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giovedì 28 agosto 2014

Netanyahu: Hamas ha subito il peggior colpo della sua storia senza realizzare nessuno dei suoi obiettivi



traduzione di Israele.net, articolo di Jerusalem Post, Times of Israel
"Mentre le Forze di Difesa israeliane hanno raggiunto gli obiettivi della loro missione a Gaza, Hamas non è riuscita a imporre nessuna delle condizioni che aveva cercato di strappare in cambio del cessate il fuoco. Lo ha detto mercoledì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa nella quale ha parlato dell’operazione anti-terrorismo “Margine protettivo” iniziata lo scorso 8 luglio.
“Hamas ha subito il colpo peggiore dalla sua fondazione” ha detto Netanyahu, che ha inoltre sottolineato l’isolamento di Hamas nel recente conflitto. Israele, ha detto, è riuscito a dimostrare alla comunità internazionale “le dimensioni dell’estremismo islamista di Hamas, e come Hamas, ISIS e al-Qaeda siano tutti parte della stessa famiglia”. E ha convinto il mondo “che l’obiettivo a lungo termine deve essere il disarmo” della striscia di Gaza. La comunità internazionale, ha detto Netanyahu, si è resa conto che il mondo arabo, salvo poche eccezioni, non si è schierato con Hamas. “Questo segna un cambiamento”, ha osservato, giacché ex stati nemici si ritrovano ora a cooperare nella lotta contro gli islamisti estremisti in Medio Oriente. La collaborazione tra forze moderate per distruggere lo “Stato Islamico” apre la strada a “nuove opportunità” e a un nuovo orizzonte diplomatico per Israele. 
Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha aggiunto Netanyahu, “deve scegliere da che parte stare, e noi speriamo che continui a cercare la pace con Israele: siamo sempre ansiosi di trovare validi interlocutori di pace per risolvere il conflitto, e saremmo ben lieti che le forze di Abu Mazen tornassero nella striscia di Gaza”. Ma se Hamas ricominciasse da domani a scavare tunnel terroristici, ha aggiunto il primo ministro, Israele “avrebbe tutto il diritto difendersi”.

La missione di Israele a Gaza era chiara, ha poi detto Netanyahu: “Colpire duramente le strutture di Hamas e garantire un prolungato periodo di pace per la popolazione israeliana. E infatti Hamas è stata colpita duramente. Mille terroristi uccisi, compresi molti comandanti; distrutte migliaia di arsenali, rampe di lancio e nascondigli di armi, insieme a centinaia di covi e centri di comando”, mentre le batterie “Cupola di ferro” e i pronti interventi contro i commando di terroristi infiltrati dai tunnel e dal mare hanno impedito a Hamas di compiere “le stragi di civili israeliani” che ha cercato per tutto il tempo di realizzare. Netanyahu ha ricordato che sin dall’inizio dell’operazione Israele ha accettato incondizionatamente tutti i cessate il fuoco proposti dall’Egitto e da altri, mentre Hamas ha sempre cercato di imporre le sue condizioni, facendo saltare ben undici tregue. “Ma Hamas non ha realizzato nessuna delle sue condizioni – ha poi sottolineato – Per smettere di lanciare razzi pretendevano un porto e non l’hanno ottenuto; pretendevano un aeroporto e non l’hanno ottenuto; pretendevano la scarcerazione dei terroristi riarrestati dopo il rapimento e assassinio dei tre ragazzi adolescenti israeliani e non l’hanno ottenuta; pretendevano risarcimenti e fondi per pagare gli stipendi dei loro uomini e non li hanno ottenuti; pretendevano che i negoziati fossero condotti dalla Turchia o dal Qatar e non l’hanno ottenuto”. 
D’altra parte, ha continuato Netanyahu, Israele è sempre stato pronto a sostenere la riabilitazione umanitaria di Gaza, a condizione di poter controllare il materiale che entra nella striscia di Gaza perché non venga usato dai terroristi, e questo è ciò che accadrà.



Netanyahu ha riconosciuto che sconfiggere completamente le organizzazioni terroristiche è impresa quasi impossibile per gli stati democratici e ha fatto l’esempio degli Stati Uniti che non hanno sconfitto totalmente al-Qaeda. “Non posso dire con certezza che sia stato raggiunto l’obiettivo di una calma duratura – ha detto – ma certamente è stato raggiunto l’obiettivo di infliggere a Hamas un duro colpo. E se Hamas dovesse ricominciare a sparare, Israele risponderebbe con ancora più forza di quanta ne abbia impiegata prima di quest’ultimo cessate il fuoco”.
Hamas è rimasta “sorpresa dall’intensità della nostra risposta” alla sua violazione dell’ultima tregua, martedì scorso. “Avevo detto che non avremmo accettato una continua guerra d’attrito – ha ricordato Netanyahu – e che avremmo reagito per porvi fine”. Quando sono morti alcuni capi e sono crollati interi palazzi usati dai terroristi, Hamas ha dovuto capire che il prezzo era troppo alto. “Non intendiamo tollerare uno stillicidio di razzi su nessuna parte di Israele”, ha spiegato.
Hamas, ha detto Netanyahu, fa di tutto per presentare un’immagine di vittoria, ma sappiamo cosa rischiano i palestinesi che non partecipano alle celebrazioni. In realtà, secondo il primo ministro israeliano, le operazioni a Gaza e le conseguenti trattative al Cairo hanno dimostrato che la strategia di Hamas basata sulla violenza e la guerra, oltre che costare prezzi altissimi non consegue nessuno dei suoi obiettivi.
Netanyahu ha elogiato l’unità e il sostegno dimostrati dalla popolazione di Israele nei 50 giorni di combattimenti e ha aggiunto: “Quelli di Hamas non si rendono conto di quanto sia forte e unita la nostra nazione”.

