giovedì 3 aprile 2014

Personaggi di Israele: Eliezer Ben Yehuda


(Luzhky, 7 gennaio 1858 – Gerusalemme, 21 dicembre 1922)
Personaggi di Israele... vi chiederete come mai iniziare da Ben Yehuda, che non ha neppure visto la nascita dello stato di Israele, essendo morto nel 1922, che non è stato un politico, non un combattente.. ma invece un giornalista, Ben Yehuda era un “semplice” giornalista.
Ben Yehuda è nato in Russia, oggi Bieloriussia, di famiglia ebraica, e la sua influenza per il futuro Stato Ebraico è stata così grande e così basilare che non esiste città in Israele senza una via, una strada, una piazza, un qualcosa ad Egli dedicata. Piu’ di Herzl per esempio, che pure è stato padre del sionismo, padre cioè di quel movimento che ha portato alla fondazione della Nazione.
Eliezer Ben Yehuda, nato Eliezer Isaac PerelmanElianov, a Luzhky (Vilna allora Russia, oggi Bierlorussia) come la maggior parte dei ragazzi ebrei di quel periodo Elizer conosceva l'ebraico biblico e talmudico Sin dall'età di tre anni, infatti, comincia lo studio dei principali testi della liturgia ebraica, la Torah e la Mishna..
Dopo la maggiorità religiosa diventa allievo del rabbino MaskilimRav Yossi Bloïker che lo introduce segretamente alle idee ebraiche del Haskala e che gli fa leggere alcuni libri giudicati eretici dagli ebrei ortodossi. Legge tra altri Tzohar Ha-Teva (La luce dell'arca), KurOni (Robinson Crusoé), la Guida dei Perplessi di Maimonide, il Tesoro della saggezza di ZviRabinovitch, AhavatTzion (L'amore di Sion) di Abramo Mapu. Si stacca quindi sempre più dalla religione fino al giorno in cui decise l'abbandono degli studi rabbinici, sancendo così la rottura con la famiglia di origine, fortemente religiosa
Fortunatamente per lui, un uomo di affari chassidico Samuel NaphtaliHerz Giona l'adotta, ed è in questa famiglia che incontra la sua futura moglie, Debora, figlia maggiore del suo nuovo padrino. 
Nella sua autobiografia, Ben Yehuda confessò che a quell'epoca, aveva rotto quasi totalmente con la sua appartenenza al popolo ebraico. La sola cosa che gli impedì di diventare completamente russo è stato il suo attaccamento alla lingua ebraica. Continua così a leggere tutti i testi ebraici che gli passano tra le mani. Diventa lettore del giornale mensile HaShachar di PerezSmolenskin.
È in un caffè del quartiere latino che fa l'incontro del suo terzo 'padre' Chashnikov, un giornalista russo corrispondente del RuskiMir. Di famiglia nobile e amico della principessa Trubetskaja, il giornalista, sulla quarantina, lo prende sotto la sua ala e grazie a questo incontro, Eliezer apprende tutti i segreti del giornalismo e del mondo politico parigino. Accompagna Chashnikov nei dibattiti dell'assemblea nazionale e al teatro. Per provvedere ai suoi bisogni e pagare i suoi studi, Chashnikov gli procura dei lavori di traduzione del francese al russo.
Inizia gli studi medici alla Sorbona, a Parigi, ma durante il suo primo inverno in città contrae la tubercolosi e la sua condizione di salute lo costringerà presto ad abbandonare i suoi studi medici, ma non prima di avere fatto conoscere il suo progetto a Parigi
Quando Eliezer confida finalmente al suo amico giornalista il segreto della sua venuta a Parigi, Chashnikov lo appoggia e l'incita a fare conoscere, tramite i giornali, la sua idea di rinascita dell'ebraico nella Terra Santa degli ebrei.
