martedì 22 settembre 2015

G'mar Chatima Tova 5776









Yom Kippur è la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell' espiazione. 

Nella Torah viene chiamato Yom haKippurim (Ebraico, "Giorno degli espìanti"). È uno dei cosiddetti Yamim Noraim (Ebraico, letteralmente "Giorni terribili", più propriamente "Giorni di timore reverenziale"). 

Gli Yamim Noraim vanno da Rosh haShana a Yom Kippur, che sono rispettivamente i primi due giorni e l'ultimo giorno dei Dieci Giorni del Pentimento.
Nel calendario ebraico Yom Kippur incomincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri (che cade tra Settembre e Ottobre del calendario gregoriano), e continua fino alle prime stelle della notte successiva. Può quindi durare 25-26 ore.

Quest'anno Yom Kippur cade il 23 settembre (vigilia il 22)

Kippùr si basa su tre concetti fondamentali: 
esame di coscienza  (cheshbonòt néfesh),
confessione delle nostre colpe (viddùi),

espiazione (kapparà) e perdono (selichà).

Chatima Tovà (buona firma nel Libro della Vita) a tutti!





sabato 19 settembre 2015

Idan Raichel a Milano - manifestazione a sostegno di Israele






Oggi, 19 settembre, al Teatro Elfo Puccini di Milano  ci sarà lo spettacolo del gruppo musicale di Idan Raichel .
Un musicista, anzi dei musicisti, ottimi, di cui ho gran parte dei lavori.
Che accade?  
che i soliti "diversamente intelligenti, diversamente democratici, diversamente amanti della giustizia"  ( a dirla come l'amica Barbara, https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2015/09/17/tutti-in-piazza-per-la-liberta-e-per-la-democrazia , in un'espressione che ho amato particolarmente)  si sono mobilitati per  impedire il concerto presso le autorità e boiocttare l'evento presso chi volesse partecipare.

Rilevo che i boicottaggi sono sempre a mio avviso delle castronate assurde, il boicottaggio verso i prodotti israeliani ancor di piu' (ma solitamente il boicottatore medio si limita a non comprare pompelmi mica a non usare piu' pc, cellulare o a curarsi con medicine e apparecchi made in Israel ecc..) e il boicottaggio  verso la cultura è ridicolo prima ancora che assurdo e rivoltante!

E allora stasera , per i fortunati,  buon concerto,  Idan è meraviglioso e vi trascinerà. Per  gli altri .. tutti in piazza per la libertà  a manifestare civilmente e pacificamente la nostra solidarietà e amicizia  a Idan, agli artisti israeliani e a Israele stesso.

   Stop al boicottaggio di Israele!!






domenica 13 settembre 2015

Shanà Tovà, felice 5776!!!


Domani  14 settembre inizia Rosh HaShana, il capodanno ebraico, una delle festività più sacre tra quelle ordinate dalla Torah.
E' la "testa dell'anno", è la festa che segna l'inizio dell'anno ebraico, e cade nel mese di Tishrei, tra il tardo settembre e il primo ottobre, quest'anno cade il 14-15 settembre, vigilia 13 settembre.


Secondo il testo biblico, il primo mese del calendario è quello in cui si celebra Pesach, cioè Nissan (Esodo 12:2), eppure il capodanno si festeggia il primo giorno del mese di Tishrei (in autunno), poichè esso segnava l'inizio dell'anno agricolo, fondamentale nell'antica concezione ciclica del tempo.
Il nome Rosh Hashanah, che significa proprio "capo dell'anno", non compare mai nella Bibbia, dove invece questa festività viene chiamata "festa della raccolta" (Esodo 23:16), e "giorno annunciato dal suono, una santa convocazione" (Levitico 23:24).
E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”.

Rosh Hashanah ha un significato collettivo che riguarda tutta l'umanità poichè, secondo i Maestri, in questo giorno ricorre l'anniversario della Creazione del primo uomo, ed è quindi il momento in cui Dio rinnova il Suo sostentamento alla natura segnando un nuovo inizio per tutti. 
Ma il capodanno ha anche un significato che riguarda individualmente ogni essere umano, ed è per questo che nella tradizione è chiamato anche "Yom HaDin", cioè "Giorno del Giudizio".