(Da: Jerusalem Post, Times of Israel, 27.8.14)

mercoledì 13 agosto 2014

The empty spaces in Gaza

di Alan M. Dershowitz
5 agosto 2014

link originale gaza-population-density

Quante volte avete sentito dalla televisione o avete letto nei media che la Striscia di Gaza è "la zona più densamente popolata del mondo?" Ma ripetere questa asserzione non le conferisce veridicità. Nella Striscia, esistono delle zone ad alta densità di popolazione, soprattutto Gaza City, Beit Hanoun e Khan Younis, ma ci sono anche delle aree molto meno popolate fra queste città. Basta guardare su Google Earth o questa mappa della densità di popolazione.
Il fatto che nella Striscia di Gaza ci siano delle aree scarsamente popolate solleva alcuni importanti interrogativi di ordine morale. 
Innanzitutto, perché i media non mostrano gli spazi relativamente aperti della Striscia di Gaza? Perché mostrano solo le città densamente popolate? 
Esistono diversi motivi possibili. 
Nelle aree a bassa densità di popolazione, non ci sono combattimenti in corso, pertanto mostrarle sarebbe noioso. Ma è proprio questo il punto: si possono mostrare le zone da cui Hamas potrebbe lanciare razzi e costruire tunnel? No, è meglio non farlo. O forse il motivo per cui i media non mostrano quelle zone è che Hamas non glielo permette. Anche questa potrebbe essere una notizia che vale la pena riportare.

In secondo luogo, perché Hamas non utilizza le zone a scarsa densità di popolazione per lanciare i suoi razzi e costruire i tunnel? Se lo facesse, il numero delle vittime fra i civili palestinesi diminuirebbe drasticamente, ma il tasso di vittime fra i terroristi di Hamas aumenterebbe notevolmente.
Questo è esattamente il motivo per cui Hamas seleziona le aree a scarsa densità di popolazione da cui sparare e scavare. La differenza fra Israele e Hamas è che Israele usa i propri soldati per proteggere i civili, mentre Hamas utilizza i civili per proteggere i propri terroristi. Ecco perché la maggior parte delle vittime israeliane sono soldati e la maggior parte delle vittime di Hamas sono civili. 
L'altro motivo è che Israele costruisce rifugi per i propri civili, mentre Hamas costruisce rifugi solo per i propri terroristi lasciando intendere che la maggior parte delle vittime sia fra i civili usati come scudi.
Il diritto [internazionale umanitario, N.d.T.] è chiaro: usare i civili come scudi umani – come impone il manuale di guerra di Hamas – è un indiscutibile crimine di guerra. Non ci sono eccezioni né questioni di sfumature, soprattutto quando esistono delle alternative. 
D'altra parte, è permesso colpire obiettivi militari legittimi, come razzi e tunnel del terrorismo, a meno che il numero delle perdite previste fra i civili non sia sproporzionato rispetto all'importanza militare dell'obiettivo. 
Si tratta di una questione di valutazione, spesso difficile da calcolare nella nebbia della guerra. Il diritto è chiaro anche nel caso in cui un criminale prende qualcuno in ostaggio e usa quell'ostaggio come scudo dietro il quale sparare ai civili o alla polizia; ma se i poliziotti reagiscono e uccidono l'ostaggio, colpevole dell'uccisione sarà il criminale e non il poliziotto. È così anche per Hamas: se esso usa scudi umani e l'esercito israeliano risponde al fuoco uccidendo qualcuno degli scudi, bisognerà ritenere Hamas responsabile delle loro morti.

Il terzo interrogativo di ordine morale consiste nel chiedersi perché le Nazioni Unite tutelino i diritti dei civili palestinesi nel bel mezzo delle zone da cui Hamas lancia i razzi? Hamas ha deciso di non utilizzare le aree scarsamente popolate per lanciare razzi e scavare i tunnel. Per questo motivo, le Nazioni Unite dovrebbero usare tali aree come luoghi di rifugio. Poiché la Striscia di Gaza è relativamente piccola, non sarebbe difficile trasferire i civili in queste zone più sicure. In tali zone dovrebbe vigere il divieto di combattere e si dovrebbero costruire dei rifugi temporanei – montando delle tende, se necessario – come luoghi per dare asilo agli abitanti delle città affollate. Si dovrebbe evitare che ogni combattente di Hamas, ogni esperto di missili e ogni costruttore di tunnel entri in queste zone di rifugio. In tal modo, Hamas non potrebbe far uso di scudi umani e Israele non avrebbe alcun motivo di sparare vicino a questi santuari delle Nazioni Unite. Ne conseguirebbe un notevole risparmio di vite umane.
Invece le Nazioni Unite stanno facendo il gioco di Hamas, dando riparo ai civili proprio accanto ai combattenti, alle armi e ai tunnel di Hamas. E poi l'Onu e la comunità internazionale accusano Israele di fare esattamente ciò che Hamas intendeva che lo Stato ebraico facesse: ossia sparare contro i suoi terroristi e uccidere i civili protetti dalle Nazioni Unite. È un gioco cinico quello giocato da Hamas, ma che non avrebbe successo senza la complicità delle agenzie dell'Onu.
L'unico modo per garantire che la strategia di Hamas di utilizzare scudi umani per massimizzare il numero delle vittime tra i civili non si ripeta costantemente è che la comunità internazionale e le Nazioni Unite non la incoraggino né la facilitino, come fanno attualmente. Il diritto internazionale deve essere applicato contro Hamas per il suo doppio crimine di guerra: utilizzare i civili come scudi umani per sparare contro obiettivi civili israeliani. Se questa tattica subisse una battuta d'arresto, allora Israele non avrebbe alcun bisogno di ricorrere all'autodifesa. 
Applicare il diritto bellico solo a Israele non servirà, perché qualsiasi paese che si trova a far fronte a lanci di razzi e ad attacchi attraverso tunnel contro i propri civili inevitabilmente reagirà. Quando i combattenti e i costruttori di tunnel si nascondono dietro degli scudi umani, ci saranno immancabilmente delle vittime fra i civili – non intenzionali da parte di Israele, programmate da parte di Hamas – indipendentemente da quanto siano cauti i difensori. Se Israele fa del suo meglio per ridurre al minimo il numero delle vittime fra i civili, Hamas invece fa del suo meglio per massimizzare il numero delle vittime tra la popolazione civile. Ora spetta alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale fare del loro meglio per trovare una soluzione e non per diventare parte del problema.