È a Parigi che prende l'abitudine di conversare esclusivamente in ebraico con gli ebrei che incontra. Nel 1880, pubblica due articoli sul giornale HaVatzelet (Il giglio) di Israele Dov per esaltare l'uso dell'ebraico come lingua di insegnamento nelle scuole di Gerusalemme
Quando Eliezer comincia a peggiorare e a sputare del sangue, il medico della scuola normale lo fa ricoverare all'ospedale Rothschild. Mentre è ricoverato incontra Abramo MoshéLuntz, anch'egli ricoverato, e apprende da lui che le differenti comunità ebraiche già stabilitesi in Israele, gli ashkenaziti, sefarditi, magrebini e georgiani hanno già l'abitudine di parlare in ebraico sefardita, unica lingua compresa di tutti.
Intanto la sua fidanzata Debora lo raggiunge con la ferma intenzione di seguirlo ovunque vada e dopo l’ospedale troviamo Ben Yehuda a d Algeri indi a Vienna. Comincia ad insegnare l'ebraico alla fidanzata, che come tutte le donne ebree dell'epoca non aveva potuto studiare questa lingua. La giovane coppia si sposa al Cairo in Egitto. La meta successiva è per Giaffa nel mese di ottobre del 1881.
Al momento di scendere in Palestina prova un forte sentimento di spavento, di timore quasi.
Arrivato a Gerusalemme IsraelDov gli offre di lavorare per il suo giornale HaVatzelet. Diventa redattore capo aggiunto con un stipendio di venti franchi al mese. Si serve di questa posizione privilegiata per promuovere la rinascita della lingua e della cultura ebraica a Gerusalemme.
A quell'epoca un buon numero di persone si lascia conquistare dal progetto nazionalista ebraico. In seguito ai primi episodi di pogrom nella Russia imperiale circa 10.000 persone, non sentendosi più al sicuro a causa della loro origine e della loro religione e non avendo più niente da perdere, lasciano il territorio dell'impero per trasferirsi in Israele. È la prima Aliya. Alcune organizzazioni come OhaveiTzion (Gli Amanti di Sion), sotto la leadership di MoséLilienblum e Leon Pinsker, e come il Bilu di IsraelBelkind simpatizzano con la causa dell'ebraico come lingua nazionale.
Ma lasciamo la parola a questo pezzo, davvero toccante, Alla lingua ebraica Memoria di Ben Yehuda, (trad. Marcello Leone)
 
Nel 1877, lo stesso anno in cui terminai il mio ginnasio, la Russia dichiarò guerra contro l’Impero Ottomano al fine di supportare i Bulgari nelle lotte per la loro indipendenza. I Greci ce l’avevano fatta nel 1829 (e ancora circolava per l’Europa il fantasma irrequieto di Byron, accorso in difesa dell’Ellade e poi morto di malaria); intorno alla metà del secolo gli Italiani avevano sognato e ritrovato una patria. Così, pensai che anche gli Ebrei dovevano ritrovare una patria, ma non immaginai soltanto un pezzo di terra in cui vivere insieme.
Sognai - ed è questo il sogno che ancora mi spezza la schiena - che tutti gli Ebrei potessero un giorno abitare la stessa lingua. Lasciai dunque la Russia nel 1878, deciso a recarmi in Palestina. Prima, tuttavia, volevo studiare medicina a Parigi, per poter essere d’aiuto agli altri Ebrei. In Francia trovai insieme la gioia ed il dolore. Non ricordo più dove conobbi il primo colpo di tosse, come non so quando e dove sopraggiungerà l’ultimo. Tuttavia, mi piace pensare che io abbia scoperto la prima macchia di sangue in quello stesso caffè dove incontrai anche la gioia.
Non potrò mai dimenticare il colore verde brillante delle sedie, il fruscio dei paltò lungo i tavoli, una tenue campanella che indicava nervosamente l’aprirsi ed il chiudersi della porta, il viavai dei camerieri. Era una giornata fredda e solare, una di quelle in cui i pensieri si affinano ed acquistano insieme vigore e leggerezza. Fu lì, seduto in quel caffè lungo il boulevard Montmartre, che ebbi una conversazione interamente in lingua ebraica con GetzelZelikovitz e Mordecai Adelman. Di certo non si trattò di una lunga chiacchierata: pochi erano i nostri vocaboli e la nostra lingua era ancora legata. Ma fu in quella occasione che capii, per la prima volta, che l’Ebraico poteva tornare a vivere. E fuallora che presi una decisione irrevocabile, che vaste conseguenze avrebbe avuto sulla mia vita. Qualunque cosa accadesse, per quante difficoltà si presentassero, non avrei mai parlato altra lingua che l’Ebraico (con gli altri Ebrei, naturalmente, ma non c’è bisogno di specificarlo...).