Infatti, come è spiegato nel Talmud e nei Midrashim, nel giorno di Rosh Hashanah, Dio prende in esame le azioni di ogni uomo e stabilisce il Suo Giudizio, che tuttavia viene decretato definitivamente soltanto dieci giorni dopo, in occasione di Yom Kippur
Per questo, nei dieci giorni che separano queste due festività, gli uomini hanno ancora la possibilità di ravvedersi rimediando ai propri errori e abbandonando le loro trasgressioni per meritare il perdono Divino.


Il capodanno ebraico è quindi la festa della riflessione sulla propria coscienza, del pentimento e della speranza di riuscire a migliorare sè stessi, non per la paura di essere puniti, ma per amore del Creatore, del prossimo e della giustizia.
Per scuotere gli animi dal torpore spirituale viene suonato lo Shofar, uno strumento musicale costituito dal corno di un animale (di solito un montone), il cui suono nell'antico Israele era un segnale di guerra. Lo Shofar viene utilizzato nelle Sinagoghe per annunciare alcune funzioni religiose, in particolare durante Rosh Hashanah e Yom Kippur.


Shanà Tovà a tutti !


venerdì 11 settembre 2015

Kfar Giladi, Tel Hai e Iosif Trumpledor





Attraverso i Kibbutz,specie quelli fondati coraggiosamente e tenacemente dai primi pionieri a inizio del 900, passa un pezzo importante della storia dello Stato di Israele.

Persone animate dall'ideale sionista, spesso stanche di subire pogrom e discriminazioni negli stati europei (ricordiamo il terribile pogrom di Kishniev nella Russia zarista del 1905 e per chi volesse..interessante leggere "Nella città del massacro" di Bialik o l'assurdo affaire Dreyfuss nella civilissima Francia di inizio 900), decidono di trasferirsi nella Palestina ottomana, in terreni incolti, zone aride  e malariche, senza alcuna comodità. Si tratta per lo piu' di terreni comprati da effendi arabi, i quali ben volentieri cedono zone incolte e difficili da coltivare, per un bel gruzzolo.

Nel 1909 viene fondato il primo kibbutz, a Degania e poi altri...tra cui Beit Zera, Kvutzat Kinneret e Kfar Giladi (foto mia qui sopra) e l'insediamento di Tel Hai
Oggi vorrei parlare di Kfar Giladi e di Tel hai, strettamente connessi. Vediamo perchè.

Kfar Giladi è un kibbutz, situato nella Valle di Hula, nel Distretto Nord, in prossimità del confine con il Libano, è  stato fondato  sin dal 1916 da alcuni membri dell'Hashomer sul terreno di proprietà della Jewish Colonization Association
Il gruppo Hashomer (in ebraico : השומר   I Guardiani  scritto anche come HaShomer ) era un'organizzazione ebraica di difesa in Palestina che traeva origine da gruppo Bar- Giora , creato nel mese di aprile 1909 (e poi assorbito nel 1920 nella Haganah)
 Lo scopo di Hashomer era quello di fornire un servizio di guardia per gli insediamenti ebraici in Yishuv , liberando comunità ebraiche dalla dipendenza consolati stranieri e dalle sentinelle arabi per la loro sicurezza .
Era diretto da un comitato di tre giovani uomini  Israel Shochat , Israel Giladi , e Mendel Portugali .


Inizialmente aveva altro nome, ed è stato chiamato solo successivamente Israel Giladi, dal nome di uno dei fondatori appunto, morto ne 1918 a causa della epidemia di influenza spagnola
Poco distante si trovava un alto piccolo insediamento, il kibbutz di Tel Hai.
Intanto a Kfar Giladi era arrivato, nel  1919 Iosif Trumpeldor, giovane militare russo che aveva abbandonato la Russia  seguito dei numerosi pogrom contro gli ebrei e preso dalle idee del movimento di Herzl.

