martedì 10 novembre 2015

Rinasce a Cuneo la Biblioteca Barbamadiu



Alberto Cavaglion, storico e insegnante cuneese, per onorare la memoria del fratello Davide, prematuramente scomparso lo scorso anno, ha deciso di portare avanti e realizzare una splendida e importante iniziativa, raccogliendo  libri  documenti e materiali sugli ebrei piemontesi, per creare, anzi ricreare, una biblioteca della comunità ebraica di Cuneo.


L'ultimo grande collezionista di testi ebraici, a Cuneo, fu Amadio Momigliano (1844-1924), mercante di granaglie, che trasformò la sua casa in una yeshiva
" Non ebbe figli, ma amministrò da patriarca una famiglia allargata di fratelli, nipoti, tra cui Riccardo e Ilda, genitori di Arnaldo Momigliano, deportati da Nizza nel 1943. Buone ragioni per meritarsi, secondo le consuetudini del luogo, la incisione, sul suo nome, del titolo onorifico di “zio”: Barbamadiu (la –u finale è d’obbligo, come ciau invece di ciao)" (Alberto Cavaglion, da Pagine Ebraiche novembre 2015)

Egli raccolse una immensa biblioteca andata dispersa durante la seconda guerra mondiale, che ora Alberto Cavaglion intende far rifiorire e chiarisce "Poche settimane prima di ammalarsi, mio fratello Davide mi chiese di accompagnarlo in visita al Sindaco, che raccoglieva idee per rivitalizzare la cultura cittadina. Proposi di far rinascere nei locali adiacenti alla Sinagoga, da poco restaurati, la Biblioteca di Barbamadiu. Ora che mio fratello non c’è più, desidero onorare l’impegno donando in sua memoria la parte della mia biblioteca dedicata alla storia degli ebrei in Piemonte, opere riguardanti la civiltà di “Argon”, del rito Appam, di Rita Levi Montalcini, di Benvenuto Terracini, di Vittorio Dan Segre, di Vittorio Foa e di tanti altri personaggi della scienza e delle arti. La biblioteca entrerà presto nel sistema bibliotecario cittadino. I libri, soleva ripetere Formiggini, sono come le sementi in una piramide egiziaca. Possono fruttificare millenni dopo. La furia della guerra ha distrutto quella prestigiosa biblioteca, l’amore per la propria terra che mio fratello ha dimostrato nella sua breve vita contribuirà a farli circolare di nuovo. La civiltà di Argon, immortalata nel racconto di Primo Levi, ha ammiratori in tutto il mondo. Troverò facilmente chi vorrà darmi una mano ..  ..
Cercherò di offrire libro dopo libro, documenti e materiali intorno alla civiltà ebraico-piemontese nelle sue diverse forme, artistiche, letterarie, musicali, etico-filosofiche" (Alberto Cavaglion su Pagine Ebraiche n.11 nov. 2015)

In Piemonte il termine "scola" va ben oltre il significato di luogo di culto, ma rinvia ad un significato piu' ampio, di luogo di incontro.  "La sinagoga, con orgogliosa modestia veniva detta semplicemente scola, il luogo dove si impara e si è educati " (Primo Levi)

Continua Alberto Cavaglion " intendo allineare negli stessi scaffali le opere di Arnaldo e Attilio Momigliano, Piero Treves, Arturo C. Jemolo, Rinaldo De Benedetti, Rita Levi Montalcini, Benvenuto Terracini, Vittorio Dan Segre, Vittorio Foà e tanti altri personaggi del mondo della scienza e delle arti.  La scola di Cuneo  ospiterà una Biblioteca in memoria di Davide Cavaglion (1964-2014). L'obiettivo è quello di riavvicinare il dentro al fuori, il ghetto alla libertà, la clausura forzata in Contrada Mondovì [dove è la Sinagoga di Cuneo] e l'itinerario stretto, via Chiusa Pesio, che conduce verso l'uguaglianza. Fuor di metafora rendere omaggio al principio sancito dal grande storico Arnaldo Momigliano per la lapide dettata per la sua tomba al cimitero di Cuneo secondo cui il libero pensiero senza dogma e senza odio va di pari passo con  l'affetto filiale per la tradizione dei Padri"


Giovedi 12 novembre alle 16,30 presso la Sinagoga di Cuneo ci sarà l'inaugurazione della Biblioteca  e centro studi sugli ebrei in Piemonte

domenica 8 novembre 2015

“Sull’aereo partito da Sharm… vi racconto la mia verità” – Intervista a Michael Sfaradi



Il 31 ottobre scorso, sul Sinai, è caduto un aereo  di linea russo, decollato da Sharm el-Sheikm, con a bordo 217 passeggeri oltre 7 membri dell'equipaggio.  Non ci sono stati sopravvissuti
Subito si sono scatenate le ipotesi piu' disparate, dall'avaria all'attentato..

Qui di seguito riporto un'intervista che lo scrittore e giornalista israeliano Michael Sfaradi, che da sempre cerca di trovare la verità sui fatti che ci circondano con dedizione, intuizione, e caparbietà, non fidandosi delle verità "ufficiali", ha rilasciato il 6 novembre scorso alla redazione di  Ticino live (http://www.ticinolive.ch/). Lo intervista Francesco De Maria


