglio di rapporti saldi con l'Ebraismo, ribaditi fin dai primi atti del suo pontificato. Voglio ricordare due momenti in cui mi sono sentita particolarmente toccata dalle sue parole. Il primo, quando, durante la visita della delegazione di questa Comunità in Vaticano, l'11 ottobre del 2013, al quale ho avuto l'onore di partecipare, Lei si è rivolto al nostro Rabbino Capo dicendo che "un cristiano non può essere antisemita. L'antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna". Il secondo, quando incontrando poche settimane fa il Presidente del World Jewish Congress, ha detto che "attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo". Lo ribadisco perché questa Comunità, come tutte le comunità ebraiche nel mondo, ha un rapporto identitario con Israele. Siamo italiani, profondamente orgogliosi di esserlo e allo stesso tempo siamo parte del Popolo di Israele.


È attraverso le sue parole che riaffermo con forza che l'antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo

Il Suo viaggio in Israele, e nella sua capitale Gerusalemme, è stato un atto per noi importante. Anche in quell'occasione Lei ha usato parole di profondo rispetto per lo Stato Ebraico auspicando che possa vivere in pace e sicurezza.
Per vedere tutto questo realizzato, dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. Tutti noi dobbiamo dire al terrorismo di fermarsi. Non solo al terrorismo di Madrid, di Londra, di Bruxelles e di Parigi, ma anche a quello che colpisce ormai tutti i giorni Israele. 
Il terrorismo non ha mai giustificazione.
La lezione dell'odio che porta solo morte è davanti agli occhi di tutti. Lo insegna la storia recente e quella meno recente. Lo ha visto Lei con i suoi occhi a Buenos Aires che ha conosciuto il terrore antisemita il 18 luglio del 1994: ottantacinque morti e oltre duecento feriti.

Molti si chiedono se il terrorismo islamico colpirà mai Roma. Signori, Roma è già stata colpita. Un solo nome: Stefano Gaj Taché z.l, due anni, 9 ottobre 1982, ucciso da un commando di terroristi palestinesi. Ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver onorato la memoria del piccolo Stefano ricordandolo nel suo discorso d'insediamento a Camere riunite e il Presidente Giorgio Napolitano per averlo inserito tra le vittime italiane del terrorismo.
L'odio che nasce dal razzismo e trova il suo fondamento nel pregiudizio o peggio usa le parole ed il nome di Dio per uccidere, merita sempre il nostro sdegno e la nostra fede una condanna. Papa Francesco, oggi abbiamo una grande responsabilità di fronte al mondo. Di fronte al sangue sparso dal terrore in Europa e in Medio Oriente, di fronte al sangue dei cristiani perseguitati e agli attentati perpetrati contro civili inermi anche all'interno dello stesso mondo arabo, di fronte agli orrendi crimini compiuti contro le donne. Non possiamo essere spettatori. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo cadere negli stessi errori del passato, fatto di silenzi assordanti e teste voltate. Uomini e donne che rimasero immobili davanti a vagoni stipati di ebrei spediti nei forni crematori. Eccoli, oggi in prima fila i nostri sopravvissuti alla tragedia della Shoah a ricordarci che la Memoria non è un esercizio di auto-consolazione per riparare agli orrori commessi. La Memoria del più grande genocidio della Storia dell'Uomo la teniamo viva affinché nulla di simile possa ripetersi. Questo il nostro impegno più grande per il futuro e per le nuove generazioni.
Con questa visita Ebrei e Cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie
che hanno riempito le cronache degli ultimi mesi.
La Fede non genera odio, la Fede non sparge sangue, la Fede richiama al dialogo.
Una convivenza ispirata all'accoglienza, alla pace e alla libertà in cui si impari a rispettare, ciascuno con la propria identità, l'altro. Come oggi qui a Roma, così in ogni luogo.
Siamo certi che questa consapevolezza, che non appartiene esclusivamente alle nostre religioni, possa trovare la collaborazione anche dell'Islam. La nostra speranza è che questo messaggio giunga ai tanti Musulmani che condividono con noi la responsabilità di migliorare il mondo in cui viviamo. Insieme possiamo farcela.


Shalom papa Francesco, Shalom a tutti voi" 

(discorso tratto da Il Foglio ) 

venerdì 15 gennaio 2016

Israele e Usa, storia di un amore?


Mercoledi 13 gennaio 2016, l’associazione Italia Israele di Alba Bra Langhe e Roero, in collaborazione con il Comune di Bra, e le Associazioni Italia Israele di Cuneo ed Asti, è stata lieta di ospitare il dott. Antonio Donno, storico, giornalista e scrittore, esperto di politica internazionale statunitense, sul tema “ Strategie e politiche internazionali a confronto"

Ad introdurre la serata Giuseppe Greco, presidente dell'associazione di Alba e Bra, il dott. Carlo Benigni, presidente dell’associazione cuneese, e l’avv. Luigi Andrea Florio, presidente dell’associazione astigiana nonché ex parlamentare europeo.

L’avv. Florio, in particolare, ha tracciato una breve introduzione sui rapporti tra UE e Israele, evidenziando primariamente come l’Europa abbia sempre mantenuto –e mantenga- un atteggiamento ostile nei confronti di Israele, nonostante quest’ultimo sia una sorta di appendice dell’Occidente, e per cultura e per democrazia affine agli stati europei, e sia nato al termine di un processo ideologico, quello sionista, che mirava alla costituzione di una patria, di uno Stato libero per il popolo ebraico, ricalcando in fondo quelle spinte risorgimentali  che in Europa hanno portato alla costituzione di stati come l’Italia stessa.  Il popolo ebraico tra l’altro ha in Europa il suo piu’ grande cimitero, non va dimenticato, frutto dell’insensatezza e della barbarie del periodo nazi-fascista.
Eppure l’UE è ostile: vedasi in ultimo la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dai cosiddetti “Territori Occupati” [Territori che in verità occupati, a norma di diritto internazionale non sono affatto, nota mia], cosa che l’Ue non fa e mai ha fatto per nessun altro Stato che occupi [anche davvero] territori altrui
L’Europa arrivò a boicottare la manifestazione Gerusalemme 3000, rifiutando la partecipazione poiché  non riconosceva la città di Gerusalemme come capitale politica dello Stato di Israele, ma all’inverso  la stessa UE non ha avuto nulla da ridire a fronte del divieto, sanzionato con la pena di morte, posto dall’ANP di vendere terra agli ebrei !
Alla fine degli anni 90 Israele era l’unico Stato al mondo, presente nelle N.U, che di fatto non potesse concorrere  al consiglio di sicurezza dell’ONU.  Come tutti sanno,  gli Stati concorrono sulla base della propria area geografica di appartenenza, Israele era nell’area asiatica ma i paesi arabi, della stessa area, lo boicottavano per non averlo al Consiglio di Sicurezza. Pertanto Israele chiese a piu’ riprese di essere inserita in altra area geografica e solo dopo alcuni anni tale richiesta fu accolta e Israele inserita nell’aerea europea ma solo grazie alle pressioni canadesi e statunitensi (nel 2001). 
All’interno dell’Europa vi sono comunque state eccezioni a tale atteggiamento ostile: per esempio l’Olanda ha sempre avuto rapporti decisamente ottimi politicamente e commercialmente.
Israele è certamente l’unica isola democratica tra le satrapie del medio oriente.

