domenica 27 aprile 2014

Yom Hashoah Ve-Hagvura



Il nome completo del giorno che commemora le vittime ebree delle persecuzione nazifasciste é “Yom Hashoah Ve-Hagvura”, letteralmente “Giorno (del ricordo) della Shoà e dell’eroismo”.
Il termine ebraico Shoà si traduce con “disastro, tragedia, distruzione”.
È invece respinto il termine “Olocausto” che ha un’accezione religioso-sacrificale ritenuta  (e a mio avviso giustamente) non adatta.

La Knesset - il Parlamento israeliano- durante la seduta del 12 aprile 1951 scelse la data del 27 di Nissan come giorno dedicato alla celebrazione ed al ricordo di questo evento.
Esso cade una settimana dopo la fine della festa di Pesach e una settimana prima di Yom Hazikaron – in memoria dei soldati di Israele caduti in guerra .
Quest’ ultima ricorrenza è immediatamente seguita da Yom Haazmauth – festa dell’Indipendenza dello Stato d’Israele –
Il 27 di Nissan è il giorno (18 aprile 1943) in cui iniziò l’eroica rivolta degli ebrei confinati nel Ghetto di Varsavia.
 
Yom HaShoah in Israele
La giornata inizia in modo straziante. Di mattina una sirena percorre tutto il paese e per due minuti tutto si ferma. Autobus,macchine, chi cammina si ferma di colpo. 
Immobili, quasi sull'attenti, ognuno ricorda il passato con la sua immensa tragedia. 
Tutto il giorno è dedicato alla memoria di chi è scomparso nella Shoah. 
Nomi dei defunti vengono pronunciati uno dopo l'altro dai discendenti dei sopravvissuti nelle scuole, nei musei, nei luoghi pubblici. Israele ricorda e piange. (…) 
Ricordare perchè non accada mai più.
(Fonte: Informazione corretta).

Memoriale della Shoah a Parigi 
In occasione di Yom HaShoah, per il quarto anno consecutivo, viene effettuata la lettura dei nomi dei deportati ebrei di Francia davanti al Muro dei Nomi (76000 nomi).Nel corso di una lettura pubblica senza interruzione durante 24 ore saranno pronunciati, uno a uno, i nomi di ogni uomo, donna, bambino deportato.
Circa 200 persone, ex deportati, parenti, volontari, bambini, e altri leggeranno uno dopo l’altro, a partire dalle liste pubblicate nel Livre Memorial de la Déportation di Serge Klarsfeld, i nomi di “quelli di cui rimane soltanto il nome” (Simone Veil).

Qualcuno potrà, dando una scorsa superficiale, sostenere che vi siano due giornate a ricordo della Shoa, essendo noi italiani abituati a ricordarla il 27 gennaio.
Ma è così? No, non è ffatto così.
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale (e non israeliana, nè ebraica) celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime dell'Olocausto
La Giornata è stata istituita con risoluzione 60/7 nel 2005  dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite . Venne scelto il 27 gennaio poichè n quel giorno, nel 1945, le truppe sovietiche liberrno il campo di  Auschwitz.
La Legge che stabilisce il “Giorno della Memoria” per l'Italia è di alcuni anni precedente ed è la Legge 20 luglio 2000, n. 211, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000 nella quale si legge:
“Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"
Potremmo dire che il 27gennaio rappresenta la presa di coscienza del mondo,   mentre lo Yom HaShoa è un ricordo piu' intimistico, uno sguardo, un ricordo, un non dimenticare dall'interno.
Il 27 gennaio è la memoria dal di fuori.
Il 27 gennaio non è il  Giorno memoriale ebraico; esso è il giorno nel quale le Istituzioni governative, accademiche, scolastiche, ecc. commemorano e riflettono.

Il Giorno della Memoria del popolo ebraico (in Israele come nella Diaspora) cade il 27 Nissàn (marzo–aprile)  
Importante anche la scelta del giorno. Il mondo, le istituzioni, optano per  la liberazione di uno dei (tanti) campi di sterminio. Israele no. Israele sceglie la rivolta del ghetto di Varsavia, sceglie l'azione a dimostrazione che non si trattò di "olocausto" sacrificale a non si sa chi, ma fu una "tragedia", un terribile momento per il popolo ebraico che pur tuttavia osò, seppur in condizioni disperate, ribellarsi, dire di "no", combattere per la propria sopravvivenza.
 La Tribuna della Libertà, un foglio clandestino polacco, il 15 maggio 1943, quando le lotte nel ghetto non erano ancora spente del tutto, scriveva: “Le lotte del ghetto hanno un enorme significato politico, esse sono il più grande atto di resistenza organizzata nei paesi oppressi. Gli ebrei, ancora poco tempo fa così rassegnati, hanno opposto una resistenza che merita loro l’ammirazione e il plauso del paese e del mondo”.
La rivolta principale cominciò il 19 aprile 1943 fino al 16 maggio di quell'anno e fu infine sedata dall'allora Brigadeführer (diventato in seguito SS-Gruppenführer) Jürgen Stroop. La rivolta principale fu anticipata il 18 gennaio 1943 da un'azione civile armata contro i tedeschi.
 Il 18 gennaio 1943 si verificò il primo caso dell'insurrezione armata, quando i tedeschi iniziarono una seconda ondata di deportazione degli ebrei a seguito di un ordine impartito da Heinrich Himmler, comandante delle SS, che ordinava la deportazione di circa 24.000 ebrei. Gli ebrei insorti realizzarono un successo considerevole, impedendo la realizzazione dell'ordine: solo 650 ebrei vennero deportati. Dopo quattro giorni di combattimenti le unità tedesche uscirono dal ghetto e le organizzazioni insorte ŻOB e ŻZW presero il controllo del ghetto, costruendo dozzine di posti di combattimento e operando contro i collaborazionisti ebraici.

Himmler, contrariato per l'inaspettata resistenza scrisse, il 1º febbraio 1943, al comandante delle SS e della polizia per il Governatorato Generale, Krüger ordinandogli: «Per ragioni di sicurezza Le ordino di distruggere il ghetto di Varsavia dopo aver trasferito da là il campo di concentramento».
L'ordine prevedeva inoltre la salvaguardia di tutte le installazioni produttive all'interno del ghetto che avrebbero dovuto essere trasferite, insieme agli operai considerati "utili" allo sforzo bellico, presso altri ghetti dove avrebbero ripreso la produzione, principalmente lavori di sartoria per l'esercito.

A tal fine, tra febbraio e marzo, le autorità tedesche, in collaborazione con alcuni imprenditori della zona, cercarono di convincere i lavoratori ad uscire spontaneamente dal ghetto. Queste pressioni non ebbero però successo, anzi, fecero confluire molti operai nelle file dei movimenti di resistenza armata.

Nel frattempo, all'interno del ghetto, gli abitanti si prepararono a quella che avevano ormai capito sarebbe stata l'ultima battaglia. Migliaia di bunker vennero scavati sotto le case, molti collegati tra loro attraverso le condotte di scarico e collegati al sistema idrico ed elettrico. In alcuni casi i bunker erano inoltre collegati a tunnel che portavano all'esterno del ghetto, in zone sicure della città di Varsavia.

Il supporto della resistenza esterna al ghetto fu limitato, ma vennero inoltre tentati due attentati dinamitardi contro le mura del ghetto, che però non sortirono nessun effetto.

La battaglia finale si scatenò nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica, il 19 aprile 1943. I tedeschi inviarono all'interno del ghetto una forza di 2.054 soldati, tra i quali 821 appartenenti all'élite delle Waffen-SS e 363 poliziotti polacchi. I difensori li accolsero con un fuoco di armi leggere e lancio di granate lanciate dalle finestre dei piani più alti dei palazzi. I tedeschi reagirono cannoneggiando tutte le case ed incendiandole. Gli incendi produssero presto una grave carenza d'ossigeno all'interno dei bunker sotterranei che si trasformarono in una mortale trappola soffocante.

La resistenza significativa cessò il 23 aprile e la rivolta venne ufficialmente considerata risolta il 13 maggio, quando il comandante tedesco, Jürgen Stroop, per celebrare il successo, ordinò di radere al suolo la Grande Sinagoga di Varsavia. Nonostante questo, per tutta l'estate del 1943 dal ghetto continuarono a provenire sporadici colpi ad opera degli ultimi difensori.

Durante i combattimenti persero la vita circa 7.000 ebrei ed ulteriori 6.000 morirono bruciati nelle case in fiamme o soffocati all'interno dei bunker sotterranei. I rimanenti 50.000 abitanti vennero deportati presso diversi campi di sterminio, per la maggior parte presso il campo di Treblinka. I tedeschi persero circa 300 uomini tra soldati e collaboratori polacchi.