La regione su sui sorgono Tel Hai e Kfar Giladi, protesa all'estremo nord dell'attuale  Israele, era posta sull'incerto confine tra il Mandato britannico della Palestina e il Mandato francese della Siria (il Libano non esisteva) ed era frequente teatro di scontri tra l'esercito francese e gruppi arabi-sciiti, militanti a fianco del  Regno di Siria, nella ribellione contro il mandato francese. 
Al contrario, i rapporti tra gli arabi-sciiti del sud del Libano e gli ebrei, nella zona, erano stati relativamente pacifici: i primi si erano, di solito, mostrati ostili ai soli francesi, mentre i secondi cercavano di mantenersi neutrali tra le due parti, soprattutto nella speranza che nessuna delle due occupasse l'area, affinché essa rimanesse sotto il Mandato britannico della Palestina e divenisse, un giorno, parte del futuro Stato ebraico. Ciononostante, negli ultimi tempi, il rischio di attacchi arabi agli insediamenti ebraici si era notevolmente innalzato anche nella valle di Hula: nel gennaio  1920 due coloni residenti nel piccolo insediamento di Tel Hai  erano rimasti uccisi in un assalto da parte delle milizie arabe. Trumpeldor era al corrente del pericolo e, temendo che ulteriori attacchi potessero colpire nuovamente Tel Hai, nonché gli altri due insediamenti ebraici della zona, Metulla e il kibbutz di Kfar Giladi aveva chiesto, invano, rinforzi da parte del movimento sionista.
Il 1 marzo 1920 gli arabi sciiti provenienti da Jabal Amil, che  sospettavano che alcuni militari francesi si fossero rifugiati a Tel Hai, pretesero che i coloni li facessero entrare per verificare. Gli ebrei non opposero resistenza, sia per le dimensioni numeriche della milizia araba, sia perché effettivamente non erano presenti francesi all'interno di Tel Hai.
La situazione, che sulle prime appariva non ostile, degenerò e  un colono sparò un colpo in aria, per chiedere rinforzi dal vicino kibbutz di Kfar Giladi
Da qui, partì un gruppo di dieci uomini, comandati proprio da Trumpeldor. Giunti a Tel Hai, probabilmente a causa di una serie di malintesi tra i due gruppi armati, ne sorse un diverbio e, di lì a poco, un vero e proprio scontro a fuoco. Gli ebrei, in netta inferiorità numerica, ebbero la peggio e Trumpeldor, insieme a sette compagni, rimasero uccisi.
Trumpeldor fu soccorso da un medico, che tuttavia non riuscì a salvargli la vita. In punto di morte, proferì al medico una frase probabilmente ispirata al dulce et decorum est pro patria mori di Orazio:
(HE)
« אין דברטוב למות בעד ארצינו(Ein davar, tov lamut be'ad arzenu) »
(IT)
« Non preoccuparti, è bello morire per la nostra patria! »
Trumpeldor fu inizialmente sepolto nel cimitero del kibbutz di Kfar Giladi  nel quale fu successivamente ricompresa anche Tel Hai.
Il confronto armato, come detto, portò alla morte di otto sionisti, gli ebrei rimasti si ritirano e il luogo venne dato alle fiamme.
In onore di Trumpeldor, nel 1934 fu eretta a Tel Hai una statua raffigurante un leone ruggente e in quell'occasione la salma fu traslata presso il monumento

Nel 1950, invece, fu fondata nelle vicinanze la città di Kiryat Shmona, il cui nome, che significa "la città degli otto", fu intitolata a Trumpeldor e agli altri sette caduti di Tel Hai.
Ogni anno, nell'anniversario della morte (l'11 del mese di Adar), la sua figura viene commemorata, inoltre il cimitero storico di Tel Aviv porta il suo nome
Dopo  l'attacco arabo su Tel Hai nel 1920, fu temporaneamente abbandonato. Dieci mesi dopo, i coloni tornarono. Diversi edifici sono ancora visibili nel kibbutz e  commemorano le battaglie precedenti sul sito, prima e durante il 1948 guerra arabo-israeliana.
La storia di Kfar Giladi è strettamente connessa a quella di Tel Hai, infatti i due kibbutz (Tel Hai fondato nel 1907 da solo 6 persone) finiscono per confluire
Gli inglesi e i francesi decisero che questa zona della Galilea doveva essere inclusa nella Palestina britannica, e fu cosi possibile un reisediamento a  Tel Hai  nel  1921, anche se non riuscì piu' a divenire una comunità vitale e indipendente e nel 1926 è stato assorbito nel kibbutz di Kfar Giladi.