A questo punto prende la parola il dott. Antonio Donno.
Le relazioni tra Usa e Israele  sono sempre corse su due differenti binari: uno su un piano relativo al sentimento culturale  ed uno su un piano politico. Non sempre questi due piani hanno coinciso.
Gli Usa si sono dimostrati, per Israele, una risorsa imprescindibile ma al contempo anche uno dei loro maggiori problemi.
La cultura statunitense, il sentimento americano è intriso si cultura di stampo ebraico,  infatti i primi pionieri, giunti dall’Europa, cristiani, soprattutto i protestanti, utilizzavano moltissimo la Bibbia ebraica come loro testo religioso,ed è rimasta radicata negli animi.
Ma accanto al piano cultural-sentimentale, vi è e vi è sempre stato un piano piu’ strettamente politico, e qui gli Usa hanno alternato posizioni favorevoli a posizioni di astensione se non decisamente sfavorevoli nei confronti di Israele.
Ricordiamo il presidente Wilson, ad esempio. Egli era del tutto contrario alla Dichiarazione Balfour , nel 1917 Wilson infatti era sfavorevole ad un coinvolgimento della Turchia (o meglio dell’impero ottomano)  nella prima guerra mondiale, non desiderava il crollo dell’Impero Ottomano per tutto cio’ che avrebbe comportato sullo scenario mediorientale. E sostenere la creazione di uno stato ebraico avrebbe significato dare per scontato lo smantellamento dell’impero turco.
Wilson si dovette arrendere alla storia, l’impero ottomano venne travolto dalla sconfitta della Prima guerra mondiale (cosi come l’impero austro ungarico in Europa) e si dovette dare avvio alla nascita di un nuovo Medioriente.
Mentre l’opinione pubblica americana era favorevolmente schierata con l’idea di nascita di uno stato ebraico, la politica Usa tentennava, non era convita e di fatto si dissociò.
La nascita di diritto di Israele, nel 1948, fu di fatto voluta e fortemente sostenuta non già dagli Usa (dove Marshall, tutto il Dipartimento di Stato  e la lobby petrolifera erano decisamente ostili al Presidente Truman che invece era favorevole), e nemmeno dalla Gb (che anzi in votazione alle Nazioni Unite, si astenne!) ma dall’Urss.
Nel bailamme tra Truman, il presidente favorevole a riconoscere Israele, e il Dipartimento di Stato, che desiderava un MO solo arabo con cui mantenere rapporti stretti, ecco che si infilò l’Urss andando a sostenere la nascita dello stato ebraico (benché poi in Urss si scatenassero pogrom contro gli ebrei!). E durante la prima guerra arabo- israeliana (scatenata dai paesi arabi limitrofi non appena proclamato il nuovo Stato di Israele), le armi per difendersi arrivarono dall’Urss e non già dagli usa, cha anzi decretarono il blocco della vendita di armi a Israele.
Israele patì un isolamento gravissimo in Medio Oriente, Einsenhower era favorevole a Nasser (Egitto), e anche sotto Kennedy la situazione restò sempre tesa
Ma poi ci fu la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967. Israele vinse su tutta la linea e oltre.  E nel ‘73, di nuovo attaccato massicciamente, nella Guerra del Kippur ripetè le sensazionali vittorie di sei anni prima.
E gli usa iniziarono a guardare verso il MO in modo nuovo, anche a temere questo piccolo Stato, temere che potesse diventare troppo potente.
Israele invece fece un enorme favore agli Usa, consegnando loro, su un piatto d’argento, l’egemonia in Medio Oriente! 
Durante il periodo di Kissinger, ultimo grande statista  con una visione di politica estera 360°, e del presidente Nixon  vi fu un rapporto piu’ disteso, piu’ amichevole, ma dettato da contingenze politiche , in primis il timore appunto che Israele potesse divenire fin troppo forte.
Il presidente Reagan invece mostrò una seria amicizia con lo stato di Israele, sostenendo anzi che le cosiddette opere di colonizzazione non fossero illecite, poiché quella era terra ebraica e pertanto gli israeliani erano liberi di costruire.
Bill Clinton, benché democratico (nel corso del tempo il sostegno a Israele dapprima presente nel partito democratico passò a quello repubblicano conservatore) , diede ampio spazio nella sua politica all’incontro tra le due parti, israeliana e palestinese, patrocinando e sponsorizzando la formazione di due stati.
In verità tale proposta, di formare anche uno stato palestinese, venne fatta nel corso della storia a piu’ riprese.
Nel 1936, già la commissione Peel  procedette in tal senso e creò sulla carta due Stati, in cui la terra data a Israele era davvero poca cosa, piccolissimo lembo senza affaccio sul mare. Il resto sarebbe stato tutto Nazione palestinese.  La soluzione ai sionisti non piacque ma la accettarono, pur di aver un lembo di terra che fosse loro Patria accettarono. Ma gli arabi no. Assolutamente no.
La stessa risoluzione Onu del 47 prevedeva due Stati. Venne rifiutata dagli arabi.
Ma il momento clou della vicenda “due popoli due stati” si ha nel 2000. Se ancora vi fossero dubbi su chi dei contendenti  impedisce e ha sempre impedito la pace, eccoci al momento in cui Ehud Barak, premier israeliano, offre ad Arafat il 98% della Cisgiordania oltre tutta Gaza. 