Francesco De Maria   Qual è il suo metodo di lavoro?
Michael Sfaradi   Traggo le mie conclusioni sulla base dell’esperienza. Non solo, ovviamente. Ho le mie fonti insider, con le quali sono costantemente in contatto. Quello che io scrivo prescinde dall’ufficialità: le verità ufficiali spesso, troppo spesso… non sono vere!
Le prime notizie, a poche ore dalla catastrofe, parlavano di “cedimento strutturale” o di “errore umano”.
sfaradi-300x300MS   Una versione alla quale non ho mai creduto! In ogni caso certe verità nelle prime ore non possono essere dette, sono troppo scomode. Si formulano ipotesi per depistare, per diffondere quella che io chiamo “nebbia giornalistica”. Più tardi, per gradi, si potranno modificare le versioni, adattarle, quando il tempo avrà allontanato e sfumato il tragico evento.
Tengo a precisare di non essere un maniaco dei complotti. Ad esempio, sull’attentato alle Twin Towers i complottisti si sono scatenati… ma io non credo una parola delle loro teorie. Hanno detto e scritto di tutto: che dietro c’era la CIA con il Mossad, che gli attentatori avevano fatto in modo di risparmiare la vita degli ebrei, una quantità di fandonie incredibili, che si sono amentite da sole. In questo caso però, come ho scritto su un articolo pubblicato in Italia dal giornale LIBERO la velocità con la quale i droni israeliani si sono alzati in volo sul Sinai per, ufficialmente, cercare i resti dell’aereo e l’aiuto dello ‘Scudo di David Rosso’ verso la ‘Mezzaluna Rossa Egiziana’ con tramite della Croce Rossa Internazionale, con la messa a disposizione, nel giro di poche ore, di 30 ambulanze per la movimentazione delle salme e degli eventuali feriti, è un segnale forte che rende l’idea della tragicità dell’evento al di là delle dichiarazioni ufficiali.
Analizziamo i casi possibili e valutiamone la probabilità.
MS   Le ipotesi sono essenzialmente tre. 1) Cedimento strutturale  2) Esplosione di una bomba a bordo  3) L’Airbus è stato colpito da un missile terra-aria.
  1. È altamente improbabile. L’aereo era stato revisionato di recente e si trovava in perfetto stato.
  2. È un’ipotesi “gestibile”. Si può incolpare una mancanza di sicurezza all’aeroporto di Sharm (che in realtà ha uno standard molto alto, testimoniato anche da viaggiatori sottoposti a controlli estenuanti). Imbarazzante per il governo egiziano ma nulla di più.
  3. È invece l’ipotesi più scomoda, perché metterebbe a nudo la vulnerabilità generale del traffico aereo internazionale.
Sinai 2Ma (dicono) gli ipotetici “terroristi del Sinai” non avrebbero mai potuto abbattere un aereo che vola a 9000 metri di quota. Non ne hanno i mezzi!
MS  In realtà quando l’aereo è stato colpito non aveva ancora raggiunto la quota di crociera, stava ancora salendo, come si deduce dal fatto che i passeggeri erano legati ai sedili. A 15 minuti dal decollo diciamo che l’Airbus poteva trovarsi  a 7500, forse 8000 metri. Nelle immediate vicinanze del luogo del disastro c’è una montagna altra 1000 metri. Un dislivello di 7000 metri soltanto. Uno Stinger spalleggiabile avrebbe potuto abbattere l’aereo. Queste considerazione tecniche mi sono state confidate da un amico pilota, del quale non posso fare il nome.
Sinai 1
Ma dove hanno preso questi missili?

MS   Guardi, le dico soltanto – per fare un esempio – che da un magazzino libico sono spariti 5000 missili terra/aria. Nessuno sa dove siano finiti. Spariti!
Io mi domando, chi c’è nel Sinai, in questo deserto montuoso?
MS   Sotto il governo di Morsi il Sinai era divenuto una specie di “autostrada del terrore”, vi transitava di tutto. Bande di terroristi affiliati all’ISIS si sono indubbiamente istallate nel Sinai. Sono loro che hanno colpito. Questa è la mia ipotesi dominante, che sento quasi come una certezza.
Lo hanno fatto per punire la Russia?
MS   No, secondo me no. Lo hanno fatto per manifestare il loro potere, per affermarsi come forza distruttiva contro tutto e contro tutti. Fosse stato un aereo francese, l’avrebbero abbattuto. Fosse stato un aereo… ehm… svizzero, l’avrebbero abbattuto. Poi inventarsi la scusa al momento della rivendicazione sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Quali sono a tutt’oggi le maggiori incongruenze e contraddizioni nelle versioni ufficiali?
MS   La più importante è proprio di queste ore, la compagnia aerea Easyjet aveva deciso di andare a riprendere i turisti bloccati a Sharm facendo partire gli aerei vuoti dall’Europa per poi farli tornare carichi di viaggiatori, con la sola precauzione delle stive vuote. Poi, come un fulmine a ciel sereno, da Londra è arrivato il contrordine. Se fosse vero quello che le autorità Statunitensi Inglesi ed Egiziane dicono, e cioè che si è trattato di una bomba caricata nel vano bagagli, perché annullare i voli? E perché farlo anche se per precauzione nessuna valigia sarebbe stata messa in stiva? Non è più normale pensare che volare sul Sinai in questo momento è pericoloso? E se così è, perché? Si dà quasi per certa una cosa ma poi ci si comporta come se bisognasse salvaguardarsi da tutt’altro e questo si va ad aggiungere alla decisione di tutte le compagnie aeree che avevano rotte che passavano sul Sinai, come ad esempio la EMIRATES, che hanno fatto cambiare rotta ai loro piloti. La decisione poi di Air France e Lufthansa a poche ore dal disastro di sospendere i voli sul Sinai la dice molto lunga a chi vuole stare a sentire.
Chi ha interesse a nascondere la verità? E con quali mezzi può farlo? Potrà farlo per sempre?
MS   Anche se l’ipotesi missile dovesse essere confermata dai fatti tutte le autorità coinvolte faranno l’impossibile pur di insabbiare e terranno il punto anche davanti all’evidenza, perché la certezza creerebbe il caos nel traffico aereo mondiale e questa sarebbe una guerra vinta dal terrorismo
Quali sviluppi si attende nei prossimi giorni e nelle prossime settimane?
MS    Come al solito in questi casi mi aspetto solamente che la sordina prenda piede fino a mettere nel silenzio più assoluto la vicenda e mentre chi di dovere dovrà trovare una soluzione a questo problema che potrebbe avere aspetti strategici di importanza planetaria possiamo solo pregare che non ci siano altre tragedie di questo tipo.
Un’ultima cosa, io prego con tutto il cuore di sbagliarmi, spero tantissimo di aver preso il più grande granchio della mia carriera, ma per noi giornalisti di guerra è doveroso guardare in faccia la realtà in tutti i suoi possibili scenari.