Tra il 1916 e il 1932, la popolazione era si e no di  40-70 persone. Nel 1932, il kibbutz assorbì 100 nuovi arrivati, soprattutto giovani immigrati. Dal 1922 al 1948, tra 8.000-10.000 immigrati ebrei vennero fatti arrivare piu' o meno legalmente( a causa dei pesanti divieti inglesi) in Palestina attraverso Kibbutz Giladi, Gli immigrati provenivano da Siria, Libano, Turchia, Iraq, Afghanistan e l'Europa orientale.
In un'operazione nota come Mivtzah HaElef, 1.300 bambini ebrei sono stati portati  dalla Siria tra il 1945 e il 1948. Nel kibbutz, i bambini erano vestiti in abiti da lavoro e nascosti nei pollai  e nelle stalle del kibbutz
Il 6 agosto 2006, durante la guerra del Libano 2006, dodici soldati della riserva  IDF  sono stati uccisi dopo essere stati colpito da un razzo Katyusha lanciato da Hezbollah dal sud del Libano. 

foto qui sopra, memoriale degli Hashomer


Oggi il Kibbuzt Kfar Giladi  ha un'economia basata  sull'agricoltura, quattro cave, una fabbrica di occhiali  e un albergo. 

Il kibbutz coltiva mele e avocado, utilizzando volontari per aiutare a raccogliere frutta durante la stagione del raccolto. Altre colture sono litchi, mais, cotone, grano e patate. Il kibbutz alleva anche polli e vacche da latte..

(Tiziana Marengo)

venerdì 28 agosto 2015

Ponti e Muri _ (riflessione del rav Riccardo Di Segni)


Domenica 6 settembre sarà la Giornata europea della cultura ebraica.
 Fin qui benissimo. 
Ogni anno la manifestazione ha un titolo, che viene deciso dall’organismo europeo di coordinamento, e che quest’anno è: “Ponti & AttraversaMenti”
Credo che qui ci sia un problema, di simboli, di lingue e di culture. E prima che si sollevi un’ondata di protesta per quanto scriverò qui di seguito, venendo accusato di ottusità e di chiusura, preciso che auguro tutto il successo alla giornata alla quale parteciperò (e spero parli poco di ponti) e che ho rispetto per l’idea dell’attraversamento (ma da dove e verso dove?); ma questa, quella dei ‘ponti’, non è la nostra lingua. Non è un caso che la parola ebraica per ponte, ghèsher, non compaia mai nella Bibbia. Forse perché in Terra d’Israele non ci sono fiumi importanti se non ai confini. Ma anche perché dai tempi di Abramo l’ebreo, Avrahàm ha‘ivrì, è tale perché sta ‘ever, dall’altra parte [del fiume] o “perché tutto il mondo è da una parte e lui sta dall’altra” (Bereshit Rabbà 42). I ponti non sono mai diventati nell’ebraismo un simbolo positivo, anzi sono qualcosa di rischioso. Così come per la donna il momento di rischio è quello del parto, per gli uomini il momento rischioso è quello dell’attraversamento del ponte (TB Shabbàt 32 a; un paragone, questo tra parto e ponte, che evoca simboli molto suggestivi, ma che comunque si basa sulla percezione di pericolo). I ponti li costruivano i Persiani e i Romani e nei loro confronti, sia tra i Maestri che da parte del popolo, non c’era grande simpatia; i Romani tanto consideravano questa attività che avevano una qualifica speciale e simbolica per chi i ponti li costruiva, i pontefici. Rabbì Shimòn ben Yochài diceva: “Hanno fatto i ponti [i Romani] solo per farci pagare il pedaggio” (ibid. 32 b; v. anche ‘AZ 2 b). Molti secoli dopo rabbi Nachman di Breslav scriveva la frase che ha avuto e continua ad avere grande impatto: “Sappi che l’uomo deve passare su un ponte molto molto stretto, l’importante è non avere affatto paura” (Liqutè Moharan 2, Torà 48). La retorica del ponte è pericolosa come il ponte stesso. Sappiamo come negli ultimi anni il simbolo del ponte sia stato usato in opposizione a quello del muro nella polemica anti israeliana. Nell’immaginario collettivo i ponti (e chi li fa) sono buoni, i muri cattivi. Sembra quasi che ora dobbiamo dimostrare che anche noi siamo buoni, che facciamo i ponti. La vecchia storia di Yaaqòv che si traveste da Esàv. Ma non ci sono ponti buoni e muri cattivi, c’è ponte e ponte e muro e muro. Ritornando al patriarca Abramo, non è tanto il ponte che conta, ma il cammino, da dove si viene e dove si vuole andare, e su questo i signori della cultura europea non sono stati chiari. E non c’è solo cammino, ma anche sosta. Ora può succedere che qualche volta, per caso, un ebreo si fermi davanti a un ponte a pregare. Ma quando si ferma davanti a un muro, non è un caso.
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