Praticamente tutta la terra che i palestinesi volevano. Ottimo, ci si aspetterebbe una soddisfazione palestinese incredibile..finalmente possono avere il loro stato palestinese. Ma no.. Arafat rifiuta categoricamente.
Questo è esemplificativo di cosa la parte araba voglia, non vuole uno Stato proprio, non è la loro mira. Il loro obiettivo è che su tutto il territorio dell’attuale stato di Israele non vi sia piu’ un solo ebreo, che non vi sia lo stato di Israele. Di meno non è accettabile, la coabitazione non è per l’anp accettabile. Questo è chiaramente mostrato.
Nel 2005, sempre in un’ottica distensiva e volta a cercare spiragli di pace, Sharon abbandona tutta la striscia di Gaza, rimuovendo tutti gli ebrei che lì vivevano e abitavano e lavoravano (non fu una cosa indolore per gli israeliani).
Gaza era tutto territorio palestinese. Come si è governato? È nato un governo democratico che sviluppa uan società civile?  No. Si è impiantato il terrorismo di Hamas
Pensiamo per un momento se la Cisgiordania [prendete una cartina e guardate dov’è..nel cuore di Israele, nota mia] fosse del tutto abbandonata da Israele. Crediamo davvero che non andrebbe al potere un Hamas 2? un gruppo terroristico?  E un sospetto piu’ che fondato…ne converrete. E dove sarebbe questo terrorismo? Proprio nel cuore di Israele, con grave danno e pericolo, quindi, per la popolazione civile israeliana.
Si puo’ parlare di una relazione speciale tra Usa e Israele?
Come abbiamo visto, da un punto di vista politico, non sempre, anzi ben poco. Su un piano culturale invece sì. Ma nonostante tutto la presenza degli Usa a fianco di Israele ha rappresentato molto. Anche se è vero che Israele ha fatto molto per gli usa nel MO, come sopra detto, sbattendo di fatto fuori dalla zona l’Urss e facendo entrare gli Usa. Questo durante il periodo della Guerra Fredda Usa –Urss.
Passato però questo periodo, avviata la distensione tra Usa e Urss, e soprattutto caduto il blocco sovietico, le carte anche in MO si sono rimescolate, soprattutto la zona mediorientale diviene meno importante agli occhi degli Usa, che finiscono con il dedicargli sempre meno attenzione.
Oggi forse Putin sta riportando sulla scena una Russia differente. Putin è un erede di quella guerra fredda e non vedrebbe affatto male un’espansione egemonica della sua Nazione in MO.
Al contempo Putin si ritrova un presidente Usa, Obama, che di fatto si è del tutto ritirato dal MO, favorendo certamente la Russia putiniana
Oggi la posizione di Israele è complessa, è circondato da stati che stanno crollando o sono crollati sotto il terrore del Califfato, è circondato da forze di stampo terroristico. Non si tratta piu’ di Stati ma di entità imprevedibili e con cui è impossibile avere relazioni o trovare soluzioni diplomatiche
Qual è al politica di Obama in tutto questo?
Obama ha sostenuto l’ex presidente francese Sarkozy nella distruzione della Libia, ed è stato un errore fondamentale, poiché Gheddafi, piacesse o meno, era un elemento di stabilità notevole nel Mo e soprattutto nel suo paese.  Ucciso Gheddafi, la Libia non ha saputo trovare forme di governo alternativo alla sua figura, e ha lasciato campo al Califfato, a Isis.
In Egitto Obama è stato ambiguo: ha benedetto la vittoria dei Fratelli Mussulmani vedendoli molto positivamente.  Ma quando questi sono stati rovesciati da Al Sisi ecco che Obama ha prontamente sposato questo nuovo governo.
Nel Maghreb non è stato presente di fatto, ha contribuito a far della Libia un covo di terroristi e ha spinto l’Egitto verso la Russia.
In Iraq ha ritirato gli americani, lasciando campo libero anche qui alle forze terroristiche. In Iraq è forte, fortissimo, il problema sunniti-sciiti, andava risolto, non abdicando. Si, la democrazia , quando non si puo’ fare altrimenti, si esporta anche con la baionetta.
Oggi il MO è scenario di tensioni e scontri enormi tra sciiti e sunniti, per anni il MO rischia di essere teatro di battaglie (con le conseguenze di morte distruzione profughi).
In Iran (paese rivoluzionario e di enorme destabilizzazione del MO, paese che egli stesso si pone al di fuori di ogni Gruppo di Stati) la politica di Obama ha portato ad un accordo. Accordo che l’Iran viola costantemente, quasi quotidianamente.
Cosa fa Obama? Piega la testa, accetta le violazioni e sta zitto.
Il rapporto Iran –Usa è sbilanciato, non potrà mai funzionare. Da un lato abbiamo una nazione democratica, gli Usa, abituati a sedersi a tavolino e cercare soluzioni diplomatiche, dall’altro lato abbiamo uno stato “rivoluzionario” per definizione, che non intende mettersi al fianco di altri paesi, vuole egli per primo restare fuori da ogni Comunità di Stati. E’ una nazione basata sull’islam sciita, dove la legge è solo il Corano, legge che come tutti sanno, permette tranquillamente l’inganno, il  firmare accordi per nascondere la reale intenzione e poi disattendere questi accordi.
Ecco..non un partner certamente affidabile.