Esclusiva di Ticinolive.  

Sito di Michael Sfaradi http://www.michaelsfaradi.it/

domenica 1 novembre 2015

Le lettere di Jonathan Netanyahu, comandante dell’operazione Entebbe



Riprendo da http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=60145 



Su Il FOGLIO di ieri, 31 ottobre è apparsa una anticipazione del libro  " Yoni l'eroe e Benjamin il premier, due fratelli per Israele" ,  di Michele Silenzi, in uscita da Liberilibri, dal titolo "Le lettere di Jonathan Netanyahu, comandante dell’operazione Entebbe”.


Sono passaggi molto interessanti. Ricordo che lo stesso Iddo Netanyahu ha scritto il bellissimo e dettagliato "Entebbe 1976, l'ultima battaglia di Yoni" edito in Italia da  edizioni libreria militare.


"Qualche anno fa lessi un articolo che ricordava l’impresa di Entebbe del luglio 1976, quando un’unità scelta dell’esercito israeliano atterrò in piena notte nell’aeroporto della città ugandese per liberare più di cento ostaggi ebrei e israeliani tenuti lì da terroristi tedeschi e palestinesi dopo il dirottamento di un volo partito da Tel Aviv e diretto a Parigi. A fine agosto ho trascorso alcuni giorni in Israele per fare ricerca su un libro che ho curato per la casa editrice Liberilibri, “Le lettere di Jonathan Netanyahu”.
Ho avuto modo di conoscere e parlare con entrambi i suoi fratelli: Iddo, medico e autore teatrale, e Benjamin, il primo ministro, che ha avuto la cortesia di ricevermi nella sua residenza di Gerusalemme.
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Il blitz di Entebbe, un successo memorabile nella storia delle operazioni di salvataggio, era stato comandato da un giovanissimo tenente colonnello israeliano, Yonatan (Yoni) Netanyahu, unico caduto israeliano di tutta l’operazione. In quell’articolo riportavano anche dei brani dalle lettere che dai diciassette ai trent’anni, ovvero fino a pochi giorni prima di morire, Yoni aveva inviato ai suoi cari.
Ne restai colpito per l’intensità, la durezza, la dolcezza e la profondità dell’analisi storico-politica. Ordinai il libro su Amazon (in quel momento ero a Londra e sembrava che nessuna libreria ne possedesse una copia né che fosse in grado di ordinarla).
Dalle lettere emergeva una sorta di romanzo epistolare di formazione di un giovane che, dopo essere stato plasmato dalla storia del proprio paese, l’avrebbe a sua volta plasmato con l’eccezionalità della sua impresa e del suo carattere.
Un percorso perfetto e brutale, mai dimenticato.
Pochi giorni fa, infatti, visitando il cimitero militare di Gerusalemme, appoggiato su un fianco del monte Hertzl, la tomba di Yoni, una tra le tantissime tutte identiche alle altre, si staccava soltanto per la quantità di sassolini depositati sopra di essa, a testimonianza della quantità di persone passate di lì a dare il loro rispettoso saluto a questo giovane eroe.
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Bibi Netanyahu con il padre
L’eroe, appunto. Terminato di leggere il libro fu quella la prima cosa a colpirmi. L’inequivocabilità di ciò che la sua figura rappresentava. Un eroe autentico, classico, epico. Un eroe di quelli che l’occidente, per anni, ha tentato di dimenticare, di deridere, di rimuovere attraverso l’oscenità brechtiana “beato il Paese che non ha bisogno di eroi” e sostituendo a questa epica dell’individuo eccezionale quella dell’“eroe normale”, che poi non si capisce bene cosa significhi. Infatti c’è solo un eroe possibile, quello dietro cui un intero popolo si raccoglie, quello da cui un intero popolo trae senso di coappartenenza, l’eroe al cui funerale ogni singola mano di un’intera nazione idealmente accompagna il corpo, quello attorno a cui si crea un rito sia collettivo che individuale di emulazione.
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La tomba di Joni al Monte Herzl

Per Israele, paese ancora umiliato dall’attacco arabo dello Yom Kippur e dalla quasi sconfitta che avrebbe significato annientamento, quell’impresa fu il momento decisivo da cui iniziare a rialzarsi. La sconfitta, per Israele, non ha mai avuto lo stesso significato che poteva avere per qualsiasi altro paese per cui una disfatta militare significa ridimensionamento dei confini o perdita di influenza. Per Israele la sconfitta ha sempre coinciso con l’annientamento, per questo è sempre stato costretto a vincere, e anche quando tutto sembrava perduto ha sempre trovato il coraggio disperato ma lucido per sopravvivere e andare avanti.
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 L’eroe dunque, e la sua formazione.
Nella corrispondenza c’è il dipanarsi di questo racconto epico. Le lettere iniziano nel 1963, quando Yoni era con la famiglia negli Stati Uniti, dove il padre Benzion, grande storico, direttore dell’Encyclopedia Judaica e in precedenza assistente per anni di Jabotinski, uno dei padri della rinnovata idea dello stato d’Israele, si trovava per fare ricerca. La prima lettera la scrive dai sobborghi di Filadelfia a un suo ex compagno di classe di Gerusalemme. E da qui, come in tutte le altre lettere del suo anno americano, si sente un costante desiderio di fare ritorno in patria. Non importa se la famiglia, con cui pure era legatissimo, si trovava lì con lui. Era alla sua terra che Yoni voleva costantemente ritornare. Ritornare per difenderne l’esistenza.