Niente da aggiungere, lapalissiano, talmente ovvio da essere non compreso da troppa parte dell'opinione pubblica ma anche dalle stesse organizzazioni umanitarie.Certo oggi Andrew Cuomo, governatore di New York, ricevuto con una delegazione in Israele dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha cosi detto: "Gli Stati Uniti sono sempre stati grandi alleati di Israele in tanti modi.Come newyorkesi, noi abbiamo molti legami, legami familiari, legami culturali, storici, tanto da renderli molto forti. E parlo a nome di tutti i newyorkesi quando dico: siamo solidali con Israele. La lotta che state combattendo è contro il terrore. 
Vi auguriamo la pace, ognuno spera che si fermino i delitti per dare posto alla pace. Lo so che è la vostra speranza. Lei è stato chiaro ed eloquente sull’argomento ma noi capiamo che Israele deve difendersi. La scoperta dei tunnel, l’ho trovato molto preoccupante. L'approccio del nemico, il costante lancio di missili e il successo degli Iron Dome, ma deve finire e noi lo sappiamo. Preghiamo per la pace. Noi siamo dalla parte vostra.”

 
E cosa pensano gli abitanti di Gaza di Hamas?A metà giugno,  in un sondaggio commissionato dal centro studi statunitense il Washington Institute for Near East Policy, era emerso che il 70% degli abitanti di Gaza riteneva che Hamas dovesse “mantenere una tregua con Israele”, l’88% che l’Autorità Nazionale Palestinese dovesse “mandare i suoi funzionari a Gaza e governare” il 57% sosteneva che Hamas avrebbe dovuto accettare un governo palestinese che riconoscesse lo Stato d’Israele e rinunciasse alla violenza.

Un altro dato, fornito da uno studio del centro di ricerca Palestinian Center for Policy and Survey Research, aveva messo in evidenza che il sostegno ad Hamas, che si era ridotto dal 45% al 24% dopo la sua presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2006, era aumentato fino al 40% dopo che Israele aveva imposto l’embargo nel 20
07.
(fonte israele-blocco-gaza )Hamas ha problemi di "tenuta" e spinge Israele ad una guerra per fare in modo che i cittadini di Gaza le ridiano il consenso perduto?

giovedì 29 maggio 2014

Il Papa invita Peres e Abu Mazen a parlare di pace




Giorni fa mi esprimevo con dubbio in merito all'invito fatto dal Pontefice a Peres, presidente di Israele, e Mahmoud Abbas, presidente dell'ANP,  per andare da lui, in Vaticano, a "parlare e pregare per la pace".....ritenendole in verità solo appunto "parole", vuote, senza un possibile costrutto. 
Fanno bella mostra di se', del resto che volete che dica un Capo di Stato che va in MO, sia esso il Papa o il presidente di una nazione? "fate la pace", ovvio, come se i contendenti fossero bambini bricconcelli che si bisticciano un gioco.
Queste mie affermazioni non derivano da  mio disfattismo o dal non desiderare la pace, la quiete, in questa terra tanto bella e troppo travagliata. 

Desidero ardentemente la pace, ma realisticamente quell'invito a venire “a casa mia” a “pregare per la pace”, che naturalmente sia Peres sia Abu Mazen hanno accettato, non serve a niente. 

La cosa che piu' mi lascia perplessa è come questo gesto sia stato accolto dalla stampa. 

Scrive bene il prof. Volli su www.informazionecorretta.com  a proposito di questo invito "descritto dalla stampa non si capisce bene se ignorante o adulatrice come “un trionfo della diplomazia vaticana”. In realtà non è nulla. Non solo perché le preghiere e la diplomazia purtroppo hanno poca relazione (e certo la preghiera non è la passione dominante dei due politici e comunque a Santa Marta né l'uno né l'altro possono pregare davvero secondo le regole delle loro religioni). Ma soprattutto per ragioni politiche. Peres è in scadenza. Fra un paio di settimane sarà eletto il suo successore, il mandato finirà fra circa un mese. Inoltre la presidenza israeliana è una carica solo cerimoniale, Peres ha cercato di darle forza secondo un progetto politico, ma senza successo, dato che il suo partito è fuori dal governo e la sua linea politica è respinta da tempo dalla maggioranza dell'elettorato". 

Il buonismo attorno alla vicenda, l'esultazione di fronte al Papa che compie un gesto, perdonate, ovvio ma privo di alcune forza davvero costruttrice di pace, è allarmante.
Credo che le persone leggano solo i titoli dei giornali, ma i giornalisti spesso non sappiano neppure piu' scrivere quelli..

Un gesto forte sarebbe invece invitare l'Anp, Hamas e Fatah ad eliminare dai loro Statuti - e dalla loro "politica" - alcune parti.

Vi riporto l'art. 9 della Carta Nazionale Palestinese "la lotta armata è l'unico modo per liberare la palestina. Quindi è uan strategia globale e non solo uan fase tattiaca"

art. 12 Costituzione di Fatah (che passano per moderati!"  "la lotta armata è una strategia e non una tattica e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nell'estirpazione dell'esistenza sionista; questa lotta non cesserà finchè lo Stato Sionista non verrà demolito"

Paragrafo 2 Statuto di  Hamas "Israele sorgerà e rimarrà in piedi finchè l'Islam non lo eliminerà"

Quindi i soggetti con cui Israele dovrebbe parlare  mettono nero su bianco le loro intenzioni: pace? due Stati? NOO..ditruzione del nemico.
Metodo usato? la guerriglia, il terrorismo. Molto democratico, davvero.

La pace passa attraverso il rispetto reciproco, rispetto che non puo' non comprendere il riconoscimento del diritto all'esistenza di Israele. Finchè quest'esistenza sarà sdegnosamente e platealmente avversata, non ci sarà vera possibilità di pace.

Chissà se il pontefice ha letto i tre interessanti quanto poco amichevoli Statuti..