Terminata la rivolta, il ghetto venne demolito con la distruzione della maggior parte delle case superstiti e divenne il punto per le esecuzioni di prigionieri ed ostaggi polacchi. Successivamente sulle rovine del ghetto venne costruito il campo di concentramento KL Warschau. Durante la successiva insurrezione di Varsavia del 1944, un battaglione dell'Armia Krajowa riusci a salvare circa 380 ebrei dalle prigioni di Gęsiówka e Pawiak, molti dei quali entrarono immediatamente a far parte dell'unità.
Per approfondire:  Il ghetto di Varsavia lotta.
di Marek Edelman, ed. Giuntina






venerdì 25 aprile 2014

La Memoria del Bene: i Giusti



Giusti fra le Nazioni
di Haim Hefer
Sento la definizione “Giusti fra le Nazioni”
e provo a pensare alle persone
che diedero un nascondiglio in cui rifugiarsi.
Se fossi stato io al loro posto,
che cosa avrei fatto?
In mezzo a un oceano di odio,
avrei forse dato rifugio ai figli di un altro popolo?
Saremmo stati disposti, io e i miei famigliari,
a vivere in una paura continua?
A sognare tutte le notti il passo pesante dei carnefici?
Sarei stato pronto a continuare fra tiri di fuoco e lame di coltelli,
tra i sussurri dei pettegolezzi,
i mormorii delle voci e le speranze dei delatori?

E tutto ciò non per una sola notte, non per un mese, ma per anni.
E tutto ciò senza chiedere alcun compenso, ma solo una stretta di mano.
E tutto ciò perché l’uomo deve essere uomo per l’uomo.
Nella terribile guerra costoro furono ogni giorno in battaglia.
Essi sono i Giusti per il cui merito il mondo non è andato in rovina.
Nella storia del popolo assassinato, soffocato e ucciso,
essi sono state le colonne portanti:
la clemenza e la compassione su cui il mondo si regge.
Di fronte al loro eroismo,
che costituisce per noi ancora un enigma,
noi ebrei chiniamo il capo con gratitudine.
Fonte: Anna Rolli tramite Giuseppe Segre



CHI SONO I GIUSTI
Il 10 maggio 2012 infatti il Parlamento Europeo ha approvato con 388 firme la proposta di Gariwo di istituire il 6 marzo una Giornata europea dedicata ai Giusti per tutti i genocidi.
Ma, che cos’e un “Giusto”? Alcune riflessioni tratte da un recente articolo di Marina Gersony, Stefano Levi Della Torre sul bollettino di “Mosaico”
Il termine Giusto è tratto dal passo della Torà che afferma “chi salva una vita salva il mondo intero” ed è stato applicato per la prima volta in Israele in riferimento a coloro che hanno salvato gli ebrei durante la persecuzione nazista in Europa. Il concetto di Giusto è stato ripreso per ricordare i tentativi di fermare lo sterminio del popolo armeno in Turchia nel 1915 e, per estensione, a tutti coloro che nel mondo hanno cercato o cercano di impedire il crimine di genocidio, di difendere i diritti dell’uomo nelle situazioni estreme, o che si battono per salvaguardare la memoria contro i ricorrenti tentativi di negare la realtà delle persecuzioni.
Per me e per tutti gli altri prigionieri era l’unico tedesco buono, l’unico tedesco di cui non avevamo paura, l’unico a cui un ebreo poteva chiedere un favore». Con queste parole Moshe Bejski si riferiva a Oskar Schindler, l’uomo che ingannò le SS salvando la vita di centinaia di ebrei e in seguito reso famoso dal film di Steven Spielberg.
Giudice della Corte Costituzionale di Israele e Presidente della Commissione dei Giusti dello Yad Vashem, Bejski è scomparso nel 2007 lasciando una preziosa eredità etica alle nuove generazioni. Nello stesso modo in cui Simon Wiesenthal dava la caccia ai criminali nazisti, Bejski si mise sulla traccia di coloro che avevano aiutato gli ebrei a salvarsi, spesso scontrandosi con l’ingratitudine dei sopravvissuti. Non gli interessava tanto la purezza e la perfezione di chi aveva salvato delle vite. Non cercava né eroi né superuomini. L’elemento essenziale era l’azione giusta, anche se isolata, perché in quella si era espresso il Bene. Una visione che lo portò spesso a scontrarsi con le istituzioni più propense a celebrare i santi e gli eroi piuttosto che rendere merito ai quanti, imperfetti e contradditorii, avevano messo in gioco se stessi per gli altri.
Raccogliere l’eredità che fu di Bejski significa ripercorrere la sua strada: per valorizzare i Giusti di oggi, in ogni parte del pianeta. Ovvero quei disobbedienti, anticonformisti, sovversivi e piantagrane, coraggiosi ribelli che alzano una voce fuori dal coro e si spendono per salvare chi è in pericolo, ovunque accadano genocidi o crimini contro l’umanità. Grazie all’impegno di Gariwo, il Comitato per la Foresta dei Giusti (www.gariwo.net), il concetto ebraico di Giusto tra le nazioni si è dunque universalizzato, diventando patrimonio di tutti.
Ma qual è la definizione di Giusto? E come dargli corpo oggi in un’Europa individualista, confusa, spesso amorale e distratta? Ne hanno parlato pensatori e filosofi nell’ambito del convegno internazionale “Le virtù dei Giusti e l’identità dell’Europa”, che si è svolto di recente a Milano, a Palazzo Marino. Organizzato dall’Associazione per il Giardino dei Giusti del capoluogo lombardo, è stato il primo appuntamento in vista delle celebrazioni per la Giornata Europea dei Giusti (6 marzo), istituita lo scorso maggio dal Parlamento Europeo e fortemente voluta da Gabriele Nissim, scrittore, storico, ideatore e presidente di Gariwo che, grazie al proprio, testardo, impegno, è riuscito a far passare la mozione a Bruxelles. 
«Le figure dei Giusti sono un simbolo unificante in cui tutti possono riconoscersi. Figure di coraggio civile che, oggi come ieri, mettono a rischio la propria vita in difesa dei diritti umani, testimoni di verità, di compassione…», dichiara. 
«Abbiamo bisogno di una piattaforma etica su cui costruire l’identità nobile dell’Europa. Valori alti, su cui edificare l’Europa, per uscire dal localismo miope, dall’intolleranza. Ecco perché la Memoria del Bene e dei Giusti è così importante.».
Un percorso tutt’altro che facile, perché spesso le memorie dividono, e sono in concorrenza tra loro. Come osserva ancora Gabriele Nissim, a cui va dato il merito di svolgere un importantissimo lavoro sulla Memoria del Bene, «ciascuno ha i suoi Giusti da proporre e quegli degli altri da escludere». A Bruxelles, c’era chi non voleva che si parlasse degli armeni, altri del totalitarismo sovietico, altri ancora della Bosnia e altri ancora pensavano che si dovesse parlare solo dei Giusti della Shoah. «Eppure -spiega Nissim-, si diventa veramente europei quando si è cittadini del mondo, quando si costruisce una memoria condivisa. L’Europa non si costruisce con una memoria che guarda solo al particolare, ma con la pluralità delle memorie».
Va detto che per lo piu’ il Giusto non è mai un eroe, o un guru, non è perfetto, non è una figura titanica e lontana che si innalza sugli altri: sta invece dentro le cose, va verso l’altro, verso l’aderenza.
«Nessun Giusto obbedisce alla Legge naturale. Anzi: spesso lui è oltre e al di fuori della Giustizia -riflette il filosofo Massimo Cacciari-. Non c’è nulla di naturale in un Giusto. In lui tutto è sovrannaturale. La sua non è la temperanza medievale che insegnava un concetto di equilibrio. E non è neppure l’idea di una Giustizia distributiva e tanto meno punitiva. Il Giusto non chiede mai la punizione, ma ha a che fare con l’idea del dono e del perdono. Se il Male è escludere l’altro, far sì che l’altro non sia, non esista, il Bene è invece effusivo, non isola, non esclude: è il donarsi per il donarsi, senza calcolo. Per effusività intendo il guardare l’altro: il vero peccato originale dell’Uomo è, da sempre, il non guardare, il voltare la testa dall’altra parte e rifiutarsi di vedere. Questa è la famosa banalità del Male. Il Giusto lotta contro il Male ma non facendo MAI il Male».
Indifferenza, non vedere, far finta di niente, ma anche apatia e ignoranza di chi non vuole sapere o non può sopportare l’orrore . O di chi si rifugia nell’omissione, una tra le colpe più gravi dell’umanità. Perché è proprio cumulando le omissioni che vengono fuori le azioni perverse. Perché è a forza di tollerare e lasciar correre che diventano possibili i grandi Mali. Non a caso i totalitarismi sono nati poco a poco, nell’indifferenza generale, fino a quando non era troppo tardi per reagire alle esplosioni di violenza.
In questa cornice, il Giusto assume una posizione determinante; quella di colui che può cambiare il corso delle cose attraverso il suo comportamento: «Il Giusto è colui che insegue un pensiero “riflettente”-spiega Nissim-, ovvero che agisce in base a un pensiero che si fa riflesso degli altri. E che obbedisce a qualcosa di inaspettato, sorprendente anche per se stesso, un impulso morale che non sospettava di avere.
Hannah Arendt diceva che ciò che conta è insegnare alle persone a pensare con la propria testa, a esercitare il proprio spazio di responsabilità e a difendere il proprio orizzonte morale. Questo è il retroterra su cui può crescere un Giusto. E la responsabilità è sempre una sfida; a volte non ci sono esempi da seguire, siamo soli con la nostra legge morale, quella voce interiore, che è lì a guidarci, sola contro tutti».
La responsabilità individuale, dunque, è una delle parole chiave, penso all’idea di “responsabilità incarnata” a cui si riferiva il filosofo Emmanuel Levinas: se non rispondo di me chi risponderà per me?, si chiedeva dal campo di prigionia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Per Levinas un Giusto è colui che si fa carico del “volto dell’Altro”, della sua “bisognosità” e fragilità. Il Giusto è colui che prende su di sé “lo spessore carnale” del mondo e che accetta di portare l’Altro sulle proprie braccia e metterlo intorno al collo».
Ed è a questo punto che entrano in gioco valori come rispetto e dignità, valori fondanti dell’universalità umana. Dice in proposito Salvatore Natoli, accademico e filosofo: «la parola chiave è: dignità. Che vuol dire libertà, universalità. Nella Bibbia c’è scritto: “ama il prossimo”. Nella tradizione talmudica, l’espressione è bella e viene chiosata in questo modo: “cerca per il tuo prossimo quello che cerchi per te stesso”.
E Spinoza svilupperà chiaramente questa dimensione, tralasciando l’uso del termine solidarietà, troppo compassionevole e buonista, ma usando l’utilità. Nulla è più utile all’uomo dell’uomo stesso. Cioè concorrere per la realizzazione del bene comune». E conclude: «Il nuovo Welfare non è una distribuzione assistenziale di risorse, ma è piuttosto creare condizioni opportune perché ognuno possa valorizzare se stesso. Poiché se non si rispetta la singola persona, il rischio è che la solidarietà diventi una generosità pelosa o una forma di parassitismo legalizzato».