E questo accadrà l’anno successivo.
 Nell’estate del 1964 ritorna in Israele per iniziare il servizio militare. Sarà il momento che cambierà tutto. Dalle sue lettere non traspare mai uno spirito militarista, anzi, a volte si avverte il disagio per una vita che non sente interamente sua e, fino a pochi giorni prima della sua morte, fino alle sue ultime lettere, si troverà sempre il desiderio di questo giovanissimo colonnello, comandante di Sayeret Matkal, la più prestigiosa unità d’élite dell’esercito israeliano, di fare ritorno alla vita civile.

Perché questo è il punto. Yoni non era uno studente qualsiasi. Era stato ammesso ad Harvard e aveva ricevuto lettere d’invito da Yale e Princeton. Finito il servizio militare obbligatorio per ogni israeliano maggiorenne avrebbe potuto far ritorno ad Harvard, dove aveva iniziato gli studi di matematica e filosofia per poi abbandonarli perché l’impulso a tornare nel suo paese per difenderne l’esistenza stessa superava ogni altra aspirazione. Un giovane che poteva avere davanti a sé una carriera splendida negli Stati Uniti, sceglie di tornare in uno dei luoghi più violenti e pericolosi al mondo, sceglie di vivere la difficile e poco remunerativa vita dell’esercito, per la necessità di abbracciare ciò in cui crede. Sceglie, con tutta la forza e la radicalità che questa parola implica, la propria strada.
Quando, con Liberilibri, decidemmo di tradurre le lettere di Yoni in italiano, non ci stupì affatto che nessuno ci avesse pensato prima. L’atteggiamento dei paesi occidentali verso Israele è quello che si ha, quando va bene, verso un compagno di classe troppo agitato, uno che sembra non faccia altro che creare problemi. Altrimenti è un atteggiamento di disprezzo tout court, si guarda a Israele come a una forza di occupazione che piega sotto il suo giogo i palestinesi, o addirittura come il cancro originario che ha generato il radicalismo musulmano e la destabilizzazione del medio oriente di cui siamo testimoni ogni giorno.
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Del resto, mi sembra chiaro che il disprezzo in cui la maggior parte degli europei tiene Israele sia in parte dovuto a una buona dose di odio verso noi stessi e verso i nostri valori fondativi che sembriamo aver rimosso e che invece rappresentano la spina dorsale su cui si regge lo stato ebraico. Parlo dell’orgoglio di esistere e dell’orgoglio per la nostra storia e la nostra identità, la volontà di vivere e di progredire, la capacità di resistere, con tutti i mezzi necessari, agli attacchi di chi vuole privarci della nostra libertà e della nostra cultura.
Israele, oltre ad avere tutti i canoni di un grande paese occidentale in termini di libertà e diritti, poggia solidamente su questi valori che l’Europa ha rimosso o tende a rimuovere perché troppo impegnativi, soffocandoli dentro la rete del politicamente corretto e del solito senso di colpa verso tutto ciò che non è occidente. La figura di Yoni e le sue scelte esemplificano perfettamente questi valori.
Una terra come l’Europa, in cui non solo i governi ma gli individui sembrano aver perso completamente di vista questi valori, appare sempre di più come un luogo privo di identità e di rispetto di sé. Appare come una terra perfetta per essere conquistata, perché svuotata di qualsiasi tipo di identità propria. La rinuncia alle scelte difficili, di cui è la politica a farsi carico, non può però certo essere imputata alla politica stessa.
Viviamo in un sistema rappresentativo, tutto ciò che viene fatto è lo specchio inevitabile delle scelte, o, per meglio dire, delle non-scelte dei singoli. Libertà e tolleranza, i valori essenziali e strutturali da cui derivano tutti gli altri, non vivono di vita propria. Sono strutture fragili e, come tali, vanno difese. Non può esistere la libertà a meno che non venga difesa, e quindi la domanda da porsi diventa molto semplice e radicalmente individuale: cosa sono disposto a fare per difendermi? Quando la risposta a questa domanda è generica o evasiva equivale a dire non sono disposto a fare niente.
E vedere altri, in questo caso Israele, che invece scelgono con drammatica determinazione, ci mette con le spalle al muro, misura tutta la distanza che c’è tra ciò che dovremmo fare e ciò che non vorremmo dover fare. A Gerusalemme, Iddo, il terzo dei fratelli Netanyahu, ha avuto la gentilezza di farmi da guida. In uno di questi pomeriggi, mentre stavamo finendo il pranzo, gli è arrivata una telefonata dall’ufficio del primo ministro: avevano trovato una mezz’ora per farci incontrare il capo del governo. Terminati i lunghi controlli all’ingresso della residenza ufficiale, siamo entrati nel patio della villa e abbiamo atteso il suo arrivo su uno dei divani sotto i portici. Dopo poco, da una delle porte-finestre che affacciano sul patio, è comparso Benjamin Netanyahu.