(Tiziana Marengo)

martedì 12 gennaio 2016

Michael Sfaradi intervista Ido Zelkovitz, esperto di politica mediorientale


Il Dottor Ido Zelkovitz, 36 anni, è uno degli esperti di medioriente più intervistati sia dai media israeliani che da quelli internazionali dai quali è considerato uno sorta di Guru del settore. Nonostante la giovane età ha un curriculum di tutto rispetto. Dopo aver maturato esperienza sia presso l’Università del Minnesota che presso la Georg August Universität di Göttingen in Germania è diventato docente di storia del Medio Oriente all’Università di Haifa. 
È specializzato nell’analisi della politica mediorientale ed è ricercatore presso il centro EZRI per gli studi sull’Iran e Golfo Persico con particolare attenzione alla politica e società palestinese.

Il confronto fra l’Arabia Saudita e l’Iran sta tenendo con il fiato sospeso, cosa dobbiamo aspettarci?
È solo una rottura diplomatica. Le due parti mostrano i muscoli perché l’egemonia sul Golfo Persico è importante per poter essere alla base di questa ‘guerra fredda’ ma non al punto da arrivare a uno scontro armato. Nel caso le tensioni si potrebbero ripercuotere anche sul prezzo del petrolio al momento piuttosto basso, creando disquilibri che potrebbero portare le nazioni occidentali ad acquistarlo altrove. Nonostante ciò nessuna delle parti può cedere sull’egemonia nel golfo. Si tratta di politica impregnata di motivazioni teologiche, di rispetto e potere nel mondo islamico in generale e in quello arabo in particolare. Credo che alla fine sarà l’Arabia Saudita che continuerà ad essere il faro dell’Islam, le altre nazioni sunnite che si affacciano sul golfo, infatti, in queste ore stanno  interrompendo le relazioni diplomatiche con l’Iran.

Eppure confronto armato fra le Iran e Arabia Saudita lo vediamo nello Yemen
Anche quei piccoli scontri a fuoco, saltuari bombardamenti delle forze alleate di Teheran o come abbiamo appena visto l’esecuzione dell’Iman Sciita sono azioni che fanno parte della ‘politica dei muscoli’, non possiamo catalogarle come guerra aperta, mancano di intensità e di continuità per considerarle tali.

Perché il mondo arabo non è intervenuto in aiuto della popolazione civile nella guerra siriana?
Non è cosa nuova, il sogno panarabo non si è mai realizzato. 

Ha  seguito strade diverse da quelle preventivate nel 1945 con la costituzione della Lega Araba che proteggendo interessi di singole nazioni senza una visione collettiva ha fatto naufragare gli intenti con i quali era stata creata. 
Non è vero che le nazioni arabe non intervengono nella guerra civile siriana, lo fanno eccome, ma seguendo interessi che non salvaguardano la popolazione civile. I sauditi finanziano una parte dei rivoltosi a causa dell’acredine fra Alawiti e Sunniti, i vertici di Hamas non potendo prendere posizione, si sono improvvisamente trovati fra due fuochi, hanno abbandonato la Siria che li aveva protetti e l’Iran, direttamente o per mezzo di Hetzbollah, combatte al fianco di Assad. 
Tutto questo senza che nessuno pensi alle sofferenze della popolazione civile.

La Russia però è ora presente in Siria
La Siria è stata una base operativa russa fin dai tempi dell’Unione Sovietica, sia dal punto di vista logistico che di intelligence. 

L’alleanza con la famiglia Assad ha una storia lunga e non si può colpire il dittatore siriano senza ferire l’orso russo. 

Il meglio delle forze russe è impegnato a mantenere il potere nelle mani di Assad perché una sua caduta sarebbe per Mosca una sconfitta. C’è anche un messaggio chiaro all’Europa e a Obama: la Russia è tornata ad essere una potenza militare ed economica con la quale bisogna fare i conti, tutto questo è dimostrato dallo spiegamento dei vettori S400 e, anche se non ce n’era bisogno visto che gli stessi target potevano essere colpiti in maniera più semplice, dall’uso di missili a lunga gittata che dal Mar Caspio hanno sorvolato l’Iran e l’Iraq prima di distruggere obbiettivi logistici delle fazioni anti Assad. Anche in questo caso si è trattato di una dimostrazione di forza e nel contempo sono stati provati nuovi armamenti, quelli che caratterizzeranno gli equilibri militari nei prossimi anni.

Nonostante questo Israele collabora con la Russia
Non è collaborazione, si tratta di accordi per evitare scontri fra le forze presenti sul teatro. Mosca è sempre stata alleata dei nostri nemici e un avvicinamento strategico ai danni degli USA sarebbe un errore che pagheremmo caro per generazioni intere. Putin non ha alcun sentimento nei confronti degli alleati, e nonostante i problemi con l’attuale amministrazione americana che avranno strascichi importanti nel tempo, sono troppi gli interessi israeliani negli USA e troppi quelli statunitensi in Israele per pensare a un cambio di rotta repentino della politica estera delle due nazioni.

E la Turchia di Erdogan in questo scenario?
Se è all’abbattimento del jet russo che si riferisce l’azione non è avvenuta su indicazioni NATO, si è trattato di difesa territoriale.

Per 10 secondi di sorvolo?
Se un aereo russo avesse sorvolato lo spazio aereo israeliano sarebbe stato abbattuto?

Non dopo 10 secondi
...e io non ne sono convinto. Dal punto di vista dei militari questi sono ordini preventivi a cui si obbedisce senza esitare. Fra Turchia e Russia ci sono anni di attrito che non hanno mai avuto sfogo e anche l’abbattimento è stato un messaggio chiaro che Putin ha mal digerito, considerando poi che gli aerei russi bombardano in Siria gli alleati della Turchia è facile trarre conclusioni.