martedì 28 luglio 2015

Io sono Yoav


da "progetto dreyfus"  Io sono Yoav


"Yoav Hattab è stato ucciso il 9 gennaio 2015, a Parigi, dal terrorista islamico Amedy Coulibaly nella serie di attentati iniziati con la strage al settimanale satirico francese “Charlie Hebdo”.
 Yoav è una delle quattro vittime del supermercato kosher di Vincennes, dov'era entrato per acquistare una bottiglia di vino da portare agli amici che l'avevano invitato per shabbat.
Yoav è morto cercando di sottrarre l'arma al suo sequestratore. 
Yoav aveva 21 anni, un sorriso contagioso e una storia speciale: era il secondo dei nove figli del rabbino di Tunisi, apparteneva alla piccolissima, chiusa ma ben integrata, comunità ebraica tunisina. Anche a Parigi, dove s'era trasferito dopo il diploma per proseguire gli studi e cercare un futuro migliore, Yoav sperimentava la ricchezza e la difficoltà di essere contemporaneamente "particolare e universale".
Lui era infatti uno dei tanti studenti europei fuori sede, ma anche l'ebreo insultato in metropolitana e il nordafricano con problemi di visto e residenza. Attraverso la breve vita di Yoav entriamo nelle contraddizioni cruciali del nostro mondo costituite da spinte identitarie, religiose e soprattutto economiche e culturali. Tutte in una sola persona.

«Io sono Yoav» Il film documento di Sabina Fedeli, Stefania Miretti e Amelia Visintini, andrà in onda mercoledì 29 luglio alle 23,40 su Rai 3 e ricostruisce la toccante storia di Yoav Hattab.

Nella foto  il bellissimo articolo di Stefania Miretti a cui vanno i nostri più sentiti complimenti"

mercoledì 24 giugno 2015

Gli standard morali dell'IDF


"Possibili  crimini di guerra commessi sia da Israele che dai gruppi armati palestinesi" 
E' questa la conclusione a cui è giunta la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite sulla "guerra" del 2014, o meglio sull'operazione Margine Protettivo che Israele è stata costretta a portare avanti a seguito dei continui lanci di razzi, migliaia di razzi, sulla propria popolazione civile.
Non credo si possano mettere sullo steso piano un esercito regolare di uno Stato e una banda di terroristi, per prima cosa,  e, non secondariamente, mi sembra che  lanciare razzi su uno Stato vicino e  scavare tunnel sotto le sue case  sia un gesto -come dire- provocatorio? direi anche  criminale.
Perchè è chi si difende da attacchi quotidiani a doversi giustificare? a dover essere messo sotto processo?

Francamente stanca di sentire sciocchezze enormi non solo dal popolino ma anche da Commissioni varie, della cui bontà e imparzialità dubito fortemente, ho voluto capire un po' meglio e provare a conoscere chi compone questo "terribile" esercito.

Per prima cosa chiediamoci chi  componga questa fantomatica"commissione"
La Commissione che l’ha redatto è stato nominata da un Consiglio che si definisce ‘dei diritti umani’ e che in realtà fa tutto meno che prendersi cura dei diritti umani. 