La cosa che più di ogni altra mi ha colpito è stata la drammaticità della sua figura, il peso che sembra portare addosso. E’ un uomo che, in ogni momento, è chiamato a difendere dall’annientamento un’intera nazione e un intero popolo. Un uomo che con le sue scelte può scatenare una guerra di ricaduta mondiale. Un uomo interamente cosciente di questo suo ruolo e che ne porta sulle spalle il peso. Lo si vede nella sua figura, nei suoi passi pesanti, nella voce profondissima, baritonale, nelle parole che escono con calma, precisione ma con la pesantezza di pietre. Qui si coglie la politica nel suo senso più grande e tragico. Chi gestisce il potere e decide di farsi carico fino in fondo delle conseguenze delle proprie scelte, ne porta i segni anche sul corpo. Chi fa politica nel suo significato più profondo è un demiurgo della storia e, nel momento in cui questa è in atto, non è possibile giudicarla. La condanna di ogni grande politico è che sarà giudicato solo dal futuro, probabilmente quando non ci sarà più e dopo che in vita sarà stato per lo più vilipeso. Questa è la politica e Netanyahu ne sembra un’incarnazione perfetta.
 Dopo un saluto sbrigativo, ci siamo seduti e abbiamo parlato di Yoni e di come sia stato la figura essenziale che lo ha avvicinato alla vita politica con il preciso scopo di continuare a difendere Israele dopo aver servito, anche lui, nell’unità Sayeret Matkal.
Mi dice che la sua vita sarebbe stata sicuramente diversa se il fratello non avesse perso la vita sacrificandosi per il suo paese. Che forse sarebbe arrivato comunque alla politica ma sicuramente non così presto come ha fatto. Gli chiedo poi se non pensi che la minaccia a cui oggi è sottoposto Israele sia inferiore a quella che invece aveva vissuto Yoni, quando quotidianamente il paese poteva aspettarsi un attacco da uno qualsiasi degli stati arabi circostanti.
Mi risponde che non è assolutamente così. Che la minaccia oggi è molto maggiore, che un tempo non lanciavano razzi all’interno di Israele come invece riescono a fare oggi tanto Hamas quanto Hezbollah, entrambi ampiamente finanziati dall’Iran che adesso, con l’interruzione delle sanzioni, disporrà di una gran quantità di miliardi di dollari in più da investire sul terrorismo internazionale e su quello contro Israele in particolare.
Per non parlare della minaccia ultima, quella definitiva,in grado di sconvolgere l’ordine mondiale oltre che mettere definitivamente a repentaglio l’esistenza stessa di Israele: la bomba atomica.
Fare i conti giornalmente con la possibilità di essere letteralmente spazzati via è sufficiente a rendere Israele un luogo di assoluta eccezione e la determinazione di vivere e resistere un marchio di grandezza.
Ma non è solo questo, c’è di più.
La questione degli insediamenti è da sempre una delle più complesse per Israele e, dico al primo ministro, da sempre appare come una delle note più spinose sulla via della pace. Poi, però, nel momento in cui sono state fatte concessioni senza precedenti, sia da Ehud Barak nel 2000 che da Ariel Sharon nel 2005, niente ne è venuto, anzi, quelle concessioni sono state viste come un segno di debolezza, come un segno che Israele stesse battendo in ritirata, e i risultati in termini di sicurezza e di attacchi sono decisamente peggiorati.

Netanyahu mi dice che gli insediamenti sono fondamentali per Israele e che spesso noi europei non riusciamo a coglierne il senso più profondo. Noi europei ragioniamo con i vecchi canoni del colonialismo: prendere possesso di una terra, anche se perlopiù disabitata e desertica come quella del West Bank, coincide automaticamente con un’occupazione.  La cultura americana, invece, comprende molto meglio questo concetto. La terra quando è vuota, è di chi riesce a trasformarla. Di chi riesce a trasformare un luogo del tutto inospitale e desertico in un prato verde che porta frutti grazie all’ingegno umano e all’innovazione di cui poi tutti possono beneficiare.

Ho visitato diversi insediamenti israeliani nel West Bank e ho avuto modo di vedere questa cosa con i miei occhi. Lì non si vive nel lusso, non si fa una vita facile. Gli insediamenti sono interamente circondati da cancellate e filo spinato. Ogni ingresso è vigilato da guardie armate. L’ostilità verso i coloni, verso quello che fanno, non è altro che distanza ideologica verso un popolo che cresce, si espande e genera bellezza e benessere dove altro non ci sarebbe se non deserto.
A questo punto chiedo al primo ministro come vede l’Europa nel futuro, le difficoltà che sta affrontando in particolare con l’immensa ondata migratoria che sta partendo dall’Africa e dal medio oriente. Dice che il problema essenziale era, rimane e sarà sempre di più in futuro l’islam radicale, perché accresce la sua influenza e la sua capacità di attrazione quanto meno lo si combatte, e la cosa più preoccupante è la sua straordinaria capacità di penetrazione anche in contesti europei. Mi dice che non è un caso se l’ondata migratoria degli ebrei europei verso Israele si fa ogni anno più intensa. Inoltre il problema è di tipo demografico, e qui Netanyahu cita Oriana Fallaci che aveva immaginato questo scenario. Un occidente privato del futuro dall’incapacità di creare ricambio generazionale è strutturalmente condannato a essere assimilato da chi invece di figli ne fa moltissimi, da chi cresce in numero e, perciò, in regime democratico, in influenza.