Così, quando nel 1881 arrivai a Jaffa, parlai in Ebraico con un cambiavalute, poi con il proprietario di un albergo, quindi con un carrettiere. Tuttavia, ben presto mi accorsi di quanto impoverita e frusta fosse divenuta questa lingua. Ebrei di diversa provenienza lo parlavano nelle strade e nelle piazze, è vero, ma quanto stentatamente, e ognuno con una diversa pronuncia, che spesso rendeva le parole degli uni incomprensibili agli orecchi degli altri. Ad ogni piccola difficoltà l’Ebraico veniva mescolato con altre lingue, e poi soprattutto non varcava le porte delle case. Quasi ogni ebreo, nel chiuso delle mura domestiche, parlava una lingua diversa dall’Ebraico.
Questo deprimente scenario mi fece compiere uno dei passi più dolorosi della mia vita.
Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò. Così Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e si mise in viaggio verso il luogo che gli era stato indicato.
Il mio coltello mai si è levato contro mio figlio, ma quando egli nacque, nel 1882, in un certo senso lo votai a un sacrificio in nome dell’Altissimo: feci promettere a Deborah, mia moglie, che l’avremmo allevato come il primo bambino di lingua interamente ebraica della storia moderna. Non una singola parola di un’altra lingua sarebbe stata proferita in sua presenza, né da noi, né dai nostri amici e conoscenti. La lingua del popolo ebraico sarebbe cresciuta assieme a mio figlio, ma alto era il prezzo da pagare per questa impresa. Il mio
cuore di vecchio si stringe ancora quando penso agli eccessi di quell’epoca. A quattro anni, mio figlio era ancora incapace di parlare. Lo mandavo a letto quandoospiti non ebrei venivano nella mia casa, ed arrivai persino ad impedirgli di ascoltare il nitrito dei cavalli, o il raglio degli asini. Solo il suono dell’Ebraico doveva passare dalle sue orecchie. Poi un giorno, tornando a casa, scoprii Deborah che gli cantava una ninna-nanna in russo, dondolandolo fra le braccia. Andai su tutte le furie e cominciai a gridare. Fu allora che avvenne un piccolo miracolo. L’angelo mi chiamò dal cielo e mi disse: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!" Quindi, come Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio, io sentii, e ancora risuona nella mia memoria, la prima parola in Ebraico pronunciata da mio figlio.
Egli aveva bisogno ogni giorno di nuove parole, così come gli Ebrei di Palestina. Ma è difficile trovare nella Bibbia parole come "bambola", "gelato", "budino", "omelette", "fazzoletto", "asciugamano", "bicicletta", e molti altri ancora. Capii dunque che se volevo far rinascere l’Ebraico come lingua moderna non potevo limitare la mia ricerca lessicologica alla Bibbia, ma dovevo estenderla ad altre fonti, di altri periodi. E poi dovevo coniare parole nuove sulla base di quelle vecchie, continuare modestamente il lavoro di Adamo.
All’inizio la mia passione linguistica fu oggetto più di scherno che di ammirazione, poi pian piano cominciò a suscitare entusiasmo. Nel 1889 fondai l’associazione SafaBerura, un "comitato di letteratura" incaricato di estrapolare i vocaboli ebraici dai testi in cui si trovavano relegati, per poi pubblicarli. Con la supervisione di grammatici e scrittori, il comitato poteva anche proporre dei neologismi. Fra il 1880 e il 1900, associazioni di questo genere sorsero un po’ dappertutto in Europa, ma fu solo a partire dal 1904 che la mia testardaggine iniziò a dare i suoi frutti. Da quando ero giuntoa Gerusalemme mantenevo me stesso e la mia famiglia lavorando come giornalista. Nel 1884 avevo fondato un nuovo giornale, HaTzevi, dapprima un settimanale, poi un quotidiano. Scrivevo tutti i miei articoli ricorrendo all’"Ebraico totale", basato su fonti ebraiche di tutti i tempi, ma inventai anche moltissime parole nuove, più di 230, se ricordo bene.