Padre Girotti, Giusto fra le Nazioni


Un giorno, presso la scuola elementare situata ad Alba in Via Accademia, un’umile donna al termine delle lezioni stava pazientemente attendendo che i suoi tre figlioli comparissero sulla soglia dell’edificio scolastico. Arrivò per primo Giuseppe, il maggiore, che le chiese immediatamente di tenergli la cartella. Quando l’ignara madre si accinse a soddisfare la sua richiesta, il ragazzo si diresse nuovamente verso la soglia dell’edificio da cui, proprio in quel momento, stavano uscendo altri alunni colpevoli di aver molestato e picchiato, probabilmente durante la ricreazione scolastica, i due fratelli più piccoli di Giuseppe il quale, senza dar tempo alla madre di intervenire, pareggiò il conto con i piccoli bulli con un’improvvisa serqua di cazzotti.
“Brutto monellaccio! – gli urlò la povera donna – Guarda che figura mi fai fare: sembra che sia venuta apposta per tenerti il sacco mentre tu combini le tue bricconate!”.
Quel ragazzino, così spavaldo e determinato, si chiamava Giuseppe Girotti e circa trent’anni dopo il fatto qui riportato, dopo essere entrato nell’Ordine dei Frati Predicatori, sarebbe morto nel lager di Dachau, per aver dato aiuto e ricetto agli ebrei, crudelmente perseguitati dal regime nazista del Terzo Reich e dalla Repubblica di Salò.

Giuseppe Girotti è nato ad Alba il 19 luglio 1905 ed è morto a Dachau il 1° aprile 1945, nella domenica di Pasqua.
Trentanove anni di vita dunque trascorsi tra le due guerre mondiali che hanno tristemente caratterizzato il secolo XX .
Figlio di Celso Girotti e di Martina Proetto, venne alla luce il 19 luglio 1905 nella cittadina di Alba, in provincia di Cuneo, ed undici giorni dopo fu battezzato nella parrocchia di San Lorenzo59-alba3



  Fin dalla sua più tenera età ricevette un'educazione prettamente prettamente cristiana  Il 1915, anno in cui Giuseppe ha terminato la quarta elementare, l’Italia ha preso parte alla Prima Guerra Mondiale ed il padre Celso è dovuto partire per il fronte, nonostante i suoi 40 anni.
Il 9 maggio 1912 gli viene amministrata la Cresima dal Vescovo diocesano mons. Giuseppe Re e nello stesso giorno ricevette anche la prima Comunione, secondo le
usanze allora in vigore. Grazie all’educazione religiosa che gli era stata impartita dai genitori divenne ben presto un assiduo chierichetto del duomo di Alba e quando, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dovette partire per il fronte anche il sagrestano di tale chiesa, Giuseppe fu per così dire assunto dal parroco in qualità di sacrista, dietro il compenso di piccole somme di denaro.
Con ogni probabilità il canonico Andrea Fassino, prevosto del duomo di Alba, intendeva aiutare in tal modo la povera Martina Proetto la quale, dal momento in cui suo marito era stato richiamato sotto le armi, si trovava nella necessità di sfamare tre figli in tenera età con il suo umile lavoro di sarta e di ricamatrice. In ogni caso è proprio questo il periodo in cui si fece strada nella mente del Girotti l’idea di abbracciare la vita religiosa: pare infatti che lo stesso parroco gli avesse promesso il suo interessamento perché venisse accettato nel seminario di Alba, anche se in quella scuola il nostro Giuseppe non riuscì mai ad entrare, probabilmente a causa della retta.
Nell’estate del 1918, conobbe un frate domenicano che gli propose di iscriversi nel Piccolo Seminario dei Frati Predicatori, che aveva sede nel loro convento di Chieri, proposta che il Girotti accettò con entusiasmo. Prima di mettere in atto questo progetto che, come vedremo, contrassegnerà in modo radicale tutta la sua vita futura, Giuseppe dovette tuttavia attendere che il padre Celso fosse ritornato dal fronte e quindi egli entrò nel Piccolo Seminario, detto anche Collegino, il 5 gennaio 1919, all’età di tredici anni.


Tra l’autunno del 1918 ed i primi mesi del 1919, quasi a prolungare la tragedia della guerra, l’Italia come tutto l’occidente europeo, è stata vessata dalla tremenda epidemia spagnola, che ha causato un elevato numero di decessi sia tra la popolazione infantile che tra quella adulta. Nulla di strano quindi che per un ragazzo ormai prossimo all’adolescenza il convento potesse rappresentare un tentativo di rifugio contro le tristi vicissitudini del mondo esterno, nonché un mezzo pratico per vivere sempre in modo sereno e dignitoso e per poter continuare gli studi dopo le classi elementari, privilegio all’epoca generalmente negato alla gente di umile condizione. Se consideriamo inoltre che anche i due fratelli minori, Giovanni e Michele, tra il 1918 ed il 1924 entrarono a far parte della popolazione scolastica del suddetto Collegino, l’ipotesi dell’ambito luogo sicuro dove poter studiare in relativa tranquillità economica, anche senza nutrire una vera e propria vocazione religiosa, prende sempre più corpo. Mentre i suoi fratelli infatti fecero presto ritorno in famiglia, Giuseppe frequentò nel collegio domenicano di Chieri, tra il 1919 ed il 1922, le classi ginnasiali riportando al termine di tutti gli anni scolastici un’eccellente votazione (le medie finali recepite dai registri scolastici di quel tempo oscillano tra l’8 ed il 9, in un sistema di valutazione che ha il numero 10 come punta massima).
l’alunno vivace e mediocre di qualche anno prima si era trasformato in uno studente brillante e diligente che si ritrova perfettamente nella scelta religiosa che aveva compiuto all’età di tredici anni e nell’ambiente domenicano e si stava in lui sviluppando quell’attitudine alla ricerca meticolosa ed alla riflessione che lo porteranno in seguito a divenire uno stimato studioso della Bibbia.
Il 22 settembre 1922 il Girotti, nella chiesa di San Domenico di Chieri, veste ufficialmente il bianco abito dei Frati Predicatori e quattro giorni dopo partirà alla volta del convento di Santa Maria della Quercia di Viterbo, dove all’epoca venivano riuniti tutti i novizi domenicani dell’Italia.
Cominciava quel cammino religioso che si sarebbe concluso quasi 23 anni dopo nel campo di Dachau, con la palma del martirio.