Sulla questione israelo – palestinese le chiedo: a Ramallah c’è Abu Mazen che è presidente dal 2005 per un mandato di 4 anni, siamo nel 2016 e ancora non si parla di elezioni presidenziali.
E non se ne parlerà per parecchio tempo ancora. 
Alla fine del mandato, nel 2009, Abu Mazen non poté dimettersi a causa del colpo di stato di Hamas nella Striscia di Gaza. Per andare alle elezioni presidenziali i palestinesi dovrebbero raggiungere un accordo per un governo di unità nazionale, cosa al momento possibile solo sulla carta ma non ‘di fatto’. 
Abu Mazen, memore delle elezioni del 2006, con contrasti interni a ogni livello non ha interesse ad abbreviare i tempi. Il malcontento nella società palestinese, e non solo verso Israele, è palese e all’attuale classe dirigente serve la sicurezza di avere la maggioranza dei voti. È chiaro poi che non c’è al momento qualcuno che sostituendo Abu Mazen possa aprire reali trattative di pace con Israele, bisognerà aspettare ancora qualche anno prima che venga alla luce quel nuovo personaggio che abbia il carisma per traghettare i palestinesi dalla situazione attuale verso una sorta di democrazia occidentalizzata. 
Nel frattempo Abu Mazen terrà il potere per tutto il tempo che gli sarà possibile e quando sarà costretto, non dimentichiamoci che ha circa 80 anni, lo passerà a qualcuno di sua fiducia evitando le urne. 
Le elezioni ci saranno solo dopo i cambiamenti che la popolazione palestinese chiede a gran voce e solo dopo che si sarà calmata la rabbia fin qui accumulata. Quanto sia nervosa la società palestinese lo si capisce da un dato fondamentale, Marwan Barghouti, in carcere in Israele dove sta scontando 5 ergastoli come mandante di attentati terroristici, è il più popolare fra i palestinesi al punto che tutti i sondaggi lo vedono diventare presidente in ipotetiche elezioni. 
Israele chiaramente non lo farà uscire dal carcere molto presto, sono troppe le colpe che deve espiare, e questo, ne sono  sicuro, a Ramallah non dispiace a nessuno, anche per loro è una minaccia in meno all’orizzonte. 
Da parte israeliana la situazione non è migliore perché il premier Netanyahu, che conta su una maggioranza ristretta, sa che non può avventurarsi in ulteriori concessioni senza far collassare il suo governo, cosa che probabilmente riporterebbe gli israeliani alle urne. Le continue aggressioni dell’Intifada dei coltelli hanno poi esasperato la popolazione civile israeliana al punto che gli esiti di un’ipotetica tornata elettorale sarebbero imprevedibili. Questo è il motivo per cui fino a oggi anche il governo israeliano non ha fatto molto per riavviare le trattative ormai impantanate da troppo tempo nonostante le pressioni internazionali. Ma non è tutto, nel momento in cui le trattative di pace dovessero riprendere Israele deve presentarsi con un programma preciso dove sono chiari i limiti delle eventuali concessioni e altrettanto chiare le richieste di sicurezza e di come questa sicurezza debba essere garantita. Al contrario gli interessi dell’altra parte potrebbero rivolgersi contro e nessun governo israeliano, non importa di che colore politico, può più permettersi errori né di carattere politico, né di carattere militare né, e soprattutto, di carattere strategico.

In base alla sua esperienza dopo quasi otto anni di amministrazione Obama il medioriente è più sicuro, meno sicuro com’è esattamente?    
Il medioriente di oggi è una regione in rapido cambiamento, cambiamento che viene anche dall’interno non solo dalle pressioni delle grandi potenze. Se noi osserviamo la politica portata avanti dall’amministrazione Obama negli ultimi otto anni vediamo che due nazioni, Iraq e Siria sono crollate, non includo la Libia che strategicamente fa parte del nord Africa. Per quello che riguarda l’Iraq la responsabilità è diretta della politica della Casa Bianca che ha adottato una strategia che si è rivelata fallimentare. 
C’è comunque un problema di base, la costruzione di una democrazia liberale, bene assoluto per l’occidente, non è la medicina per il malato mediorientale. 
Per creare dal nulla una democrazia serve una nazione stabile per un certo numero di anni che lentamente, con riforme politiche liberali e con una politica sociale, porti benessere alla popolazione. Solo seguendo questa strada si arriva a creare una democrazia compiuta.
Perché questo accada in medioriente servono almeno un numero di anni pari a quelli di una generazione considerata dal punto di vista sociologico e cioè dai 25 ai 40 anni. Queste cose purtroppo qui non accadono. Il desiderio dell’occidente di rovesciare regimi dittatoriali senza avere una strategia che avesse pronto un cambio al potere, come in Iraq o Libia ha creato situazioni di anarchia totale con una regressione che ha lasciato il posto all’idea del califfato islamico che ha avuto gioco facile in zone dove c’era un vuoto di potere. È successo in Iraq, sta succedendo in Siria e probabilmente accadrà anche in Libia. Se guardiamo alla politica estera americana Obama non ha molti successi di cui vantarsi, anche se dal punto di vista degli americani lui era l’uomo che doveva far uscire l’esercito americano dall’Iraq, queste erano le promesse in campagna elettorale e le ha mantenute. Gli Usa avrebbero dovuto lasciare il medioriente solo dopo aver messo al potere una classe politica capace di governare, ma se dopo il crollo della Siria e dell’Iraq i militari americani saranno costretti a tornare in medioriente la sconfitta politica sarebbe impressionante. Non dobbiamo dimenticare però che Obama è stato eletto per risolvere i problemi economici americani e non per portare la pace in medioriente, la nostra regione non era in testa ai suoi programmi e per quello che riguarda l’economia americana ha ottenuto discreti successi.

Nel vuoto di potere che si è però creato in Iraq abbiamo visto il sorgere di ISIS (DAESH) che oggi in qualche modo impressiona il mondo intero
Non è esattamente così, è un po’ più complicato. Dopo l’uscita delle forze armate americane si è creata una nazione, o meglio rinasce la nazione dove gli eletti sono sciiti e anche la riforma in seno alle forze armate irachene ha cambiato le regole del gioco. 
Durante la dittatura di Saddam Hussein l’esercito iracheno era comandato da ufficiali sunniti mentre ora anche all’interno dell’esercito i posti di comando sono in mano agli sciiti. Molti ufficiali e soldati dell’era Saddam dopo la ricostruzione dell’esercito iracheno si sono ritrovati fuori dai giochi e, in qualche modo, hanno dovuto reinventarsi, questa è la cornice dentro la quale incomincia ad esserci una nazione islamica nel nord dell’Iraq. 
Da qui cominciano i veri problemi fra le forze sunnite e quelle sciite ma a distanza di tempo siamo anche testimoni di un fenomeno che in occidente viene sottovalutato, e cioè che sono molti gli affiliati a ISIS che cercano di rientrare nei territori dello stato iracheno con la speranza di riacquistare la cittadinanza.

Quanto è pericoloso ISIS oggi?
Pericoloso per chi, e soprattutto dove?