Dalle parole del Primo Ministro: 
" Si tratta di un organismo che condanna Israele più di Iran, Siria e Corea del Nord messi insieme”. Lo ha detto ieri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha aggiunto: “Il primo presidente nominato a capo della Commissione era un uomo che incitava contro Israele e che aveva anche preso soldi dai palestinesi. La Commissione aveva il mandato di indagare gli eventi a partire dal giorno dopo – ripeto: dopo – il sequestro dei tre adolescenti israeliani assassinati da Hamas a sangue freddo. E’ su queste basi che bisogna considerare le sue conclusioni. Israele si sta difendendo e lo fa in base al diritto internazionale. Non siamo gli unici a dirlo. La scorsa settimana è stato pubblicato un dettagliato rapporto professionale che ha valutato le nostre azioni come conformi al diritto internazionale, contro terroristi che sparano ai civili e si nascondono dietro ai civili. E’ la conclusione a cui è giunto anche un rapporto pubblicato da alti generali americani ed europei secondo i quali Israele si è difeso in conformità alle norme del diritto internazionale. Anzi, dicono: al di là di quelle norme. Uno degli alti generali ha detto che non c’è nessun altro paese che si sia comportato come Israele andando oltre la lettera della legge nel rispettare il diritto internazionale. Israele – ha concluso Netanyahu – non commette crimini di guerra. Israele si sta difendendo da una sanguinaria organizzazione terroristica che invoca la sua distruzione e che ha perpetrato innumerevoli crimini di guerra. Qualsiasi paese che voglia sopravvivere agirebbe allo questo modo. Ma la Commissione si aspetta che un paese, i cui cittadini sono stati attaccati da migliaia di missili, se ne stia fermo e passivo. Noi non siamo rimasti e non rimarremo fermi e passivi. Continueremo a intraprendere azioni forti e decise contro tutti coloro che cercano di attaccare noi e i nostri cittadini, e continueremo a farlo sulla base del diritto internazionale”.

E nell'ottica di conoscere davvero l'IDF lascerei la parola ai ragazzi, quelli che  compongono le fila dell'esercito, quelli che sono in prima linea nel difendere il loro Stato e la popolazione civile  (quanto segue sono interviste riprese da israele.net)


L’etica delle Forze di Difesa israeliane nella testimonianza dei soldati sul campo

Dor Matot: “Ho prestato servizio nelle unità di soccorso a Shejaiya. Ci vennero spiegate le regole di ingaggio per i sei giorni che siamo rimasti lì. La sera prima dell’incursione di terra un ufficiale dei servizi di sicurezza venne a dirci che c’era troppa popolazione civile nel luogo dove eravamo diretti.Per questo non entrammo a Shejaiya in quel momento, anche se quella era la manovra tattica giusta per cui ci eravamo preparati. Dopo un riesame della situazione, siamo entrati il giorno successivo lungo una direttrice ormai preannunciata, dove i miliziani di Hamas aspettavano il nostro arrivo. Hamas aveva avuto il tempo di capire le nostre mosse, aveva capito come ognuna delle nostre operazioni tenesse in considerazioni gli aspetti umanitari e morali, e per questo erano pronti a riceverci. Avevano creato posti di osservazione nelle zone circostanti e avevano previsto il nostro arrivo a causa della decisione di non entrare finché c’era troppa popolazione civile. La prima sera in cui entrammo, fummo attaccati. Cinque dei nostri sono stati uccisi, altri 20 feriti. A dispetto di quanto viene detto contro le Forze di Difesa israeliane e il loro rispetto del diritto internazionale, in questo caso è stato evidentissimo che il nostro standard etico è costato la vita dei nostri soldati. A mio parere è importante che esistano organizzazioni come Breaking the Silence. Il problema è che Breaking the Silence fa un’opera distruttiva. Se inoltrassero le loro denunce attraverso le istituzioni adeguate, avrebbero luogo le inchieste e le illegalità verrebbero indagate, come è giusto. Quando invece bypassano il sistema giudico israeliano e diffondono le loro informazioni attraverso i mass-media in Israele e all’estero, ciò che fanno è presentare alla gente una realtà totalmente sbilanciata che serve solo ad aizzare l’odio che esiste già. Sostengono di rappresentare la verità: in realtà mostrano solo un piccolo campione di casi che non sono rappresentativi di tutta la vicenda. Hanno presentato 68 testimonianze, ma i soldati che hanno prestato servizio in combattimento la scorsa estate sono 40.000, e dunque si fa loro una grande ingiustizia. E le Nazioni Unite si basano sulle testimonianze di Breaking the Silence e altre organizzazioni simili. Il rapporto Onu che è stato appena pubblicato, così come i rapporti di Breaking the Silence, ignora completamente i miei amici che sono stati uccisi in nome dei valori etici delle nostre forze armate. Affermare che l’esercito israeliano ha agito immoralmente è falso, e la nostra situazione a Shejaiya ne è l’esempio migliore. I miliziani di Hamas ci aspettavano, siamo finiti in una trappola che era stata accuratamente preparata approfittando della nostra preoccupazione di non nuocere alla popolazione civile palestinese. Abbiamo visto le loro strutture, le gallerie, le case trasformate in trappole esplosive. Un quartiere civile? Quello era un fortino militare di Hamas sotto mentite spoglie”. 
(Da: Jerusalem Post, 23.6.15)