Dopo aver completato i suoi studi a Viterbo ed in seguito a Fiesole, il Girotti è nuovamente a Chieri, dove dà prova di essere particolarmente versato nello studio del latino e della Sacra Scrittura ed il 3 agosto 1930, nella stessa Chiesa, in cui quasi otto anni prima è avvenuta la sua vestizione religiosa, il nostro Domenicano è ordinato sacerdote. La sua prima Messa solenne volle celebrarla ad Alba: infatti rimase sempre affezionato alla sua città natale e agli antichi conoscenti.
Tra il 1932 ed il 1934 frequenta a Gerusalemme la prestigiosa École Biblique, fondata dal Padre M.J. Lagrange.
Padre Girotti possedeva inoltre un temperamento e uno spirito piuttosto indipendente che lo portò piu' volte a scontrarsi con le idee rigorose di determinati frati e anche con le massime autorità del suo stesso Ordine.

Nel frattempo scoppiava la seconda guerra mondiale e Padre Girotti quindi, con l’aiuto di altri sacerdoti, praticava una carità squisitamente evangelica, consistente nel procurare alla povera gente angariata dalla fame e dal freddo generi di primaria necessità, quali cibo, vestiti, talvolta piccole somme di denaro. Ma il Girotti, in particolare dopo la fatidica data dell’armistizio, si era spinto ben oltre e la sua maggiore opera caritativa si svolgeva massimamente nella clandestinità dal momento che costituiva un rischio mortale per chiunque la stesse compiendo: egli infatti portava soccorso e offriva asilo agli ebrei, ai figli d’Israele crudelmente perseguitati dalle forze nazifasciste.

Non è facile al giorno d’oggi ricostruire l’azione clandestina del nostro Domenicano nonostante la capillare indagine compiuta al riguardo dagli stessi Frati Predicatori, proprio a causa del prudente e necessario riserbo con cui il Girotti ha sempre agito in proposito: sappiamo tuttavia che si è occupato di una signorina ebrea di Alba, nipote del rabbino Deangeli di Roma, accompagnandola ad Arona e facendola espatriare in Svizzera sulle acque del lago Maggiore. Dalla ricostruzione storica possiamo renderci conto anche di quale rischio mortale tale evento abbia effettivamente comportato, in quanto il fatto è senza dubbio avvenuto nel settembre 1943 e con ogni probabilità i due sono giunti ad Arona il giorno 15 di quel mese, ovvero nello stesso giorno in cui una divisione SS, la Leibstandarte Adolf Hitler, aveva iniziato ad occupare le ridenti cittadine di Meina e di Arona per dare inizio alla prima strage degli Ebrei compiuta sul suolo italiano. Le truppe della Leibstandarte, che il 13 settembre 1943 avevano già occupato Baveno, tra il 15 ed il 23 settembre trucidarono con efferata crudeltà 54 persone ebree. I cadaveri di sedici di esse furono gettati nel lago ed alcuni di questi corpi nei giorni seguenti furono visti galleggiare vicinissimi alla riva. I militari tedeschi tuttavia impedirono qualsiasi tentativo di recupero: le salme pertanto furono nuovamente trasportate al largo e vennero squarciate a colpi di baionetta per facilitarne l’affondamento definitivo.
Le acque di quello stesso lago, per la ragazza ebrea protetta dal Padre Girotti, rappresentarono invece una provvidenziale via di fuga: ella infatti riuscì ad imbarcarsi ad Arona ed a giungere sana e salva in Svizzera. Questa vera e propria operazione di soccorso e di salvataggio compiuta dal nostro Frate parrebbe a prima vista un fatto quasi miracoloso, specialmente se si tiene conto che i due avrebbero momentaneamente preso alloggio presso l’hotel Sempione di Arona proprio nello stesso giorno in cui una pattuglia di militari tedeschi vi aveva fatto irruzione ed aveva arrestato quattro persone ebree che, in seguito, vennero tutte ferocemente trucidate. Occorre tuttavia tener presente che le squadre naziste agivano a colpo sicuro, in base a delle precise delazioni o addirittura a delle liste di proscrizione estorte ai vari uffici dei comuni occupati e questo spiegherebbe la ragione del mancato arresto del Girotti e della ragazza ebrea che, essendo appena giunti ad Arona, non erano affatto conosciuti in tale luogo.
Incisiva e commovente è la testimonianza pubblica dell’avvocato ebreo Salvatore Fubini pronunciata a Torino il 25 aprile 1959, durante l’inaugurazione della lapide in ricordo di Padre Girotti, collocata nel chiostro del convento di San Domenico:  
“Chi ha l’onore di parlare dinanzi a Voi... fu un perseguitato dal nazifascismo che perdette diciotto dei suoi famigliari in quegli orribili campi di sterminio in cui doveva terminare il suo apostolato l’indimenticabile Padre Girotti... Egli fu mio amato compagno di studi e doveva provvidenzialmente darmi asilo in quel periodo infausto nel benedetto Collegino di Carmagnola... In quella casa io fui accolto come ordinò Gesù... Nel rustico edificio di Carmagnola trovai la più squisita ed affettuosa e disinteressata delle ospitalità”. 
 
Lo stesso Fubini, in altra occasione, ha affermato che il nostro Domenicano, con l’aiuto dei suoi confratelli, ha dato rifugio a diversi altri ebrei perseguitati dai nazifascisti ma al momento attuale della maggior parte di loro si è persa ogni traccia.
Sappiamo invece che ha aiutato e nascosto il professore ebreo Giuseppe Diena, insigne medico, filantropo e libero docente presso l’Università di Torino, noto in tutta la città come medico dei poveri per l’aiuto che questo eccezionale uomo di scienza era solito dare alla gente bisognosa, e che proprio sul Diena si è imperniata tutta la diabolica trappola ordita dalla polizia fascista che ha portato, con l’aiuto di un traditore, all’arresto del Padre Girotti e dello stesso professore.

Lasciamo che sia la testimonianza del figlio Giorgio a narrare la tragica cattura del Diena e del nostro Frate: “Mio padre, ebreo di nascita, era noto per il suo antifascismo che lo aveva portato in carcere da parte del Tribunale Speciale. Subito dopo l’8 settembre fu quindi necessario lasciare la nostra casa in Via Mazzini 12, trovando ospitalità, credo proprio per interessamento del Padre Girotti, in un primo tempo presso delle suore... e successivamente, a seguito di una segnalazione di pericolo nella villa di nostri amici. Dopo pochi giorni mio fratello Paolo ed io raggiungevamo le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà in val Pellice... L’11 ottobre 1944 mio fratello cadeva in uno scontro con le forze tedesche. Ho saputo della cattura di mio padre verso la fine di novembre sentendo per caso una mamma che era venuta in val Maira a trovare il figlio, dirgli: ‘Hanno preso il prof. Diena’. Noi vivevamo con un nome di battaglia ed io dovetti in silenzio raccogliere la notizia, senza far trapelare quello che stavo vivendo in quel momento. Subito dopo la liberazione ho cercato di ricostruire quanto era accaduto. Mio padre, nel suo assoluto isolamento, aveva più volte ricevuto visite dal Padre Girotti... Il 29 agosto 1944 Padre Girotti ricevette una telefonata... Ho potuto ricostruire con una certa sicurezza, che gli era stato detto che c’era un partigiano ferito cui occorrevano urgentemente cure da una persona di fiducia, e questa persona poteva essere il Diena, medico chirurgo. Sulla macchina che attendeva di fronte alla Chiesa vi era effettivamente una persona sul sedile posteriore con un braccio fasciato. Padre Girotti, non potendo pensare ad una così infame mistificazione, ma certamente convinto di dare aiuto a chi ne aveva bisogno, fece trasportare il ferito. La loro macchina era seguita a distanza da altre tre o quattro, anch’esse occupate da forze fasciste della Repubblica Sociale. Alla villa la porta venne aperta essendo stato riconosciuto Padre Girotti... Al cospetto di mio padre chi accompagnava il ferito gli chiese ‘Lei è il professor Diena?’. Alla risposta affermativa scattò l’operazione di cattura, essendo stata nel frattempo la villa completamente circondata. Vennero portati alle Carceri Nuove, ognuno su una macchina separata, la signora, suo figlio (ovvero gli effettivi padroni della villa che avevano dato ricetto al Diena – N.d.T.), Padre Girotti e mio padre. La signora è rimasta incarcerata per circa venti giorni... Il figlio è stato inviato nel lager di Bitterfelm, da cui è rientrato dopo la liberazione. Mio padre è stato ucciso a Flossenbürg il 2 marzo 1945 (a bastonate, mentre stava imboccando un povero vecchio sfinito dalla consunzione – N.d.T.). Padre Girotti è morto a Dachau il 1° aprile 1945.
Pochi giorni dopo la liberazione mi venne segnalato che ad Asti era stato fermato un repubblichino che si era vantato di aver partecipato alla cattura del prof. Diena. Recatomi alle carceri di Asti potei procedere a un breve interrogatorio di questa persona, di cui non ricordo il nome, che mi confessò che in quell’occasione, organizzata dalla Questura fascista di Torino, aveva recitato la parte del partigiano ferito”.