Lentamente, poi, e proprio grazie al mio giornale, questi neologismi entrarono a far parte dell’Ebraico quotidiano: diedi un nome al ristorante, al giornale, alla bicicletta, all’orologio, all’arte, alla bambola, alla rosa, al colore grigio e all’ombrello, al fazzoletto, all’ufficio, al marciapiede. Ma poi, con la guerra del 1914, dovetti dare un nome anche ai soldati, al fronte, alla bomba, alla pistola. Paradossalmente, scelsi di imprigionare il mio corpo per sempre dietro una di queste scrivanie nel 1894, quando le autorità turche mi obbligarono a trascorrere in prigione un breve periodo. Mio suocero aveva pubblicato un articolo in HaTzevi, e una delle sue frasi, "Ne’esofchayilvenelekhkadima",
"riuniamo le nostre forze e andiamo avanti", fu interpretata come "riuniamo un esercito per conquistare l’Oriente". Questo episodio fece scattare in me il desiderio di compilare un dizionario che raccogliesse tutte le parole dell’Ebraico e le associasse ad un significato preciso. La prigione mi diede tempo a sufficienza per dare avvio a questa impresa, che in seguito ho proseguito a Londra, Oxford, Cambridge, Parigi, Berlino, San Pietroburgo, Parma, Livorno e nel Vaticano, dovunque si nascondano testi in Ebraico. Dopo quindici anni di ricerche, la maggior parte dei quali passati a lavorare fino a diciotto ore al giorno, il primo volume del Thesaurus della lingua ebraica antica e moderna ha visto la luce 11 anni fa, nel 1910. Altri volumi sono stati completati negli anni successivi, e ora la mia mano stanca continua a riempire schede su schede di minute parole, sotto il cerchio di questa lampada. Lavoro al settimo volume del mio agognato dizionario, memoria delle parole di Adamo. Tra le tante parole del passato, ve ne sarà anche qualcuna interamente mia, figlia della mia propria lingua come il primo bambino di lingua ebraica è stato figlio dei miei lombi. Tante parole nuove dovranno essere inventate, e quando l’Ebraico non basterà, la lingua araba, sorella della nostra, ci fornirà i suoi suggerimenti. Che cos’è infatti un amico, se non quello che ti offre la parola mancante?”

Ecco perché ho iniziato da Elizer Ben Yehuda. La lingua,è cio’ che unisce un popolo, cio’ che crea una nazione, nello spirito prima ancora che sulla carta. Nell’idea dei primi sionisti, come lo stesso Herzl, si pensava di fondare uno Stato ebraico ove la lingua potesse essere il tedesco (o l’yiddish). L’idea di una lingua “ebraica” non li sfiorava, anzi Herzl considerava Ben Yeuhda solo un utopista destinato a fallire (ma anche Ben Yehuda pensava lo stesso dell’idea sionista di Herzl) Come giustamente osservo’ Ben Yeudha, fino a che un popolo parla la lingua di un’altra nazione, sarà sempre suddito di quella nazione .
Per questo, quando ci chiediamo quando sia nato Israele..la risposta è tutt’altro che scontata, e non necessariamente coincide con quel 1948.
Eliezer Ben-Yehuda è sepolto nel cimitero di Mount Olive in Gerusalemme, in una tomba di famiglia delimitato da una recinzione in ferro battuto con un cancello oltre il quale vi è una scritta in caratteri ebraici antichi "Per il vivificatore della nostra lingua - Eliezer Ben-Yehuda" ed una mappa di Eretz Yisrael inquadrata nella forma di una casa.


Nessun commento:

Posta un commento