Intanto giunge notizia che l'incontro si terrà l'8 giugno prossimo 
peres-e-abu-mazen-in-vaticano 8 Giugno

sabato 10 maggio 2014

Claudio Vercelli ad Alba: la nascita di Israele




Martedì 6 maggio 2014 il Prof. Claudio Vercelli è stato ospite dell'Associazione Italia Israele, sez. Alba Bra Langhe e Roero, e in qualità di Segretario dell'Associazione ho avuto l'onore di accompagnarlo presso presso l'Istituto Enologico di Alba, dove ha intrattenuto per due ore gli studenti della 6° classe sul tema "la nascita di Israele"
Il prof. Vercelli  è ricercatore di storia contemporanea presso l'Istituto di studi storici "Gaetano Salvemini" di Torino, collabora con diverse testate tra le quali Pagine Ebraiche Moked, newsletter dell'Unione delle comunità ebraiche italiane. Svolge inoltre attività di consulenza e insegnamento. Come autore ha pubblicato, tra gli altri, i seguenti libri: Tanti olocausti. La deportazione e l'internamento nei Lager nazisti (Giuntina, Firenze 2005); Israele e Palestina: una terra per due (Ega, Torino 2005), Israele: storia dello Stato 1881-2008, Dal sogno alla realtà (Giuntina, Firenze 2007-2008), Breve storia dello Stato d'Israele (Carocci, Roma 2009), Storia del conflitto israelo-palestinese (Laterza, Roma-Bari 2010),  Triangoli violaStoria della deportazione dei testimoni di Geova nei Lager nazisti (Carocci, Roma 2012) e una Storia del negazionismo (Laterza, Roma-Bari 2013). 
Ecco cosa ci ha detto. 
 
“La storia è sempre contemporanea” diceva Benedetto Croce, la storia ci parla, guardiano al passato ma non per mero ricordo quanto piuttosto per comprendere il senso del presente.


Oggi parliamo della storia dello Stato di Israele, della sua nascita.



E per farlo dobbiamo per prima cosa chiederci: cosa c'era prima dello Stato di Israele? Cosa, chi c'era in quesi “territori”?

Prima del 1948 e anzi prima del 1918, in queste zone non esistevano “stati” come siamo abituati noi ad intendere questo termine, erano “luoghi”, territori, ma non “stati nazionali”. Buona parte dell'Europa, ma anche il Medioriente, era organizzata in Imperi, tanto per citarne alcuni quello austroungarico, quello russo o quello Ottomano, presente nella zona che oggi ci interessa. L'idea di “stato nazionale” come è oggi intesa, mancava.

La prima guerra mondiale irrompe sulla scena e fa saltare del tutto questo sistema imperialista.

L'impero austroungarico implode, nascono nuovi stati europei, l'Impero ottomano fa altrettanto e si riduce sino a svanire per lasciare posto alla moderna Turchia (pochi sapranno, tra l'altro, che la Turchia moderna nasce con un momento molto drammatico e truce, il massacro della popolazione armena).

Nelle zone dove oggi abbiamo Israele e Territori Palestinesi e Giordania cosa succede?

Spesso il nazionalismo palestinese rivendica la territorialità delle zone, sostenendo che da tali zone il popolo palestinse sia stato scacciato dai sionisti. Ma è davvero così?

La Palestina ottomana era un zona divisa e segmentata, assolutamente non unita. Vi erano delle piccole comunità arabe che abitavano in villaggi la zona, ma senza costituire “stato”. Non esisteva affatto uno Stato Palestinese. La Palestina era una zona geografica facente parte dell'Impero ottomano dal 1517 al 1918, salvo una parentesi dal 1832 al 1840 quando fu conquistata da Mehmet Alì, governatore ottomano dell'Egitto, ribellatosi al Sultano di Costantinopoli. Amministrativamente, la Palestina faceva parte del vilayet di Shām (nome preislamico della Siria), ed era stata divisa in varie zone, amministrata dagi ottomani, priva assolutamente di idea nazionale.

Non vi era neppure lo Stato di Israele.

Già a fine ottocento vi erano delle aspirazioni sioniste ma nulla di politicamente concreto sino alla fine della prima guerra mondiale.

La fine della Prima Guerra Mondiale segna dunque la fine degli Imperi, ma non del colonialismo.

Infatti le potenze vincitrici, segnatamente la Francia e l'Inghilterra, si spartiscono la zona del medioriente in “mandati”, zone di influenza cioè su cui amministrare in attesa che la popolazione locale possa forse un giorno essere in grado di autogovernarsi.. Ed è proprio la società delle Nazioni a conferire tali mandati sui territori ex impero ottomano in medioriente, in assenza di indipendenza politica degli stessi.

Quindi se fin al 1918 la zona che oggi è Israele, Territori plaestinesi, Giordania era Impero Ottomano, dopo la prima guerra mondiale è “mandato” britannico.






Nel mentre di questi sconvolgimenti politici, intanto, abbiamo un altro fenomeno:inizia infatti l'immigrazione ebraica in palestina.



Inzia già a fine ottocento e perdura nel primo dopoguerra, in maniera sporadica, la zona è inospitale, paludosa o desertica, non vi sono città, non vi sono campi..alcuni, pochi in verità, non resisteranno alle condizioni di vita e torneranno indietro.

Già nel 1906 abbiamo l'istituzione dell'accademia Bezalel, istituto d'arte ebraica, in cui le lezioni si tengono nella lingua ebraica (che sta tentando di risorgere grazie a Ben Yehuda)


L'immigrazione post 1918 ha caratteri particolari. Va detto che insediamenti ebraici vi erano e di lunga data, erano insediamenti religiosi, su Gerusalemme, Hebron e Safed. Gruppi di studiosi, di ultra ortodossi, molti dei quali persino ostili al sionismo. Questii gruppi coesitevano in pace con altri gruppi, di cristiani e di islamici.



Il movimento sionista, che è un movimento nazionalista con forti ideologie socialiste, non nasce in Palestina,le sue radici sono altrove, sono nella Russia zarista (altro impero pre-prima guerra mondiale!)

Perchè nasce qui?