Martire a Dachau

Il Girotti fu quindi arrestato il 29 agosto 1944, a Torino, dalla polizia fascista, in base ad uno stratagemma che faceva leva proprio sulla carità cristiana del frate.
Ma chi informò la questura dell’attività clandestina del frate, e soprattutto chi poteva essere a sua volta così bene informato da rivelare anche il nome del prof. Diena che il Girotti stava effettivamente proteggendo?
Padre Egidio Odetto, il domenicano allievo del Padre Girotti che nel 1959 ne scrisse per primo una breve biografia afferma testualmente: 
“Puntualmente, come vuole l’insopprimibile legge dello scontro del bene e del male nelle umane vicissitudini, a fianco dell’intrepido religioso si profilò un Giuda che gli giurò odio per tanto zelo di religiosa commiserazione”.  
In base alla conoscenza attuale dei fatti è comunque impossibile ricostruire con certezza cosa sia realmente accaduto: la delazione – questa è l’unica cosa certa – comunque ci fu e, come dimostra la stessa dinamica dell’arresto, fu precisa e circostanziata. Chi si è prestato a questo tradimento conosceva bene il Girotti ed era bene informato riguardo alla sua attività clandestina.
Il Padre Girotti quindi, come si è detto, fu rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino ed ivi rimase per circa tre settimane. Durante questo breve periodo il Padre Balocco, priore del convento torinese di San Domenico, si recò più volte all’albergo Nazionale di Piazza San Carlo, in cui aveva preso sede il comando locale della Gestapo, per intercedere per la liberazione del nostro Frate dal momento che il comandante di allora Schmidt era un austriaco cattolico, ma senza ottenere alcun risultato.
Il 21 settembre 1944 Padre Girotti venne incolonnato con altri prigionieri nell’androne del primo braccio delle Nuove per essere trasferito temporaneamente nel lager di Bolzano ed in quell’occasione conobbe don Angelo Dalmasso, un giovane sacerdote, arrestato per aver celebrato la Messa durante la notte di Natale tra i partigiani stanziati sui monti Cuneesi, che condividerà con il Domenicano tutti gli orrori del campo di Dachau. A Bolzano la prigionia si rivelò sulle prime meno dura da sopportare, tanto è vero che in una sua testimonianza lo stesso don Dalmasso definisce questo campo di detenzione “una breve parentesi di relativa tranquillità”. I due religiosi furono assegnati alla raccolta delle mele nei frutteti lungo l’Adige e, tra gli altri detenuti, il nostro Domenicano ebbe la ventura di incontrare il comandante partigiano Franco Ravinale, originario di Alba, con il quale poté scambiare ricordi e confidenze riguardo alla comune città natale. Nella tradizionale festa della Madonna del Rosario, proprio mentre i due religiosi stavano recitando questa pia orazione, venne dato l’ordine dell’adunata generale e corse immediatamente voce tra i prigionieri che era giunta l’ora di partire per la Germania. Contrassegnati con il triangolo rosso i due sacerdoti furono condotti alla stazione ferroviaria di Bolzano e qui vennero stipati con diversi altri detenuti sui carri bestiame per essere trasportati, dopo un viaggio durato un giorno ed una notte, nella cittadina di Dachau, un pittoresco paese poco distante da Monaco di Baviera che ebbe la tragica sorte di vedere sorgere nel proprio territorio comunale il più antico di tutti i lager nazisti. Lasciamo che sia don Dalmasso a narrarci la loro drammatica entrata in questo campo di detenzione:
“Padre Girotti ed io eravamo in testa con i nostri abiti religiosi che ci erano stati restituiti poco prima della partenza. Un militare germanico si avvicinò a Padre Girotti e dopo avergli strappata violentemente di mano la valigia cominciò ad urlare ed a malmenarlo. Parlava in tedesco e non capivamo. Un prigioniero vestito con una certa cura si avvicinò a me e in latino mi disse che bisognava lasciare tutto e spogliarsi completamente, conservando solo le scarpe: noi due religiosi per primi! Padre Girotti mi ricordò la decima stazione della Via Crucis e iniziammo assieme l’umiliante operazione sotto una pioggerellina d’ottobre penetrante fin nelle ossa”.  
Era il giorno 9 ottobre 1944 e dopo questa aberrante accoglienza i due sacerdoti vennero assegnati alla baracca 25 del lager di Dachau e furono contrassegnati con il loro numero di internamento, ovvero 113355 per quanto riguarda il Padre Girotti e 113285 per don Dalmasso. In questa baracca trascorsero la quarantena che durò praticamente fino alla fine del mese.
Durante le quarantene che venivano messe in atto in tutti i campi di concentramento tedeschi, è bene metterlo in evidenza, il detenuto trascorreva un lungo periodo di isolamento in cui non poteva lavorare e quindi non aveva diritto alle pur magre razioni di cibo che erano distribuite ai deportati che svolgevano la loro opera all’interno del lager. Il prigioniero veniva quindi lasciato languire per un periodo più o meno lungo con un vitto giornaliero scarsissimo. Al termine di questo sfibrante periodo i due religiosi furono trasferiti nella baracca 26 riservata agli ecclesiastici e affollata in modo inaudito: basti pensare che nonostante fosse stata costruita per ospitare poco più di 180 persone, nella sua struttura originale ne conteneva in realtà 1.090 nonostante una stube, ovvero uno dei quattro padiglioni in cui era stata suddivisa, fosse stata adibita a Cappella per la celebrazione delle funzioni! Venne quindi assegnato loro un lavoro ed il Girotti dovette svolgere la sua opera nel plantage, ovvero una vasta tenuta agricola che vantava tra i propri azionisti i maggiori dirigenti del partito nazista quali Himmler e Goebbels. Qui il nostro Frate fu costretto ad estrarre, usando solamente le proprie mani, le patate dai magazzini ossia profonde fosse riempite di tuberi e poi ricoperte di terra, che funzionavano praticamente come giganteschi frigoriferi per la conservazione degli ortaggi. D’inverno, ovviamente la terra era ghiacciata e le mani si ferivano e sanguinavano. Il lavoro inoltre doveva essere eseguito a carponi, senza un attimo di sosta, praticamente dall’alba al tramonto, sotto la pioggia, la neve, le sferzate degli aguzzini addetti alla sorveglianza, molte volte con gli abiti inzuppati dall’acqua. In queste condizioni di lavoro così disumano non tardarono a comparire i primi sintomi delle malattie che lo portarono ben presto ad agonizzare nel revier, la terribile infermeria del campo in cui imperversavano sui prigionieri malati il prof. Schilling ed il dottor Rascher, due medici criminali che conducevano esiziali esperimenti sui detenuti ricoverati. 
Il Girotti accusò quasi subito un forte dolore lombare unito ad una febbre alta e, grazie all’aiuto di un certo mons. Sperling, di nascosto dai tedeschi poté essere visitato da un medico cecoslovacco, anche lui detenuto nel lager, che gli riscontrò un principio di nefrite e di artrite. Per l’interessamento di questo medico gli fu sospeso il lavoro nel plantage e fu adibito a fare asole alle tende militari e ad attaccare bottoni, attività quest’ultima che fu interrotta verso la fine di febbraio dallo scoppio di un’epidemia di tifo petecchiale che causò la morte, in tutto il lager, di circa diecimila internati e che, tuttavia, non colpì il nostro Domenicano. 
Ma la fine del Padre Girotti era ormai prossima: nonostante il lavoro meno sfibrante a cui era stato sottoposto, il male di cui soffriva si aggravò e dal 1° marzo 1945 dovette restare in baracca tormentato da dolori reumatici e da gonfiori alle gambe. Dopo circa due settimane, il gonfiore si era ormai esteso a tutto il lato destro del corpo. Lo stesso medico cecoslovacco, che aveva sollevato Padre Girotti dal duro lavoro, lo fece trasferire in infermeria sotto la sua cura e, dietro esame radiologico, gli diagnosticò un probabile carcinoma. Nel frattempo fu tolto dalle cure del medico cecoslovacco e fu affidato ad un medico tedesco.
Benché fosse ormai molto sofferente non sembrava ancora giunto in punto di morte, perciò quando il 1° aprile 1945, Domenica di Pasqua, giunse la notizia del suo decesso si pensò immediatamente che la fine del Domenicano fosse stata accelerata con una iniezione venefica, come si era soliti agire nel revier di Dachau con i malati considerati inguaribili o comunque ingombranti, bocche inutili da sfamare. Invano, alla notizia della sua morte, don Dalmasso, Padre Manziana ed il domenicano Padre Roth di Colonia ne ricercarono il corpo allo scopo di identificarne la salma,si è però sicuri che il cadavere del Girotti non venne incenerito perché i forni crematori avevano cessato di funzionare da circa tre mesi per mancanza di combustibile: il Padre Girotti fu quindi sepolto in una fossa comune sul Leitenberg, una collina che sorge a circa tre chilometri dal campo di Dachau.
Anche tra i reticolati del lager, Padre Girotti, nonostante le vessazioni da lui subite, ha praticato la carità, ricorda infatti don Dalmasso: “Restammo una ventina di giorni nella baracca della quarantena, quasi completamente nudi e con un cibo scarsissimo... Un giovane prigioniero, anziano del campo, venne a cercare Padre Girotti, era il Padre Leo Roth, priore dei Domenicani di Colonia, da vari anni internato a Dachau. Portò al Padre Girotti un pezzo di formaggio.
Padre Girotti che si consumava come tutti per la fame, se ne privò, lo diede a me dicendo: ‘Tu sei più giovane e ne hai più bisogno’. Lui aveva 39 anni, io ne avevo 24. Sento ancora adesso il rimorso di quella porzione di formaggio, ma era la sopravvivenza”.
Come è stato in seguito suffragato da diversi studi psicologici condotti a tale riguardo, lo scopo principale dei lager era quello di distruggere l’individuo non solo nel corpo ma anche nello spirito: il prigioniero infatti, prima di morire, non solo doveva sfinirsi nel lavoro bestiale che gli veniva imposto fino allo stremo delle sue forze, ma distrutto dalla fame e dalla paura doveva trasformarsi a poco a poco in un essere irrazionale ed istintivo, molto più simile ad un animale selvatico che non ad un essere umano.
Quattro settimane dopo la morte di Protti, domenica 29 aprile 1945, alle ore 17,20, i primi reparti dell’esercito americano entravano vittoriosi nel lager e il giorno seguente tutto il campo di Dachau brulicava di bandiere di ogni nazionalità: sulla baracca 26 sventolavano i colori pontifici. Con la mancata distruzione di determinati registri di detenzione si è potuta reperire l’Häftlings-Personal-Karte del Padre Girotti ovvero la sua scheda personale di prigionia, sulla quale troviamo scritto:

VERHAFTUNGSGRUND: UNTERSTÜTZUNG AN JUDEN
ovvero “Ragione dell’arresto: aiuto agli ebrei”.


Lo Stato d'Israele ha istituito negli anni '50 lo Yad Vashem, il Mausoleo di Gerusalemme per ricordare le vittime della "soluzione finale" voluta da Hitler. All'inizio degli anni '60 è sorta la "Commissione dei Giusti", con il compito di assegnare il titolo di "Giusto tra le Nazioni" a chi, non ebreo, ha salvato degli ebrei negli anni della persecuzione nazista e all'interno di Yad Vashem è stato creato il "Giardino dei Giusti", con un viale in cui ogni albero è dedicato a un giusto. Negli ultimi anni, per mancanza di spazio, l'albero è stato sostituito dal nome inciso nei muri di cinta del giardino.
La Commissione, presieduta per quasi trent'anni dal giudice della Corte Costituzionale Moshe Bejski, ha riconosciuto e documentato finora circa 20.000 giusti
Nel 1995, nel 50° anniversario della sua morte, Padre Girotti è stato ufficialmente dichiarato “Giusto tra le Nazioni”, la massima onorificenza tributata a chi ha aiutato gli ebrei durante le persecuzioni e la medesima organizzazione Yad Vashem ha fatto incidere il nome di Padre Girotti sul muro del Giardino dei giusti a Gerusalemme.
Il 27 marzo 2013 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione dei Santi a pubblicare il decreto sul martirio del Padre Giuseppe Girotti.
Chi è il “Giusto”?
Certamente non un “eroe”, definizione troppo semplicistica e superficiale.
Secondo il Talmud in qualsiasi momento della storia, ci sono sempre Trentasei Giusti al mondo.
Essi sono nati Giusti, cioè persone che non possono ammettere l'ingiustizia. E' per amor loro che D-o non distrugge il mondo. Nessuno sa chi sono, e meno che meno lo sanno loro stessi. Ma sanno riconoscere le sofferenze degli altri e se le prendono sulle spalle.
Sanno vedere cio' che è bene e giusto e non possono non agire di conseguenza, facendo quel Bene. Non si uniformano, sanno dire “no” ,figure di coraggio civile che, oggi come ieri, mettono a rischio la propria vita in difesa dei diritti umani, testimoni di verità, di compassione.
Esiste un luogo a Gerusalemme, sul monte delle Rimembranze, che prende il nome di "Parco dei Giusti", dove migliaia di piante ricordano i nomi di tutti coloro che aiutarono gli ebrei durante gli anni dell'Olocausto.

Domani, 26 aprile, nel Duomo di Alba, Padre Girotti verrà beatificato, sarà canonizzato il giorno prima di Giovanni Paolo XXIII, forse non a caso. Entrambi, nell'opera di prestare soccorso agli ebrei perseguitati dalla ferocia nazista e fascista prefigurarono certamente i principi del Concilio Vaticano II