Pericoloso in generale, in medioriente o anche in Europa
Io credo che bisogna osservare ISIS da punti di vista diversi, innanzitutto le varie sigle che si sono succedute fino allo Stato Islamico, sono state la cartina di tornasole dei cambiamenti interni al movimento che anche se prende vita nei posti dove il vuoto di potere era evidente ha nel suo programma ideologico l’allargamento delle zone di influenza sulle quali poi imporre le regole della Sharia.
 Lo Stato Islamico diventa estremamente pericoloso per coloro che vivendo in zone cadute sotto il dominio del Califfo non vogliono vivere secondo queste regole. Abbiamo fino ad oggi visto scorribande, anche pesanti ed estremamente violente, dei guerrieri dello Stato Islamico, scorribande che sono avvenute in zone dove non c’era alcuna resistenza armata o se c’era era molto debole. Questo ha creato il mito di ISIS. 
Non abbiamo però ancora visto gli stessi guerrieri confrontarsi con nazioni militarmente avanzate con eserciti regolari, sono convinto che anche dal punto di vista strategico non sono in grado di reggere in confronto. Fino ad oggi hanno fatto la ‘voce grossa’ solo in zone dove gli stati erano assenti e sono stati bravissimi ad usare i media per far passare il loro messaggio di terrore, perché creare terrore nelle nostre menti è uno degli obbiettivi di questo Stato o organizzazione islamica.

Sta dicendo che tutte le immagini che abbiamo visto negli ultimi tempi con teste che rotolano o persone bruciate vive è solo una questione di propaganda?   
C’è tanta propaganda perché la via con la quale lo Stato Islamico riesce a sottomettere le persone è proprio il terrore del giorno per giorno, ci sono due tipi di persone che si associano a ISIS, quelli che lo fanno perché ci credono, come ad esempio i giovani che arrivano dall’Europa e che lo fanno perché convertiti all’estremismo islamico o persone che vivono in zone finite sotto il controllo di ISIS e che per sopravvivere sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco nell’attesa che lo stato, Siria o Iraq a seconda dei territori, mandi l’esercito per ristabilire l’ordine e riprendere il controllo. Non bisogna neanche dimenticare che il terrore è un’arma di inibizione nei confronti di coloro che vivono in territori vicini a quelli già sotto controllo di ISIS e che potrebbero cadere nelle loro mani. Si tratta di povera gente che vive in piccoli centri, gente consapevole del fatto che nel momento in cui i furgoni armati arrivano la loro vita deve cambiare altrimenti loro stessi diventeranno i tragici protagonisti dei nuovi filmati. Terrore che semina nuovo terrore è in pratica il sistema di controllo attuato in quelle aree. 
Oggi come oggi ISIS non è pericolosa per il medioriente perché come dicevo prima la sua logistica e le sue dotazioni non possono permetterle un confronto armato con degli eserciti strutturati.
Come già detto questa organizzazione che si fa chiamare ‘Stato Islamico’ non può reggere il confronto con la Giordania, non lo può reggere con l’Egitto e meno che mai nei confronti di Israele, e questo non lo può fare da nessun punto di vista.

E la parte di ISIS che si trova oggi in Libia e che ha già cominciato a minacciare l’Italia?
ISIS può nascere spontaneamente in ogni posto, basta un matto qualsiasi, singolo o in gruppo, che si associa alla sua ideologia o ai suoi fini e che porta a termine un attentato terroristico a suo nome facendo girare il video nei mainstream ha già conquistato la prima pagina dei giornali e crea la falsa sensazione che lo Stato Islamico si trovi in ogni posto mentre la realtà, fortunatamente è diversa. Si crea così una situazione solo in minima parte reale ma che per vie virtuali sembra essere immensa.
Lo stesso Stato Islamico prima ancora di essere una nazione con esercito, polizia, governo e istituti statali di ogni tipo è attualmente una organizzazione reale con uno Stato in massima parte virtuale.

In Europa i governi stanno prendendo coscienza che ci sono molti giovani, convertiti da altre religioni o musulmani di seconda o terza generazione, che dopo aver ricevuto addestramento militare ritornano a casa. Quanto possono essere pericolose queste persone?

Molto, molto pericolose. 
Questi giovani non tornano con il solo addestramento alle armi o agli esplosivi, tornano dopo un pesante lavaggio del cervello di tipo ideologico, tornano dopo aver preso parte a una sanguinosa guerra civile, e tutto questo influenza in maniera importante i pensieri e il modo di essere di questi singoli che sono potenzialmente delle ‘bombe a orologeria’. 
L’Europa deve cambiare l’approccio con queste novità e se non trova il modo per confrontarsi con tutto questo instaurando una politica nei confronti di questi giovani che sono cittadini europei, potrebbe ritrovarsi in una situazione di attentati terroristici a raffica portati proprio dai suoi cittadini. 
È a mio avviso necessario che le autorità europee ripensino nuovamente a tutte le misure di prevenzione perché il vecchio continente, che è un simbolo della democrazia liberale dove la libertà di parola e di pensiero è garantita in ogni nazione che la compone, può essere un obbiettivo preferenziale, e lo è già stato a Parigi, Londra e Madrid. 
Le autorità europee devono trovare una via che mantenendo le libertà primarie possa permettere un’azione di intelligence tale da prevenire ogni possibile attacco, un’azione di intelligence che però deve essere poi effettivamente coadiuvata da decise prese di posizioni politiche. Il fatto che alcuni dei terroristi che hanno portato a termine l’attentato a Parigi fossero tornati in Francia usando dei passaporti falsi o che girassero con documenti contraffatti è un segno tangibile che c’è del lavoro da fare e che questo lavoro va fatto subito. 
Il profilo del terrorista è una delle cose più dinamiche che esistano, in Israele durante la seconda Intifada i profili cambiavano nel giro di pochissimo tempo. In un certo momento dicevano che il terrorista potenziale era uomo intorno ai venti anni e, improvvisamente, a farsi esplodere sono state donne intorno ai 35 anni di età. La guerra al terrorismo chiede purtroppo un cambiamento nella dialettica a cui siamo abituati... cosa che in un mondo statico e decisamente difficile da attuare.

Michael Sfaradi   
giornalista free lance, scrittore e reporter di guerra

lunedì 11 gennaio 2016

Attacco alla Germania: "stuprate le loro donne"


Abbiamo tutti ormai coscienza di quanto accaduto nella notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio a Colonia e una decina di città tedesche dove orde di immigrati, rifugiati, richiedenti asilo, hanno provocato molestato minacciato stuprato e derubato le donne tedesche che stavano festeggiando San Silvestro.  Siamo a 500 denunce. 