Sulla via del ritorno in Italia, il tassista che mi ha portato da Tel Aviv all’aeroporto era di origine georgiana, aveva circa settant’anni ed era arrivato in Israele nel 1970. Aveva combattuto nella guerra del Kippur e aveva continuato a servire nell’esercito come riservista fino a cinquantacinque anni. Gli ho chiesto come vedesse la politica israeliana e dalle sue risposte sembrava uno di quei tassisti grillini che chiamano La Zanzara: i politici sono tutti ladri, a me non piace nessun partito, a me piacevano solo i leader del passato come Begin o Rabin. A quel punto gli ho chiesto cosa ne pensasse in generale dello stato d’Israele. Ha assunto un’aria di grande calma e mi ha risposto semplicemente che Israele era la cosa più importante della sua vita perché, ha detto, “non mi fa sentire più soltanto ebreo, mi fa sentire israeliano”.
Ho pensato a lungo a questa risposta, cercando di capirne bene il significato che però, in realtà, era tutto lì davanti. Israele significa la costruzione di uno stato basato su un’identità condivisa e su una storia in cui tutti gli ebrei del mondo, più o meno credenti, possono trovare un’identità data dalla nuova identità statuale e territoriale che prima si disperdeva all’interno delle varie comunità locali. Attraverso i confini, attraverso la costruzione di una nazione si è generata o, per meglio dire, si è definita un’identità da coltivare e da difendere. L’Europa, chiaramente, non può più essere questo. Gli stati nazionali in occidente stanno perdendo il loro senso. Non perché questo sia stato deciso da qualcuno, ma perché le istituzioni sono come organismi, tendono a evolvere, a modificarsi, ad adattarsi all’ambiente circostante. La mutazione nelle tecnologie e nella percezione del mondo da parte degli individui ha naturalmente portato all’abbattimento delle frontiere tra gli stati più avanzati e mutualmente pacifici generando, in modo spontaneo, la tensione verso un nuovo ordine. Un ordine che, però, non è ancora qui.
Ed è proprio nel momento della mutazione, in quel momento di indefinitezza di identità, che si è più vulnerabili agli attacchi.
 L’Unione europea è un oggetto indefinito e senza forma. Viene percepita inevitabilmente, data la sua natura, come un corpaccione burocratico che aggiunge leggi, cavilli e imposizioni a quelle già fin troppo stringenti dei singoli stati. Tornare indietro, nella comfort zone della difesa delle frontiere nazionali, è semplicemente impossibile. Non si possono resuscitare cadaveri, per quanto pensarlo ci possa far stare bene. Ciò che bisogna fare è creare una nuova identità che prima era data dai confini locali ormai irrimediabilmente disintegrati e non disintegrati soltanto a livello politico ma a livello di percezione individuale. Su cosa allora ricominciare a costruire un’identità comune? Cosa ci sarebbe da difendere, cioè attorno a cosa ci si può stringere per trovare una nuova identità e quindi una vera unione? La risposta mi sembra che possano essere i valori condivisi e la loro difesa con tutti i mezzi, la certezza di essere ancora quella parte del mondo che, come scrive Cormac McCarthy in “The Road”, porta il fuoco anche nella notte più buia.
 Per questo bisogna guardare a Israele e a figure come quelle di Yoni, che sono il massimo che la parola occidente possa esprimere in questo momento, come a un faro da seguire. Sta scritto nella Torah “E sceglierai la vita!” ma per farlo, per compiere la scelta e per sostenere la vita è necessario accettare la possibilità del suo perenne contraltare, la morte. In una lettera del 1963 Yoni scrive: “La morte, quella è l’unica cosa che mi disturba. Non mi spaventa, accende la mia curiosità. E’ un puzzle che io, come molti altri, ho cercato di risolvere senza successo. Non la temo perché attribuisco poco valore a una vita senza scopo. E se dovessi sacrificare la mia vita per raggiungere il suo scopo, lo farei volentieri.”

“Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”, scriveva Benedetto XVI in “Caritas in Veritate”. Non avendo più un’identità definita, non avendo più un’identità fondante, non avendo più una verità su noi stessi su cui poggiare, si resta senza punti di riferimento. Allora si cerca una nuova base sociale nei buoni sentimenti. Ci si guarda e ci si contempla dicendo: quanto siamo buoni. E quello diventa il nuovo punto di riferimento. Il nuovo sostrato su cui basare ogni nostro giudizio a cui fare sempre riferimento. La razionalità e il realismo diventano oggetti estranei e mostruosi, categorie che dovrebbero essere quelle del politico scompaiono innanzitutto dalla politica, che viene sommersa e dominata dalle ondate popolari di emotività e umanitarismo un tanto ra come quella di Yoni Netanyahu rappresenta tutto quello che si dovrebbe essere. Un giovane pienamente cosciente del suo ruolo, della sua drammaticità ma anche della sua assoluta necessità.

 L’idea che il male non si batte provando a rieducarlo, non si batte con il buon esempio, non si batte sentendo e propagandando un insensato senso di colpa, non si batte mostrandosi buoni. Il male si batte soltanto con un cosciente, per quanto drammatico, atto di violenza. Questo significa guardare in faccia la propria epoca con realismo e razionalità. Significa assumersi la responsabilità di agire su di essa e di plasmarla secondo quei valori che noi riteniamo giusti e da difendere. Per questo nulla è possibile, nulla cambierà finché non decideremo di smetterla di giocare con i buoni sentimenti e di tornare, con sguardo lucido e mente fredda, a pensare chi vogliamo essere. Altrimenti, come è giusto che sia, come capita a tutto ciò che smette di combattere per vivere, saremo sommersi e sostituiti."


martedì 22 settembre 2015

G'mar Chatima Tova 5776









Yom Kippur è la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell' espiazione. 

Nella Torah viene chiamato Yom haKippurim (Ebraico, "Giorno degli espìanti"). È uno dei cosiddetti Yamim Noraim (Ebraico, letteralmente "Giorni terribili", più propriamente "Giorni di timore reverenziale"). 

Gli Yamim Noraim vanno da Rosh haShana a Yom Kippur, che sono rispettivamente i primi due giorni e l'ultimo giorno dei Dieci Giorni del Pentimento.
Nel calendario ebraico Yom Kippur incomincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri (che cade tra Settembre e Ottobre del calendario gregoriano), e continua fino alle prime stelle della notte successiva. Può quindi durare 25-26 ore.

Quest'anno Yom Kippur cade il 23 settembre (vigilia il 22)

Kippùr si basa su tre concetti fondamentali: 
esame di coscienza  (cheshbonòt néfesh),
confessione delle nostre colpe (viddùi),

espiazione (kapparà) e perdono (selichà).

Chatima Tovà (buona firma nel Libro della Vita) a tutti!





sabato 19 settembre 2015

Idan Raichel a Milano - manifestazione a sostegno di Israele






Oggi, 19 settembre, al Teatro Elfo Puccini di Milano  ci sarà lo spettacolo del gruppo musicale di Idan Raichel .
Un musicista, anzi dei musicisti, ottimi, di cui ho gran parte dei lavori.
Che accade?  
che i soliti "diversamente intelligenti, diversamente democratici, diversamente amanti della giustizia"  ( a dirla come l'amica Barbara, https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2015/09/17/tutti-in-piazza-per-la-liberta-e-per-la-democrazia , in un'espressione che ho amato particolarmente)  si sono mobilitati per  impedire il concerto presso le autorità e boiocttare l'evento presso chi volesse partecipare.

Rilevo che i boicottaggi sono sempre a mio avviso delle castronate assurde, il boicottaggio verso i prodotti israeliani ancor di piu' (ma solitamente il boicottatore medio si limita a non comprare pompelmi mica a non usare piu' pc, cellulare o a curarsi con medicine e apparecchi made in Israel ecc..) e il boicottaggio  verso la cultura è ridicolo prima ancora che assurdo e rivoltante!