Nella Russia zarista la vita era dura, durissima, la nazione era arretrata, c'era molta povertà. In questo Impero vi erano molte comunità di ebrei, radunati in shtetl, conducevano vita comunitaria, temendo e guardando con sospetto la popolazione russa non ebraica. E a ragione. Infatti gli ebrei non godevano degli stessi diritti dei russi non ebrei (anche in termini di poter adire la giustizia), la Russia era fortemente antisemita, era praticato un vero antisemitismo di Stato. L'ebreo era usato dal Potere come capro espiatorio, un modo per canalizzare la rabbia della popolazione contro qualcuno.. se la povera gente, arrabbiata per le condizioni sociali, scateva un pogrom (spedizione puntiva dove si bruciava saccheggiava aggrediva lo shtetl e la sua popolazione) si sfogava così ed evitava di dar fastidio al Potere, di contestarlo! Allo zar andava bene una situazione in cui i poveri se la prendeva con altri poveri e in questo modo sfogava la frustazione per le pessime condizioni di vita.

La situazione cosi drammatica, fece si che molti ebrei emigrassero. E dove? 
Negli Usa soprattutto. Gli Stati Uniti erano l'opportunità, erano un vasto territorio con una popolazione minima, era una nazione in divenire, accoglieva a braccia aperte e concedeva opportunità a tutti, non bandando alla religione di appartenenza. Vi era lavoro, lavoro per tutti, cio' attirava migranti da molti Paesi.


La Russia tuttavia era una fucina di idee. L'impero zarista era alle ultime battute, ma cio' non lo si comprendeva ancora, tuttavia le idee brulicavano, specie l'idea socialista.

Ed era idea rivoluzioanria: gli uomini (e le donne) sono tutti uguali, uguali nei diritti e nei doveri.

E' un'idea attivistica, un mettere in atto dei cambiamenti, l'uomo deve contare su stesso, farsi parte del cambiamento. L'uomo non nasce subordinato ad altri ma ha la padronanza della sua vita, puo' e deve decidere cosa fare, insieme agli altri.

Il sionismo nasce in questa fucina di ideologie, e non nasce solo con l'obiettivo di emigrare, ma ha nei suoi geni anche l'idea politica di creare la propria società

Accanto a questo vi è un filone piu' nazionalista, ossia il vedersi nazione e non solo popolo.

Il sionismo, che verrà poi portato avanti da T. Herzl, si pone la domanda sulla meta da scegliere per questa nuova società e nuovo Stato per il popolo ebraico. La meta inizialmente  non è nemmeno la Terra dei Padri,la Palestina..si fanno ipotesi sull'Argentia, l'Uganda..ma il movimento sionista è maggiormente motivato a mettersi in gioco su un territorio dove ancora non vi sia uno Stato, dove non via qualcosa che già esiste, andare ad abitare in Argentina significava andare in uno stato di altri. Ed era molto diverso che abitare in Russia? O in Francia? Si guarda pertanto alla Palestina, in cui già vi erano state immigrazioni di comunità ebraiche e che ospitava unicamente delle comunità arabe, prodotto del disfacimetno ottomano, comunità non unite tra loro, senza soluzione di continuità. Ad esercitare il potere in zona erano i grandi latifondisti. Costoro davano parte della terra a diversi lavoratori arabi e loro famiglie, i quali adottavao un'economia di sussistenza..producevano quanto serviva ai bisogni loro e della loro famiglia oltre quanto da dare al latifondista. Costui aveva proprie milizie per la difesa della proprietà latifondiaria, aveva i piu' pieni diritti nei confronti dei propri lavoratori.

La Palestina viene scelta in quanto la si vede “libera”, gli spazi sono poco occupati, flussi di popolazione ebraica vanno via via ad insediarsi e a volte comprano anche terreni dai latifondisti locali, iniziando ad edificare, a costruire, villaggi, a seminare campi, a bonificare paludi.

Al contempo inizia l'ibridazione con la popolazione locale, la coesistena con le comunità arabe.
Ufficialmente Israele nasce il 14 maggio 1948.

Domanda: la popolazione araba ha sin da subito rigetttato l'imigrazione ebraica?

Prof. Vercelli: No, affatto. Sono incuriositi, ma non infastiditi, lo spazio non mancava, inoltre molti ebrei si radicano in luoghi dove non c'erano comunità arabe.

Sono gli inglesi, mandatari all'epoca, piuttosto, a guardare con apprensione all'immigrazione ebraica, perchè essa andava ad alterare gli equilibri locali, ma in se' gli inglesi avevano come unico interesse quello della madrepatria, che le comunità locali fossero arabe o ebraiche a loro non importava affatto. L'unico motivo per cui gli inglesi erano interessati alla zona non erano certo le popolazioni locali, ma piuttosto erano focalizzati sul controllo della via per l'India.. e ne sono tanto interessati che ci stanziano 100.000 soldati!

La popolazione araba preesistente, come detto, non era un popolo unito, erano piccole comunità per lo piu' familiari o poco piu' grandi, a cui non importava avere per vicini di casa comunità ebraiche, erano incuriositi, ma non ostili.

Quando la comunità ebraica diviene piu' grande cresce e si struttura allora iniziano fenomeni di contrapposizione, soprattutto econonico -sociali. L'insediamento ebraico porta con se nuove tecnologie, nuove produzioni, un nuovo modo di intendere l'economia (non piu' di sola sussistenza, come era intesa dal mondo arabo). Il confronto non è politico ma economico sociale. Anche in questo tema infatti abbiamo una contrapposizione forte: il mondo arabo è improntato a una visione di gruppo in cui l'uomo ha un determinato ruolo, la donna un altro. Il sionismo è basato sull'uguaglianza dei diritti e doveri tra uomo e donna. Per gli arabi del luogo, abituati a ruoli femminili che si occupano esclusivamente di casa e figli, è rivoluzionario vedere donne che lavorano a fianco di uomini, magari sbracciate.. E' un concetto alieno al loro modo di concepire i ruoli..

Lo scontro è tra “culture” differenti, economie differenti; il sionismo scuote profondamente il mondo arabo, diventa davvero un movimento tellurico per il mondo arabo e per i latifondisti della zona, introducendo un mutamento socio-economico notevole.