La Brigata Ebraica


Nascita della Brigata Ebraica

La storia dei corpi combattenti ebraici è sempre stata contrastata e difficile, a partire dal 1914 quando Vladimir Jabotinsky, scrittore e attivista sionista, e Joseph Trumpeldor ex ufficiale decorato dell’esercito russo nella guerra russo-giapponese, si batterono per la costituzione di una formazione combattente di ebrei in Palestina.
Le autorità britanniche che all’epoca controllavano l’area di Gerusalemme, Tel Aviv, Jaffa e gli insediamenti della Giudea, ostacolarono il progetto e concessero la formazione di un piccolo gruppo di volontari, il Zion Mule Corps (Mulattieri di Sion) formato da 650 ebrei fuoriusciti in Egitto, che si distinse nella battaglia di Gallipoli contro i turchi, potenza all’epoca occupante gran parte del Medio Oriente.
Jabotisky continuò la sua entusiastica opera di persuasione nei confronti delle autorità britanniche, e finalmente si arrivò alla formazione della Legione Ebraica. L’unità combattente comprendeva il 38° Battaglione dei Royal Fusiliers (City of London Regiment) che includeva nuovi volontari e membri del Zion Mule Corps oltre a molti ebrei immigrati recentemente dalla Russia. Ze'ev Jabotinsky nella sua opera The Jewish Legion in the World War, (New York, 1945, p.164) fornisce questi dati di arruolamento: 34% dagli Stati Uniti, 30% dalla Palestina, 28% Inghilterra, 6% Canada, 1% ebrei fatti prigionieri come soldati turchi, 1% dall’ Argentina.
Nell’aprile del 1918 fu unita al 39° Battaglione composto, per oltre il 50% da volontari ebrei degli Stati Uniti e del Canada. Nel giugno il 38° Battaglione fu impiegato in Palestina dove combatté per la liberazione contro l’occupazione dell’impero Ottomano. Ma dopo questi fatti, a fronte della richiesta di arruolamento di ben 20.000 uomini, il comando delle Forze armate britanniche oppose la scusa di non avere nessun ordine di arruolamento per un contingente così numeroso.
Nel 1918 l’ingresso fu concesso a poco più di mille uomini, che furono arruolati e organizzati come 40° Battaglione dei Royal Fusiliers.
Nel 1919, ormai ridotta a un battaglione, alla Legione Ebraica fu dato il nome di First Judeans, e insignita di un distintivo autonomo per il cappello della divisa: una Menorah con la parola ebraica kadima, che significa sia “avanti” che “verso oriente”.
Analoghe difficoltà nel convincere la Gran Bretagna, l’Agenzia Ebraica le ebbe nel secondo conflitto mondiale. Dall’inizio del conflitto gli ebrei britannici e di Palestina fecero pressione sul governo di Londra perché si formasse un contingente di combattenti ebrei. All’epoca c’erano circa 20.000 ebrei in servizio nel Medio Oriente, molti di loro inquadrati in unità esclusivamente ebraiche, ma non combattenti, mentre del resto già centinaia di migliaia di ebrei stavano combattendo, in tutto il mondo, nelle armate inglesi americane e sovietiche.
Nel 1940 agli ebrei di Palestina fu permesso di arruolarsi in compagnie ebraiche inquadrate nell’ East Kent Regiment (detto The Buffs), erano tre battaglioni di fanteria, inviati in Cirenaica ed Egitto, ma anche qui, come in Palestina, mantenevano soprattutto mansioni di guardia.
Alla fine le resistenze politiche degli inglesi, che avevano il problema di mantenere un certo equilibrio tra ebrei e arabi in Palestina, furono vinte dalla caparbia campagna condotta da Chaim Weizmann e, grazie anche alle simpatie sioniste di Winston Churchill, subentrato a Neville Chamberlain alla guida del governo, si arrivò così al settembre del 1944, quando, dopo sei anni di negoziazione, si formò la Brigata Ebraica.
Essa era costituita da tre battaglioni, circa 5.000 soldati (fanteria, artiglieria, genio e servizi), sotto il comando del Generale di brigata Ernest Benjamin, ebreo canadese.
A questa unità, inquadrata nell’Ottava Armata e destinata al fronte italiano, venne concessa una autonoma insegna di battaglia: una stella di David color oro su sfondo a strisce bianche e azzurre, sotto la scritta in caratteri ebraici Chayil, acronimo di Chativah Yehudit Lochemet (Brigata Ebraica Combattente), comunemente nota come Jewish Brigade Group. Dopo un periodo di addestramento in Egitto la Brigata fu inviata in Italia dove continuò a prepararsi fino al mese di febbraio per giungere all’inizio di marzo in prima linea, in Romagna (fronte del Senio), dove diede il proprio eroico contributo alla liberazione della penisola.
A dimostrazione della variegata composizione della Brigata, formata da ebrei provenienti dalla Terra d’Israele, ma molti dei quali ancora legati alla Diaspora europea. Mentre la Brigata si trovava sparsa nel nord Europa con compiti di assistenza alle comunità ebraiche disperse, a guerra ormai conclusa, si manifestò la richiesta di molti soldati, di poter avere il permesso per mettersi in cerca dei propri familiari. Il Generale Benjamin appoggiò, presso le autorità britanniche, questa richiesta, spiegando che riguardava quasi 1500 soldati e l’unità morale dell’intera Brigata, ma il permesso non venne accordato.
Nonostante il rifiuto delle autorità, racconta Casper, “Molti soldati si poterono incontrare, in quei giorni, nelle strade di Praga, Varsavia, Cracovia, Bucarest, Budapest…impegnati a chiedere notizia dei propri cari scomparsi.”

FRONTE DEL SENIO, MARZO-APRILE 1945 Il 29 settembre del 1944 Winston Churchill annuncia al Parlamento inglese: “So benissimo che c’è già un gran numero di ebrei nelle nostre forze armate e in quelle americane; ma mi è sembrato opportuno che una unità formata esclusivamente da soldati di questo popolo, che così indescrivibili tormenti ha dovuto patire per colpa dei nazisti, fosse presente come formazione a sé stante fra tutte le forze che si sono riunite per sconfiggere la Germania”.
La campagna d’Italia della Brigata Ebraica è durata poco più di un mese.
Le operazioni per forzare il fronte del Senio le sono costate poco più di 40 vittime fra morti e dispersi, centocinquanta feriti, ventuno sono i decorati al valore sul campo.
Ai primi di marzo arriva a Mezzano (Ravenna) con tre battaglioni, (circa 5000 uomini), e il compito di controllare il fronte a nord di Ravenna, nel triangolo tra Mezzano e Alfonsine e Bagnacavallo. Qui si distinse per coraggio in duri scontri con i tedeschi, le cui linee fece arretrare oltre il Senio, fece decine di prigionieri ed ebbe 7 caduti.
La Brigata Ebraica il 27 marzo è trasferita nel settore di Riolo dei Bagni, a fianco del valoroso Gruppo di Combattimento Friuli, insieme al quale libera la cittadina termale.
La Brigata Ebraica fu protagonista, in Romagna, della liberazione delle seguenti località: Cuffiano, Riolo Terme, Ossano, Monte Ghebbio, La Serra, Imola.

Il contributo della Brigata Ebraica alla liberazione dell'Italia

Di Rav Luciano Caro
Rabbino capo della comunità ebraica di Ferrara e delle Romagne
(Tratto dal libro “La Brigata Ebraica – fronte del Senio 1945” di Romano Rossi, per gentile concessione dell’autore)