Le immagini riprese dalle telecamere, quelle poche, bastano a farmi rabbrividire. Esattamente come rabbrividisco di fronte al voler sminuire questi fatti
Se avere l’immagine di un uomo che sputa verso una donna impaurita  da’ il voltastomaco, ancor di piu’ è stomachevole è l’atteggiamento di chi vuole  trovare una giustificazione o sminuire la cosa
Si legge su  Informare per Resistere “Questi ragazzotti magrebini conoscevano l’Europa dalla TV, si attendevano esattamente quello che si aspettano i nostri ragazzi la sera in discoteca: un facile Postribolo a buon mercato! Tutto qui.”
E Giulietto Chiesa gli fa eco “È una montatura mediatica, che dice con chiarezza (a chi ha gli strumenti per capire) che c’è chi vuole far salire l’isteria della gente. Per evidenti ragioni politiche, cioè per abituare il cittadino a un clima xenofobo”
Dacia Maraini segue il loro trend “non posso credere che tra di loro vi fossero immigrati, gente che ha alle spalle storie molto dolorose”.
Ho letto piu’ volte queste frasi, i pezzi di costoro e ho faticato a credere a cosa leggevo: abbiamo oltre 500 denunce e qualcuno osa giustificare? Sono ragazzotti, sono montature, non possono essere immigrati perché siccome hanno storie di dolore alle spalle non farebbero mai male a nessuno?
Non merita manco risposta il misogino Vauro che ha esordito con un criminale “Le nostre donne le stupriamo noi”..   
  
Credo che la nostra cara Europa finirà col morire di troppa democrazia e di troppa ignoranza. Pretendiamo infatti di capire l’altro, senza conoscerlo, e ragionando con i nostri metri logici.. giungendo a delle conclusioni buoniste “ma sì, abbiamo tutti lo stesso Dio”, “ma si..tutti vogliamo la pace”
Ma non è vero.   
Credete davvero che Allah sia come il Dio cristiano o ebraico?  Leggete Corano e Bibbia..troverete un abisso, a partire dall’inizio..  l’Adamo creato dal JHVH ebraico è fatto a immagine e somiglianza del divino. L’Adamo coranico no. E’ una differenza di sostanza notevolissima
E ancora, poi mi fermo perché non è esattamente il mio campo: nella tradizione ebraico-cristiana troviamo molti grandi da Abramo a Mosè a Giacobbe che discutono con Dio, un Divino che parla all’Uomo, che tratta con lui. Pensate ad Abramo che arriva a mercanteggiare qausi per la salvezza degli abitanti di Sodoma e Gomorra che Lui voleva distruggere ritenendole città di empi..
Avete mai letto di un personaggio del Corano che discute con Allah? No, non esiste. L’Uomo coranico non discute con il divino e anzi Allah proprio non parla CON l’uomo, ma ordina all’uomo. L’uomo esegue.

“In fondo abbiamo tutti lo stesso Dio”?   Non abbiamo lo stesso Dio, non abbiamo lo stesso Adamo né la stessa Eva!

Con questo non voglio concludere sull’essere una religione “migliore” dell’altra, ma certamente che sono concettualmente differenti. E di questo occorre tener conto quando si affronta la mentalità del mondo arabo, soprattutto quella di persone piu’ integraliste e degli Stati che si definiscono essi per primi proprio “islamici”
Quando affronto un argomento, devo ragionare con la mentalità dell’altro e non con la mia, per capire come lui vede le cose. E questo modo di pensare lo devo conoscere, non dare per scontato sia uguale al mio.  Così se per me, europea, è normale andare in giro a capodanno,  a bere, o dare il bacio in strada al fidanzato, per una donna dell’Arabia saudita non lo è affatto.

La concezione della donna è certamente lontana dal modello occidentale, come non abbiamo lo stesso Dio, non abbiamo lo stesso Adamo, non abbiamo la stessa Donna
Nei testi biblici “E JHVH fece cadere un sonno profondo sull’Adam che dormì, prese uno dei suoi lati e chiuse la carne in quel punto “ (Gn. 2,21)
Alcuni vi hanno visto come una subordinazione della donna,in tempi piu’ antichi, ma in epoca piu’ moderna le interpretazioni cambiano decisamente. Rabbi Shlomo Yitzchaki (1040-1105) noto come Rashi  specifica “che si tratta di un lato dell’uomo” e riprendendo l’idea di un midrash (interpretazione del testo) secondo cui Adamo ed Eva sarebbero stati un solo essere con due volti.
Altre interpretazioni vogliono un primo uomo androgino..  A significare che il maschile e femminile sono prima di tutto connaturazioni spirituali e non fisiche. Del resto Adamo è creato a immagine e somiglianza del divino che ha in se il maschile e il femminile
E un altro midrash sul dono della Torah recita che “ la vigilia dello Shabbat, gli ebrei si presentarono al monte Sinai, ordinati con gli uomini da un alto e le donne dall’altro. Il Distinto, fonte di Benedizione, disse a Mosè “vai chiedi alla figlie di Israele se esse gradiscono accettare la Tora” (da Letture Bibliche H.F.Cipriani), quindi il prezioso dono della Tora’  viene prima offerto alla donna, che non puo’ certamente dirsi “sottomessa” all’uomo.

Nel Corano la creazione di Adamo è tutta qui, Allah riferisce agli angeli che  “Io sto per porre sulla Terra un mio vicario”   
Allah non parla con l’Uomo, parla ALL’uomo, pertanto la sua parola è la legge. L’Uomo è sottomesso e al contempo è superiore alla donna. Le spose sono create per l’uomo.
L' Ayatollah M. Mutahhari scrive a proposito della donna  citando il  Corano 4:1. "L'unica anima" da cui l'umanità fu creata era quella di Adamo e, se pure la storia Biblica della creazione di Eva da una costola di Adamo qui non viene ripetuta, Maometto la riferisce in un hadith che suggerisce che, mentre uomini e donne possono avere le stesse "innate caratteristiche", ciò non significa che siano uguali in dignità, perché le donne sono ...deformi: "La donna è stata creata da una costola e in nessun modo si raddrizzerà per te; così, se vuoi servirti di lei, serviti pure di lei finché la deformità rimane in lei"

Anche il mondo occidentale ha visto per secoli la donna sminuita e considerata succube all’uomo.. ma abbiamo anche assistito ad una evoluzione del rapporto uomo-donna.  Il fatto che le leggi civili si siano da tempo staccate da quelle religiose ha certamente aiutato a vedere nella donna un soggetto di diritti, nel tempo parificati a quelli maschili.
Il mondo arabo è restato, e ha voluto restare, isolato e fermo al Corano di 1400 anni fa o poco oltre (forse solo in Marocco vi è  una scuola teologica un po’ vivace,tanto che nel 2005 si è giunti all’emanazione di un codice della famiglia con l’abolizione dell’autorità tutoria dell’uomo sulla donna).