E allora stasera , per i fortunati,  buon concerto,  Idan è meraviglioso e vi trascinerà. Per  gli altri .. tutti in piazza per la libertà  a manifestare civilmente e pacificamente la nostra solidarietà e amicizia  a Idan, agli artisti israeliani e a Israele stesso.

   Stop al boicottaggio di Israele!!






domenica 13 settembre 2015

Shanà Tovà, felice 5776!!!


Domani  14 settembre inizia Rosh HaShana, il capodanno ebraico, una delle festività più sacre tra quelle ordinate dalla Torah.
E' la "testa dell'anno", è la festa che segna l'inizio dell'anno ebraico, e cade nel mese di Tishrei, tra il tardo settembre e il primo ottobre, quest'anno cade il 14-15 settembre, vigilia 13 settembre.


Secondo il testo biblico, il primo mese del calendario è quello in cui si celebra Pesach, cioè Nissan (Esodo 12:2), eppure il capodanno si festeggia il primo giorno del mese di Tishrei (in autunno), poichè esso segnava l'inizio dell'anno agricolo, fondamentale nell'antica concezione ciclica del tempo.
Il nome Rosh Hashanah, che significa proprio "capo dell'anno", non compare mai nella Bibbia, dove invece questa festività viene chiamata "festa della raccolta" (Esodo 23:16), e "giorno annunciato dal suono, una santa convocazione" (Levitico 23:24).
E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”.

Rosh Hashanah ha un significato collettivo che riguarda tutta l'umanità poichè, secondo i Maestri, in questo giorno ricorre l'anniversario della Creazione del primo uomo, ed è quindi il momento in cui Dio rinnova il Suo sostentamento alla natura segnando un nuovo inizio per tutti. 
Ma il capodanno ha anche un significato che riguarda individualmente ogni essere umano, ed è per questo che nella tradizione è chiamato anche "Yom HaDin", cioè "Giorno del Giudizio".

Infatti, come è spiegato nel Talmud e nei Midrashim, nel giorno di Rosh Hashanah, Dio prende in esame le azioni di ogni uomo e stabilisce il Suo Giudizio, che tuttavia viene decretato definitivamente soltanto dieci giorni dopo, in occasione di Yom Kippur
Per questo, nei dieci giorni che separano queste due festività, gli uomini hanno ancora la possibilità di ravvedersi rimediando ai propri errori e abbandonando le loro trasgressioni per meritare il perdono Divino.


Il capodanno ebraico è quindi la festa della riflessione sulla propria coscienza, del pentimento e della speranza di riuscire a migliorare sè stessi, non per la paura di essere puniti, ma per amore del Creatore, del prossimo e della giustizia.
Per scuotere gli animi dal torpore spirituale viene suonato lo Shofar, uno strumento musicale costituito dal corno di un animale (di solito un montone), il cui suono nell'antico Israele era un segnale di guerra. Lo Shofar viene utilizzato nelle Sinagoghe per annunciare alcune funzioni religiose, in particolare durante Rosh Hashanah e Yom Kippur.


Shanà Tovà a tutti !


venerdì 11 settembre 2015

Kfar Giladi, Tel Hai e Iosif Trumpledor





Attraverso i Kibbutz,specie quelli fondati coraggiosamente e tenacemente dai primi pionieri a inizio del 900, passa un pezzo importante della storia dello Stato di Israele.

Persone animate dall'ideale sionista, spesso stanche di subire pogrom e discriminazioni negli stati europei (ricordiamo il terribile pogrom di Kishniev nella Russia zarista del 1905 e per chi volesse..interessante leggere "Nella città del massacro" di Bialik o l'assurdo affaire Dreyfuss nella civilissima Francia di inizio 900), decidono di trasferirsi nella Palestina ottomana, in terreni incolti, zone aride  e malariche, senza alcuna comodità. Si tratta per lo piu' di terreni comprati da effendi arabi, i quali ben volentieri cedono zone incolte e difficili da coltivare, per un bel gruzzolo.

Nel 1909 viene fondato il primo kibbutz, a Degania e poi altri...tra cui Beit Zera, Kvutzat Kinneret e Kfar Giladi (foto mia qui sopra) e l'insediamento di Tel Hai
Oggi vorrei parlare di Kfar Giladi e di Tel hai, strettamente connessi. Vediamo perchè.

Kfar Giladi è un kibbutz, situato nella Valle di Hula, nel Distretto Nord, in prossimità del confine con il Libano, è  stato fondato  sin dal 1916 da alcuni membri dell'Hashomer sul terreno di proprietà della Jewish Colonization Association
Il gruppo Hashomer (in ebraico : השומר   I Guardiani  scritto anche come HaShomer ) era un'organizzazione ebraica di difesa in Palestina che traeva origine da gruppo Bar- Giora , creato nel mese di aprile 1909 (e poi assorbito nel 1920 nella Haganah)
 Lo scopo di Hashomer era quello di fornire un servizio di guardia per gli insediamenti ebraici in Yishuv , liberando comunità ebraiche dalla dipendenza consolati stranieri e dalle sentinelle arabi per la loro sicurezza .
Era diretto da un comitato di tre giovani uomini  Israel Shochat , Israel Giladi , e Mendel Portugali .


Inizialmente aveva altro nome, ed è stato chiamato solo successivamente Israel Giladi, dal nome di uno dei fondatori appunto, morto ne 1918 a causa della epidemia di influenza spagnola
Poco distante si trovava un alto piccolo insediamento, il kibbutz di Tel Hai.
Intanto a Kfar Giladi era arrivato, nel  1919 Iosif Trumpeldor, giovane militare russo che aveva abbandonato la Russia  seguito dei numerosi pogrom contro gli ebrei e preso dalle idee del movimento di Herzl.