La Brigata Ebraica, costituita da volontari ebrei provenienti dalla Palestina, allora sotto Mandato britannico, fu istituita da Churchill, d'accordo col Presidente americano Roosevelt, nel settembre del 1944, aderendo con una certa riluttanza alle molteplici richieste dell'Agenzia Ebraica che, fino dal settembre del 1939, aveva offerto l'appoggio della Comunità ebraica di Erez Israel allo sforzo bellico degli alleati.
Il 29 agosto del 1939, due giorni prima dell'invasione tedesca della Polonia, atto d'inizio della II Guerra Mondiale, Chaim Weizmann, leader del Movimento Sionista, comunicava al Governo britannico, che, nell'imminenza di un conflitto con la Germania, gli Ebrei di Palestina avrebbero collaborato attivamente con la Gran Bretagna.
L'Inghilterra non era particolarmente entusiasta dell'offerta ebraica sia per non suscitare reazioni del mondo arabo, sia per precludere una possibile futura richiesta ebraica di dare vita ad uno Stato ebraico in Palestina.
Ma, nonostante la fredda risposta britannica, su una popolazione ebraica residente in Palestina di circa 550 mila persone, 30 mila tra uomini e donne si presentarono alle autorità inglesi come volontari.
Nel 1941, pressato dagli eventi bellici, il comando militare britannico del Medio Oriente, diffuse un appello per un reclutamento individuale. Si presentarono volontari arabi ed ebrei che furono inseriti nelle varie unità dell'esercito inglese, più tardi entrate nel Palestine Regiment. Furono anche costituite piccole unità ausiliarie composte da personale specializzato per essere impiegate in caso di necessità.
Tali compagnie (PLUGOT) , composte di circa 250 elementi ciascuna, comprendevano originariamente arabi ed ebrei, ma, per le difficoltà di coesistenza tra i due gruppi e per l'alto numero di diserzioni arabe, finirono per essere costituite solo da personale ebraico. I membri delle PLUGOT godevano di una certa libertà di movimento ed erano connotati dalla dicitura "PALESTINE" sulle spalline della divisa. Elementi appartenenti alle PLUGOT giunsero in Italia nel corso degli sbarchi alleati; le PLUGOT non vanno confuse con la Brigata ebraica che si formò solo nel novembre del '44. E' interessante notare che la notizia della costituzione di una unità combattente ebraica (per la prima volta dopo circa 20 secoli!) suscitò la scomposta reazione della propaganda tedesca a cui si unì quella della Repubblica di Salò.
Con rabbia e sarcasmo le emittenti tedesche criticavano Churchill per aver permesso "ai giudei di avventarsi come cani idrofobi contro il popolo germanico.....Il popolo inglese si è abbassato fino al punto di sguinzagliare la sanguinaria brigata giudaica".
I componenti della Plugot erano generalmente molto motivati in quanto provenienti dai Kibuzim e dalla Haganà (organizzazione militare preposta alla difesa della popolazione ebraica in Palestina), si attivarono per ridar vita alle Comunità ebraiche sconvolte dalla guerra. Si erano arruolati non solo per combattere i tedeschi, ma anche per portare soccorso a quanti erano scampati alle persecuzioni oltre che per diffondere l'idea sionistica quale soluzione ai problemi degli ebrei della diaspora.
Al termine del conflitto si prodigarono nella riorganizzazione delle Comunità ebraiche curando soprattutto il settore giovanile e in primo luogo la riapertura delle scuole e l'istituzione di centri culturali e sociali.
Si distinsero anche nelle attività assistenziali rivolte ai numerosi profughi non italiani. A sbarcare per prima in Italia, più precisamente in Sicilia nell'agosto del '43, fu una piccola unità addetta a un deposito cartografico (20° Map Depot). Ai suoi componenti fu riferito che in Italia nessun ebreo era sopravvissuto alle deportazioni. Ma nessuno li aveva informati che, per quanto attiene alla Sicilia, la presenza ebraica era da secoli insignificante. Nel settembre del '43, sbarcò a Salerno un distaccamento della 148° compagnia "autocisterne - acqua" che si distinse nel compito di rifornire d'acqua la popolazione napoletana e nel prestare aiuto agli ebrei della città. Altre compagnie autotrasporti giunsero nei giorni successivi. In ottobre, membri di queste compagnie incontrarono gruppi di ebrei Jugoslavi giunti fortunosamente sulle spiagge meridionali italiane. Fu questo il primo commovente incontro tra militari ebrei e profughi scampati ai lager nazisti.Nel novembre del '43 sbarcava a Taranto la 1a compagnia Genio (mimetizzazione), specializzata nel realizzare finte strutture militari per ingannare i comandi tedeschi.
I suoi membri si distinsero per aver saputo escogitare brillanti soluzioni per raggiungere lo scopo.
I membri delle PLUGOT sparsi nel territorio liberato dai tedeschi ammontavano a più di tremila uomini. Allo scopo di coordinare l'attività delle varie Compagnie nell'opera di soccorso ai profughi ebrei che stavano affluendo nell'Italia meridionale, venne costituito a Bari un "Centro profughi". Con la liberazione di Roma (giugno '44) questo fu trasferito nella capitale. Il 15 luglio, nell'Oratorio di V.Balbo si tenne un incontro al quale presero parte rappresentanti delle varie unità militari e il Rabbino dell'VIII armata inglese.
Furono affrontati i gravi problemi della Comunità Ebraica di Roma. Successivamente altri centri operativi furono istituiti a Ancona, Fano, Faenza, Ravenna, Firenze, Arezzo, e Siena.
Dopo la liberazione, centri analoghi furono costituiti in varie città dell'Italia settentrionale.Tra le attività finalizzate al recupero dei giovani scampati alla Shoà, vennero istituiti centri di preparazione professionale (Hakhsharot), per quanti fossero interessati a "salire" in Terra d'Israele. Si trattava di centri agricoli sul modello del Kibbuz. Le prime strutture di questo genere sorsero a Bari (1944) per accogliere profughi iugoslavi e giovani cecoslovacchi e, poco più tardi, nei pressi di Foggia.
Nell'opera di soccorso e specialmente nel campo dell'assistenza sanitaria, si distinsero ausiliarie femminili sbarcate a Taranto nel maggio del '44.
L'attività dei militari ebrei nell'opera di ricostruzione morale e materiale delle comunità ebraiche delle città via via liberate è stata veramente meritoria.
Le Comunità erano in stato disastroso. Ai sopravvissuti, sbigottiti dall'immane tragedia che li aveva colpiti, i giovani militari ebrei infusero incoraggiamento, entusiasmo e voglia di vivere. L'incontro con militari le cui insegne recavano il simbolo ebraico della stella a sei punte, fu per gli scampati, motivo di emozione e di orgoglio.
Si devono ai giovani militari i primi provvedimenti per la riattivazione delle istituzioni comunitarie a cominciare dalla registrazione degli ebrei presenti , dalla riapertura delle scuole e con la riattivazione della DELASEM (Delegazione Assistenza Emigrati), benemerita organizzazione per l'assistenza ai profughi.
Allo scopo di preparare istruttori in grado di risollevare le Comunità ebraiche del Centro e del Nord Italia, furono organizzati a Roma appositi Seminari.
Lo stesso personale fu anche impiegato per dar vita, come si è detto, alle Haksharot, centri predisposti per avviare i giovani alla Terra dei Padri soprattutto per colonizzare zone incolte del deserto. Ne furono istituite nei pressi di Roma, Firenze, Livorno e Ancona.
I soldati delle Compagnie, per provvedere alle necessità dei sopravvissuti, collaborarono con l'American Joint Committee e l'UNRRA e spesso non esitarono a prelevare disinvoltamente materiale dai magazzini militari inglesi.
Molti ricordano ancora di aver frequentato la scuola riaperta dai militari a Firenze nei locali attigui alla sinagoga di via Farini. Altre scuole furono aperte a Livorno e a Siena.
Le varie PLUGOT chiesero più volte invano di essere incorporate nei ranghi della Brigata ebraica combattente. Solo tre Compagnie furono accettate perchè ritenute indispensabili a completare i ranghi della Brigata.
Tra le attività delle PLUGOT, va ricordata l'opera di una compagnia del Genio, la 745a, composta da membri del Solèl Bonè (impresa edile della confederazione dei lavoratori di Erez Israel). Questa riuscì, in tempi brevi, a riattivare un ponte sul Po, nei pressi di Lagoscuro. Il ponte era stato distrutto dai tedeschi in ritirata e la sua ricostruzione permise ai carri americani di irrompere nella Pianura Padana.
A fine maggio del 1945, le Compagnie Genieri e Trasporti furono trasferite nel nord Italia e si prodigarono per riattivare le comunità ebraiche di Milano, Trieste, Venezia, Padova e Torino. I loro membri collaborarono con il centro di coordinamento per l'assistenza istituito a Milano in via Unione e all'istituzione di Hakhsarot a Brivio e Ceriano Laghetto nei pressi del Lago di Como.
Le attività belliche della Brigata Ebraica durarono circa sette settimane, ma l'azione delle PLUGOT si protrasse molto più a lungo. Poi le Compagnie furono smobilitate e iniziò il rimpatrio dei soldati. Ma alcuni restarono in Italia come civili per proseguire l'opera di sostegno e soccorso ai sopravvissuti.
Non va sottaciuto che le attività della Brigata e delle PLUGOT sono state una scuola di guerra per coloro che entrarono a far parte dell'esercito del nuovo Stato d' Israele. E' giusto quanto afferma Romano Rossi che " la Brigata Ebraica divenne la struttura portante delle nascenti forze armate israeliane".
Ai membri della Brigata Ebraica e delle PLUGOT, va la riconoscenza della comunità ebraica italiana e delle migliaia di profughi assistiti durante la loro permanenza nella Penisola.

L’opera della Brigata Ebraica in aiuto dei sopravvissuti dell’Olocausto

Hanoch Bartov, scrittore israeliano, è uno dei protagonisti di "In Our Hands: The Hidden Story of the Jewish Brigade in World War II.", documentario sulla Brigata Ebraica. Bartov, classe 1926, fece parte della Brigata Ebraica come giovane combattente della Haganà. Nel 1948 prese parte alla Guerra d’Indipendenza di Israele, in seguito si occupato di giornalismo e si è dedicato alla scrittura come autore di romanzi.
Non ho mai avuto il mito del sabra (l’ebreo nativo di Israele), ho vissuto in Israele con gli ebrei immigrati da molti paesi. Questi ebrei vivevano a cavallo tra passato e futuro.
Semplicemente vorrei farvi capire che noialtri giovani ebrei della terra d’Israele, negli anni tra le due guerre, membri dell’Haganà o del Palmach, ci sentivamo come membri di un’altra tribù: giovane, forte, con radici salde.
Ci sentivamo diversi dagli ebrei della diaspora, dai nostri fratelli appena immigrati dall’Europa
Ma poi, l’aver militato nella Brigata Ebraica, durante la seconda guerra mondiale, mi ha fatto incontrare la realtà dell’Olocausto, ed è stato uno shock incontrare i sopravvissuti in Europa, o come si chiamavano in ebraico, “shearit hapleta”, gli sfollati.
Il mio modo di pensare è cambiato. Ho capito che appartenevamo alla stessa nazione. Da quel giorno mi resi conto che sarei stato un buon sionista nella misura in cui il mio essere sionista poteva servire alla nazione ebraica, non se vi si fosse opposto.
Mi ricordo come in quei mesi abbiamo cercato, noi soldati della Brigata, i nostri parenti che forse erano sopravvissuti all’Olocausto. Ricordo ancora il nostro commovente incontro con i sopravvissuti. Certo, alcuni di noi sostennero propositi di vendetta, ammazzare nazisti e SS. Si discusse, ricordo, di queste cose.
Ma alla fine decidemmo che la vittoria, e la vittoria dell’idea sionista, sarebbe stata la miglior vendetta contro chi aveva tentato di distruggerci.
Testimonianza dello scrittore Hanoch Bartov (foto)