Il mondo arabo sinora non aveva rivendicazioni nazionaliste, i primi arabi nazionalisti furono alcuni giovani, figli di ricchi arabi che avevano potuto studiare in prestigiose università statunitensi per lo piu', o a Beirut, ma la loro presa sul mondo arabo non fu pesante, l'arabo era abituato a vedersi parte di un gruppo, famigliare, tribale, e non come “Stato” modernamente inteso. Concetto al loro mondo estraneo.

Domanda: la risoluzione 181 dell'ONU: perchè il mondo arabo la rigetto'?

( Nota mia : la risoluzione Onu 181 statui' un piano adottato dall’Assemblea generale delle NU (29 nov. 1947) per la spartizione della Palestina mandataria in due Stati: uno ebraico, comprendente il 56% del territorio, l’altro arabo, sulla parte restante, mentre Gerusalemme sarebbe stata corpus separatum sotto l’amministrazione delle NU. Approvata a larga maggioranza dopo lunghi negoziati preliminari, fu accettata dalla parte ebraica e respinta dalla comunità araba, e non fu mai attuata. Qui sotto quello che la risoluzione 181 prevedeva)
Prof. Vercelli: L'onu, dopo la seconda guerra mondiale statui' una divisone dei territori tra Stato di Israele e popolazione araba, la divisione fu basata su un carattero demografico, ossia dove piu' vi era concetrazione di arabi il territorio sarebbe stato loro e viceversa, non 
fu affatto una divisione basata su terreni piu' o meno produttivi.
Il rigetto arabo fu una volontà politica. Ossia, se sul versante sionista vi era la volontà di avere uno Stato, dall'altra parte questa volontà non ci fu mai.. La prima guerra contro Israele, subito dopo la sua proclamzione, nel 1948, non fu solo una guerra contro lo Stato di Israele ma anche contro l'eventuale costituzione di quello palestinese. Da parte araba non si voleva affatto la nascita di uno Sttao nazionale palestinese .

Chi voleva la separazione dei due gruppi, arabi ed ebrei, ciascuno con un suo stato territoriale, erano solo i sionisti, i quali in questo modo puntavano alla fine delle ostilità. L'altra parte però non voleva questa seprazione e non voleva la fine delle ostilità, puntava piuttosto a mantenere vivo il conflitto.

Il problema è appunto di “riconoscimento”. La parte araba non vuole riconoscersi in uno Stato, e non vuole riconoscere lo Stato dell'altro, Israele. Per loro quello è sempre e solo l'entità sionista.



Domanda: e oggi? A che punto è la situazione?

Prof. Vercelli: Oggi esiste una condizione di status quo. Non è detto che tutta la popolazione palestinse sia contraria allo Stato di Israele, ma il punto è come l'identità palestinese pensa se stessa e che volontà abbia di trovare una soluzione al conflitto e non piuttosto di farlo perdurare.

La questione dei Profughi è vista per esempio sempre e solo univocamente e cioè quei palestinesi che dopo il 48 dovettero, spesso per scelta, lasciare le loro case. Ebbene, v'è da dire che in tempi di sconvolgimenti politici la migrazione di parte di popolazioni vi è sempre stata, anche in europa. Ma soprattutto non si parla mai dei profughi ebrei, cioè quegli ebrei che abitavano da secoli in paesi arabi e che dal 48 furono scacciati, si ritrovarono profughi e approdarono nel neonato stato israeliano..si parla di oltre un milione di profughi ebrei, che lo stato Israele faticò ad assorbire.

In Israele furono temporaneamente collocati in tendopoli, le ma'abarot in ebraico. Queste tendopoli continuarono ad esistere fino al 1963! I loro abitanti furono gradualmente e con successo integrati nella società israeliana, senza ottenere aiuto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite per i rifugiati.

L'integrazione comportò comunque dei problemi.

L'Organizzazione mondiale degli ebrei dai paesi arabi (WOJAC) stima che le proprietà ebraiche nei paesi arabi sarebbero valutate oggi a più di $ 300 miliardi di dollari ed le proprietà immobiliari lasciate nelle terre arabe equivarrebbero a 100.000 chilometri quadrati (quattro volte la dimensione dello Stato di Israele)



Anche in questo caso ci troviamo di fronte alla non volontà di trovare una soluzione, ma anzi abbiamo un continuo rimando al problema dei “profughi palestinesi”.. La popoalzione palestinese oggi si attesta sui 10-12milioni di individui, un po' nei territori palestinesi, un po' in alre zone del MO, molti in Usa. Hanno una buona scolarizzazione, una buona economia..pochi sanno che il pil palestinese nell'ultimo anno è stato +7%

Oggi la popolazione israeliana ha varcato la soglia degli 8 milioni di cittadini. Di questi, sei milioni sono ebrei, per cui Israele ospita oggi la comunità ebraica più grande del mondo, ma sono israeliani, cioè con passaporto israeliano, anche 1,6 milioni di arabi, 350.000 cristiani non-arabi e altre minoranze. E' un errore pensare che israeliano sia sinonimo di ebreo o che tutti gli ebrei siano israeliani.


Domanda: perchè gli Usa hanno raggiunto così pochi risultati diplomaticamente in MO?

Prof. Vercelli: Gli usa hanno per lungo tempo giocato al gatto col topo in MO, il loro primario impegno sino alla fine degli anni 80 era piu' che altro di contenimento del comunismo russo, e, mentre il mondo arabo era pericolante, sempre in bilico, Israele era certamente una nazione di modello occidentale, democratica, stabile, un paese basico per gli Usa contro l'espansionismo comunista russo.

La qestione israelo-palestinese invece è piu' recente,non nasce subito..nel 48 possiamo avere un problema legato ai profughi (e arabi ed ebrei) ma nessuna questione palestinese. Questa sorge solo negli anni 70 -80.



Domanda: Come è pensabile che oggi, in un mondo moderno, aperto alle diversità, vi sia ancora un antisemitismo tanto forte?