La regione su sui sorgono Tel Hai e Kfar Giladi, protesa all'estremo nord dell'attuale  Israele, era posta sull'incerto confine tra il Mandato britannico della Palestina e il Mandato francese della Siria (il Libano non esisteva) ed era frequente teatro di scontri tra l'esercito francese e gruppi arabi-sciiti, militanti a fianco del  Regno di Siria, nella ribellione contro il mandato francese. 
Al contrario, i rapporti tra gli arabi-sciiti del sud del Libano e gli ebrei, nella zona, erano stati relativamente pacifici: i primi si erano, di solito, mostrati ostili ai soli francesi, mentre i secondi cercavano di mantenersi neutrali tra le due parti, soprattutto nella speranza che nessuna delle due occupasse l'area, affinché essa rimanesse sotto il Mandato britannico della Palestina e divenisse, un giorno, parte del futuro Stato ebraico. Ciononostante, negli ultimi tempi, il rischio di attacchi arabi agli insediamenti ebraici si era notevolmente innalzato anche nella valle di Hula: nel gennaio  1920 due coloni residenti nel piccolo insediamento di Tel Hai  erano rimasti uccisi in un assalto da parte delle milizie arabe. Trumpeldor era al corrente del pericolo e, temendo che ulteriori attacchi potessero colpire nuovamente Tel Hai, nonché gli altri due insediamenti ebraici della zona, Metulla e il kibbutz di Kfar Giladi aveva chiesto, invano, rinforzi da parte del movimento sionista.
Il 1 marzo 1920 gli arabi sciiti provenienti da Jabal Amil, che  sospettavano che alcuni militari francesi si fossero rifugiati a Tel Hai, pretesero che i coloni li facessero entrare per verificare. Gli ebrei non opposero resistenza, sia per le dimensioni numeriche della milizia araba, sia perché effettivamente non erano presenti francesi all'interno di Tel Hai.
La situazione, che sulle prime appariva non ostile, degenerò e  un colono sparò un colpo in aria, per chiedere rinforzi dal vicino kibbutz di Kfar Giladi
Da qui, partì un gruppo di dieci uomini, comandati proprio da Trumpeldor. Giunti a Tel Hai, probabilmente a causa di una serie di malintesi tra i due gruppi armati, ne sorse un diverbio e, di lì a poco, un vero e proprio scontro a fuoco. Gli ebrei, in netta inferiorità numerica, ebbero la peggio e Trumpeldor, insieme a sette compagni, rimasero uccisi.
Trumpeldor fu soccorso da un medico, che tuttavia non riuscì a salvargli la vita. In punto di morte, proferì al medico una frase probabilmente ispirata al dulce et decorum est pro patria mori di Orazio:
(HE)
« אין דברטוב למות בעד ארצינו(Ein davar, tov lamut be'ad arzenu) »
(IT)
« Non preoccuparti, è bello morire per la nostra patria! »
Trumpeldor fu inizialmente sepolto nel cimitero del kibbutz di Kfar Giladi  nel quale fu successivamente ricompresa anche Tel Hai.
Il confronto armato, come detto, portò alla morte di otto sionisti, gli ebrei rimasti si ritirano e il luogo venne dato alle fiamme.
In onore di Trumpeldor, nel 1934 fu eretta a Tel Hai una statua raffigurante un leone ruggente e in quell'occasione la salma fu traslata presso il monumento

Nel 1950, invece, fu fondata nelle vicinanze la città di Kiryat Shmona, il cui nome, che significa "la città degli otto", fu intitolata a Trumpeldor e agli altri sette caduti di Tel Hai.
Ogni anno, nell'anniversario della morte (l'11 del mese di Adar), la sua figura viene commemorata, inoltre il cimitero storico di Tel Aviv porta il suo nome
Dopo  l'attacco arabo su Tel Hai nel 1920, fu temporaneamente abbandonato. Dieci mesi dopo, i coloni tornarono. Diversi edifici sono ancora visibili nel kibbutz e  commemorano le battaglie precedenti sul sito, prima e durante il 1948 guerra arabo-israeliana.
La storia di Kfar Giladi è strettamente connessa a quella di Tel Hai, infatti i due kibbutz (Tel Hai fondato nel 1907 da solo 6 persone) finiscono per confluire
Gli inglesi e i francesi decisero che questa zona della Galilea doveva essere inclusa nella Palestina britannica, e fu cosi possibile un reisediamento a  Tel Hai  nel  1921, anche se non riuscì piu' a divenire una comunità vitale e indipendente e nel 1926 è stato assorbito nel kibbutz di Kfar Giladi.


Tra il 1916 e il 1932, la popolazione era si e no di  40-70 persone. Nel 1932, il kibbutz assorbì 100 nuovi arrivati, soprattutto giovani immigrati. Dal 1922 al 1948, tra 8.000-10.000 immigrati ebrei vennero fatti arrivare piu' o meno legalmente( a causa dei pesanti divieti inglesi) in Palestina attraverso Kibbutz Giladi, Gli immigrati provenivano da Siria, Libano, Turchia, Iraq, Afghanistan e l'Europa orientale.
In un'operazione nota come Mivtzah HaElef, 1.300 bambini ebrei sono stati portati  dalla Siria tra il 1945 e il 1948. Nel kibbutz, i bambini erano vestiti in abiti da lavoro e nascosti nei pollai  e nelle stalle del kibbutz
Il 6 agosto 2006, durante la guerra del Libano 2006, dodici soldati della riserva  IDF  sono stati uccisi dopo essere stati colpito da un razzo Katyusha lanciato da Hezbollah dal sud del Libano. 

foto qui sopra, memoriale degli Hashomer


Oggi il Kibbuzt Kfar Giladi  ha un'economia basata  sull'agricoltura, quattro cave, una fabbrica di occhiali  e un albergo. 

Il kibbutz coltiva mele e avocado, utilizzando volontari per aiutare a raccogliere frutta durante la stagione del raccolto. Altre colture sono litchi, mais, cotone, grano e patate. Il kibbutz alleva anche polli e vacche da latte..

(Tiziana Marengo)