“La cultura dei paesi arabi resta soffocata e, fatto forse ancor piu’ grave, isolata dal resto del mondo: ogni anno nel mondo arabo vengono tradotti 300 libri, un quinto rispetto alla Grecia. In Spagna in un anno si traducono circa 100.000 libri, quanti ne sono stati tradotti in tutti i Paesi arabi negli ultimi 2000 anni” da Arab Human Report 2002
I libri pubblicati in arabo sono  solo 1,1% della produzione mondiale  e di questo 1,1% il 17% sono testi coranici  (Il libro nero del Califfato, Panella, 2015)
Nel rapporto 2002 di cui l’incipit, si legge che  della popolazione araba 65 milioni di adulti sono analfabeti (benché il 45% della popolazione araba viva  in paesi arabi con altissima rendita petrolifera e il 10% in paesi con rendite tr i 10 e 18.000 dollari procapite, quindi non paesi poveri). Di questi 65 milioni di analfabeti ben i 2/3 sono donne.  Nel 2002, il Report evidenziava un 23% di arabi maschi adulti analfabeti e un 50% di donne arabe adulte analfabete
Nel mondo arabo, la vita è regolata da leggi di stampo religioso, e con differenze notevoli tra leggi applicabili a donne o a uomini,  laddove nel mondo occidentale abbiamo una netta separazione tra le leggi dello Stato e la religione. La Costitituzione del 1979  dell’Iran recita  “La Repubblica Islamica  è un sistema che si basa sulla fede in :  Non c’è dio al di fuori di Dio (ilah illa Allah), nella sua sovranità esclusiva, nei suoi comandamenti e nella necessità di sottomettersi al suo ordine”, pertanto non possiamo affrontare il discorso sul mondo arabo tralasciando. 

 Certamente la mancanza di veicolazione culturale, ripresa anche dal Report delle Nazioni Unite, non aiuta il mondo islamico ad uscire dall’idea di Corano come legge che possa regolare ogni aspetto della vita, né nel confrontarsi con altre culture.  Come noi ci confrontiamo con l’Islam, anche l’Islam deve sapersi confrontare con noi.
Noi ne abbiamo gli strumenti, ma tendiamo ad omologare il pensiero e ragioniamo partendo dal nostro modo di vivere e intendere, utilizziamo le categorie del pensiero ebraico cristiano che ci appartengono, ma che non sono le loro categorie mentali:  per noi è assurdo pensare che ci si immoli, ad esempio, per Allah.  Ci diciamo che se una persona arriva a tanto sarà per disperazione. Mostrando di non capire affatto le ragioni di queste azioni.
All’inverso neppure l’Islam mostra di avere gli strumenti per un confronto con la società occidentale. Sempre che il confronto sia cio’ che desidera, perché pare  che oggi questo Islam sia piu’ interessato alla conquista dell’Occidente.   

Lo stesso Ministro tedesco ha infine ammesso che i fatti di Colonia derivano certamente da una pianificazione ideata a monte, e non dal caso. Magari poi ci diranno anche da chi sia stata ideata…con un po’ di coraggio potrebbero riuscire a dirlo..
Come sottolineava la Maraini,  molti immigrati fuggono da paesi di guerra, di carestie.. la scrittrice siciliana da cio’ arguisce che non potrebbero mai a loro volta usare la forza, io dissento su questo punto. Molti arrivano da mondi dove la vita non è regolata dalle nostre stesse leggi,dove la sensibilità umana (da noi formatasi in questi ultimi secoli e sempre piu’ affinata) non è la stessa, dove la madre è fiera del figlio che si immola per Allah, dove il fratello o il padre uccide la sorella se questa è accusata di intrattenere rapporti con un uomo (poco importa se il rapporto intrattenuto fosse stato non consenziente),  dove  lo Stato è crollato (Siria, Iraq..), da luoghi ove il concetto di Capo, di gruppo famigliare, di gruppo religioso, di califfato, sostituisce il concetto di “nazione”.
Pensate al Califfato Islamico: l’obiettivo non è di avere confini di Stato, ma di essere nazione islamica tout court, di governare sulla umma islamica.  
Stiamo assistendo ad una avanzata: e l’esercito nemico che sfonda le linee avversarie, entra nelle sue città..le saccheggia e stupra (o uccide) le donne. 
La guerra contro l’Europa continua: i mezzi sono diversi da quelli del passato, sono mezzi terroristici.. che vanno dallo sparare, al farsi esplodere, allo stupro di massa.  E temo non saranno gli ultimi mezzi che saremo costretti a vedere.
Nel momento in cui accogliamo nei nostri paesi i rifugiati che fuggono da paesi in fiamme (segno di primavere arabe fallite su tutta la linea..e non riesco a non vedere un nesso con l’arretratezza culturale di cui il Report 2002 faceva menzione), rendiamoci conto che hanno usi e costumi e soprattutto mentalità differenti dalla nostra.  Prenderne atto non significa essere razzisti, ma comprendere meglio, comprendere la portata di problemi che potrebbero nascere.
L’Europa è sotto attacco da tempo, ora piu’ che mai. Persino le autorità tedesche, come detto, hanno dovuto ammettere che si sia trattato di un attacco organizzato..  Dopo la Francia, ecco l’attacco portato alla Germania

 Non invoco chiusure di frontiere nè assurde cacce allo straniero, ma auspico la capacità dell’Europa di vedere il problema e di saper difendere la nostra cultura storia e tradizione. Essere sicuri a casa propria è chiedere troppo?

Tiziana Marengo