Prof. Vercelli :La risposta è complessa, certo il pregiudizio è comodo, è molto difficile abbandonarlo e il fatto che si sia in un mondo moderno cio' non esclude la barbarie. Antisemitismo non è necessariamente ignoranza. L'antisemitismo fa parte della tradizione, anche cristiana, ed è difficile dismettere la tradizione.

Con la globalizzazione l'antisemitismo, che è il principale pregiudizio etnico di tutti i tempi, è diventato mondiale. Spinto dai Paesi arabi e islamici, agganciandosi a fonti europee e cristiane di antica matrice, accantonate solo momentaneamente dopo la Shoa, l'antisemitismo è oggi presente in larga misura ovunque. I media digitali - dal web alla tv satellitare - l'hanno messo alla portata di chiunque, ovunque e in qualsiasi momento.

L'antisemitismo globale attinge a vecchi pregiudizi cristiani, musulmani, di sinistra e di destra, ma oggi ha assunto anche nuove forme e dimensioni. Se prima prendeva di mira gli ebrei locali - quelli che si conoscevano direttamente per città, regione o nazione - oggi è accanitamente fissato anche sugli ebrei lontani, ovvero su quelli americani e israeliani. Inoltre, mentre in precedenza era un fenomeno di matrice principalmente sociale o culturale, oggi è anche un fenomeno politico. Per la prima volta, esso occupa un posto centrale nelle strategie e nella politica estera di molti Paesi, contro lo Stato d'Israele.


martedì 8 aprile 2014

Occupazione, sionismo e fuga dall'autocritica della minoranza araba in Israele (Analisi di Giovanni Quer)


La minoranza araba in Israele è intrappolata dalla retorica anti-israeliana e dall'orgoglioso senso di appartenenza nazionale. Essere arabi in Israele non è semplice, e ammettere che sia preferibile vivere in Israele rispetto ad altri Stati nella regione non è una consolazione accettabile. Tuttavia, per quanto scomoda sia la posizione minoritaria, la comunità araba trae benefici dal vivere in una democrazia, e lo si vede dall'attivismo sociale e politico. Solo un problema rende impossibile un vero e proprio sviluppo sociale della comunità araba: la trappola dell'antisionismo.

Gli arabi di Israele hanno assorbito molto la cultura israeliana: l'instancabile attivismo sociale per il miglioramento, la volontà di viaggiare e conoscere, la maggiore libertà delle donne, l'accesso alla formazione superiore, il più diffuso desiderio di leggere e conoscere. Nof Atamna-Ismaeel, araba israeliana con un dottorato in chimica, ha vinto quest'anno l'edizione di masterchef Israele. Mira Awad, araba cristiana di Rameh, è una cantante, attrice e presentatrice di successo che ha condotto un programma su donne e gay nella comunità araba. Salim Joubran è giudice della Corte Suprema di Israele. Lina Makhoul, araba cristiana, ha vinto l'edizione di The Voice of Israel l'anno scorso. Esempi di come gli arabi in Israele possano vivere integrandosi nella moderna società israeliana.
Ma la comunità araba è intrappolata dall'insofferenza di essere una minoranza, imbevuta di ostilità contro lo Stato ebraico quale elemento strutturale dell'orgoglio nazionale arabo. Il livore arabo acceca gli animi e la razionalità
A Gerusalemme Est il mese scorso è stata organizzata la "Giornata della Lettura": giovani e meno giovani hanno indossato tutta la giornata una maglietta con la scritta "ana ba'ara" (io leggo) per incoraggiare la gioventù alla lettura. La popolazione araba non legge molto, se non quella cristiana.
A Tel Aviv c'è un'organizzazione chiamata Bet-Dror, casa di libertà, che accoglie giovani LGBT in fuga da situazioni di violenza per il loro orientamento sessuale. Molti sono arabi, che oltre all'emarginazione spesso rischiano la morte per l'assassinio d'onore.

Nel nord di Israele alcune associazioni lavorano con le famiglie arabe per convincere i genitori a lasciarle studiare, o a permettere loro d'intraprendere una carriera dopo gli studi. Le ragazze spesso sono vittime di violenza da parte del padre, dei fratelli o degli zii, nel caso non siano sufficientemente sottomesse.
Il governo israeliano continua la pratica di imposizione di sindaci ebrei nei villaggi arabi per il miglioramento della gestione della cosa pubblica. La popolazione araba per la maggior parte non paga le tasse e i soldi pubblici vengono gestiti dalle famiglie dei notabili i cui membri ricoprono cariche importanti senza vere e proprie elezioni.

I cristiani in Israele incominciano a svegliarsi e a pretendere protezione dalle continue vessazioni della comunità islamica.

Di tutto questo non si può parlare senza essere accusati di razzismo. Ogni critica alla società araba e musulmana è silenziata dalla paura di essere "giz'anim" (razzisti), e per questo la comunità internazionale finanzia in Israele molti progetti sul rispetto della diversità. Le organizzazioni dei diritti umani sono ostaggio di questo paradigma insano che spiega qualsiasi cosa con la matrice dell'occupazione. Con argomentazioni più o meno sofisticate, ogni problema è ricondotto all'ingiustizia sionista: se le donne arabe sono in media meno istruite, è per il razzismo; se i gay vengono picchiati, è per l'occupazione; se gli arabi non leggono è perché Israele non protegge le minoranze.

Ammettere che "è meglio vivere in Israele che nei Territori" è forse un passo troppo grande per il profondo e virulento orgoglio nazionale arabo. Ma in questo modo gli arabi di Israele stanno perdendo l'opportunità storica di un cambiamento radicale nella cultura e nelle pratiche sociali. Gli arabi israeliani potrebbero diventare un esempio per tutto il mondo arabo su come sia possibile vivere secondo i principi universali di libertà, giustizia e tolleranza senza abbandonare i tratti culturali comunitari. L'opportunità è proprio Israele, un laboratorio sociale dove ogni gruppo sociale può assorbire i principi democratici integrandoli nelle particolarità culturali.