Dror Dagan, ufficiale medico nell’unità d’élite Duvdevan, racconta la sua esperienza dopo un attentato suicida del 2004 che aveva ucciso 11 persone a Gerusalemme. “Hamas da Betlemme aveva rivendicato l’attentato. Dopo un po’ i servizi di intelligence riuscirono a individuare il comandante militare di Hamas nella città. Venne mandata l’unità Duvdevan, e dopo una giornata passata a studiare l’ordine di battaglia decidemmo di catturare il terrorista. Si trattava di una missione molto complicata e pericolosa per ragioni di sicurezza sul terreno che non posso approfondire. Quando abbiamo fatto irruzione nella casa del comandante di Hamas e abbiamo iniziato a perlustrare le stanze, una donna – che avevamo identificato come la moglie del comandante – cadde svenuta. In quanto medico non ho esitato e mi sono precipitato a soccorrerla. Nel giro di un paio di minuti ci siamo resi conto lo svenimento era finto e che faceva parte di una trappola. Era un trucco, un modo per dare tempo al terrorista ricercato che all’improvviso è saltato fuori da dietro un’intercapedine del muro sparando all’impazzata in tutte le direzioni. Molti soldati caddero immediatamente feriti, me compreso. Un proiettile ha attraversato parte della mia testa, un altro mi si è conficcato nel midollo spinale. Dopo un lungo periodo di riabilitazione, sono ancora paralizzato dal torace in giù e sono considerato disabile al 100%. Sono stato colpito perché ero addestrato secondo i valori delle Forze di Difesa israeliane a soccorrere nello stesso modo ogni persona ferita, anche la moglie di un capo terrorista che sviene nel bel mezzo di una difficile operazione di arresto. E questo dice tutto. I nostri soldati vengono feriti e uccisi perché si comportano più umanamente e moralmente di qualsiasi altro esercito in guerra”.

“Mi chiamo Gal Shmul, sono un medico nelle unità di combattimento del 13esimo battaglione Golani. Circa quattro mesi prima dell’operazione Margine Protettivo, eravamo in servizio nei pressi del Monte Hermon e mi sono trovato a curare un ribelle siriano ferito che aveva perso un braccio. Sono riuscito a salvargli la vita. Dopo la cura, il ribelle ci ha detto che un giorno sarebbe andato a Gerusalemme. Durante l’operazione Margine Protettivo siamo stati mandati a Gaza. Dovevamo entrare un venerdì, ma ci hanno fatto aspettare perché ci hanno detto che c’erano ancora dei civili nella zona. Quando abbiamo ricevuto luce verde, ormai Hamas ci aspettava a Shujaiyya, usando i civili come scudi umani e nascondendosi negli ospedali e negli asili. I terroristi ci aspettavano nei tunnel, e questo perché avevamo mandato ai civili il preavviso di sgomberare: abbiamo perso totalmente il fattore sorpresa. Come risultato, otto dei miei compagni sono stati uccisi”.
Ofir Evron, del pronto soccorso militare, in servizio dal 2012 al 2015. “Nel nostro servizio siamo addestrati ad essere operativi entro sette minuti, una volta chiamati, anche se stiamo dormendo o siamo sotto la doccia: dopo tutto, il nostro lavoro è salvare vite umane. Come medici delle Forze di Difesa israeliane siamo impegnati a fornire assistenza a tutti, anche a costo di rischiare la nostra vita. Spesso venivamo chiamati per soccorre feriti palestinesi, che noi raggiungevamo in ambulanza e Dio solo sa quello che avrebbero potuto nascondere sotto i vestiti. Durante il mio servizio ho curato un centinaio di persone, ma gli israeliani li posso contare sulle dita di una mano. Il resto erano palestinesi. Sono fiera di aver servito nelle Forze di Difesa israeliane e sono orgogliosa di come opera il mio esercito”.
(Da: Israel HaYom, 23.6.15)
(tratto da israele.net