Ma la ferocia antisionista devasta ogni spazio di autocritica. La razionalità idealista richiederebbe che gli arabi ammettessero che Israele è una democrazia, ma si potrebbe essere semplicemente pragmatici e fare epoke dell'orgoglio nazionale. Finché le organizzazioni dei diritti umani si presteranno al gioco anti-israeliano, non ci sarà possibilità di cambiamento.

(da  http://www.informazionecorretta.com)

lunedì 7 aprile 2014

Israeliani e Palestinesi. Se i negoziati ostacolano la pace (di A.B. Yehoshua)


di ABRAHAM B. YEHOSHUA




Negli ultimi due anni l'espressione «processo di pace» si è fatta a mio parere problematica e, in un certo senso, dannosa. Per assurdo potrei dire che il processo di pace è diventato un ostacolo alla pace stessa.
Il «processo di pace», a causa degli israeliani, dei palestinesi, degli americani, e forse anche degli europei, si è trasformato in una sorta di entità diplomatica indipendente, la cui retorica morale e politica appare più importante dei fatti.
Dietro la facciata nasconde non solo uno stato di immobilità ma talvolta anche peggio: azioni contro la pace stessa. Il «processo di pace» crea l'illusione che la pace alla fine arriverà e, di conseguenza, infonde un senso di rilassamento, induce ad avere pazienza, quando, in fm dei conti, tale pazienza non è altro che una forma di passività.
Ricordiamo, per esempio, il rapido ed efficiente processo di pace svoltosi tra Israele ed Egitto, due Paesi che si erano affrontati in cinque grandi e sanguinosi conflitti. La visita del presidente egiziano Sadat in Israele nel novembre 1977 diede drammaticamente il via ai negoziati e, dopo meno di un anno, i princìpi di un accordo furono sanciti a Camp David: ritiro dell'esercito israeliano dal Sinai, smilitarizzazione della penisola, smantellamento degli insediamenti israeliani e apertura di sedi di ambasciata. Dopo pochi mesi la pace, che resiste da più di 35 anni, fu firmata.
Viceversa, nonostante nel 1993 fosse siglata a Oslo una prima intesa tra israeliani e palestinesi, un accordo di pace tra loro è ancora lontano. Inoltre, anche se in questi anni sono stati sottoscritti numerosi trattati provvisori, gran parte di essi è stato violato e tra le due fazioni sono avvenuti gravi e sanguinosi scontri, che continuano sporadicamente ancora oggi, per non parlare del notevole ampliamento degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi.
Per ventun anni, a partire dagli accordi di Oslo, decine, se non centinaia, di emissari e di inviati europei e americani hanno fatto la spola tra Israele e i territori dell'Autorità palestinese. Si sono tenuti decine di vertici e ci sono stati contatti diretti a tutti i livelli. Presidenti, Segretari di Stato e della Difesa degli Stati Uniti, nonché ministri di molti paesi europei, sono venuti a Gerusalemme e a Ramallah per parlare, sollecitare e avanzare nuove proposte. Il Segretario di Stato americano John Kerry negli ultimi sei mesi è stato undici volte in Israele e nei territori dell'Autorità palestinese per promuovere il processo di pace, che pert) continua a languire.
La testimonianza più autentica della disillusione sull'attuale «processo di pace» la si ha nel corso di casuali conversazioni nelle strade delle città israeliane e palestinesi. Sia moderati che estremisti di entrambe le parti sono accomunati da una totale mancanza di speranza che la pace possa essere raggiunta e c'è anche chi, a destra e a sinistra, ritiene che nemmeno in futuro si potrà mai arrivare a tale obiettivo. Eppure la stragrande maggioranza della popolazione concorda che non si debbano in alcun modo fermare gli sforzi e questo perché, dopo una giornata spesa di fatto ad agire contro qualsiasi possibilità di raggiungere un accordo, è bello addormentarsi la sera con il «processo di pace» posato addormentato sul guanciale.
E’ interessante notare che la stragrande maggioranza degli israeliani e dei palestinesi e, naturalmente, di tutti gli intermediari europei e americani, descrive più o meno in maniera simile le possibili linee guida (reali, non immaginarie) di un giusto accordo tra Palestina e Israele. Se non che, nel frattempo, questo infinito «processo di pace» genera fantasie su possibili concessioni che una parte vorrebbe ottenere dall'altra, così che durante questa interminabile e inesauribile serie di illusioni, la pace si fa sempre più lontana.
Che cosa fare allora? Personalmente ritengo che solo una vera e propria crisi potrebbe favorire la pace. Non una crisi necessariamente legata a focolai di violenza bensì un'interruzione dei rapporti e la sospensione ufficiale (benché temporanea) del «processo di pace». E questa sospensione, naturalmente, non interesserebbe unicamente le parti coinvolte ma soprattutto i vari intermediari, europei e americani, che si comportano come assistenti sociali dal carattere debole in un istituto per ragazzi problematici.
Un ritiro ufficiale degli Stati Uniti dal processo di pace, con tutto ciò che questo comporta per israeliani e palestinesi, potrebbe suscitare un senso di panico in ampi circoli e, forse, servire da incentivo per un dialogo concreto, e preferibilmente segreto, in vista di un possibile accordo.
A metà degli Anni Settanta, dopo la guerra dello Yom Kippur, il Segretario di Stato americano Henry Kissinger iniziò a darsi da fare per separare le forze di Israele, Egitto e Siria. Per un intero mese fece quotidianamente la spola tra le varie capitali. A un certo punto, disperato per la testardaggine di Israele, lasciò intendere che si sarebbe ritirato dalla mediazione e che gli Stati Uniti avrebbero riconsiderato i loro rapporti con lo stato ebraico e, in men che non si dica, meraviglia delle meraviglie, la posizione di Israele si ammorbidl e un'intesa fu raggiunta.
Non è possibile che gli Stati Uniti, ancora considerati la principale superpotenza mondiale e con le idee molto chiare sui dettagli e sul tipo di accordo che dovrà essere stipulato tra palestinesi e israeliani, sprechino le loro risorse, si umilino e creino false illusioni in un «processo di pace» che non fa che ritardare la pace stessa. 


*** Pubblicato su La Stampa del 7 aprile 2014*****