venerdì 4 aprile 2014

Vecchia Terra Nuova - di T. Herzl




di T. Herzl ed. Biblioteca Aretina
Theodor Herzl, , è universalmente noto per il libro Lo Stato degli ebrei, pubblicato nel 1896. Ma il messaggio fondamentale di quell'opera — l'idea di uno Stato dove l'ebraismo della diaspora potesse di nuovo riunirsi — animò anche un suo romanzo quasi sconosciuto del 1902,Vecchia terra nuova, ora pubblicato in italiano per la cura di Roberta Ascarelli. Inizialmente Herzl aveva pensato di affidare il proprio messaggio politico non a Lo Stato degli ebrei, ma a un'opera «straordinaria», il romanzo in questione. Si tratta effettivamente di un'opera «stupefacente», come la definisce la curatrice, anche se la qualità del romanzo rimane spesso schiacciata dalle pagine esplicitamente didascaliche e dalla trama narrativa un po' ingenua. Il libro immagina un meraviglioso avvenire visto con gli occhi di un ebreo austriaco che, abbandonata Vienna per una delusione amorosa ma anche per una più generale disperazione esistenziale, vive per vent'anni da eremita in un'isola e si trova poi a passare nel 1923 dalla Palestina. A quel punto si avvia il tema narrativo principale dell'opera: la descrizione delle meraviglie che gli ebrei hanno saputo portare in quella «vecchia e nuova» terra. Dalle coltivazioni ai mezzi di trasporto, dalla parità di diritti uomo-donna alla completa eguaglianza tra tutte le religioni e le culture, dalla pacifica convivenza con gli arabi alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, scorrono sotto i nostri occhi i temi di un'utopia sionista dai tratti ingenui ma suggestivi.  l libro fu accolto piuttosto freddamente dalla cultura ebraica viennese: Karl Kraus vi ironizzò su, Arthur Schnitzler confessò all'autore di non averlo letto. Alla classe media ebraica dell'epoca appariva surreale — scriverà Stefan Zweig — che Herzl chiedesse agli ebrei di lasciare «le loro case e le loro ville della Ringstrasse, i loro affari, i loro incarichi; in una parola, che emigrassero, armi e bagagli, in Palestina per fondarvi una nazione». In effetti, gli unici personaggi negativi del romanzo sono gli appartenenti alla ricca e fatua borghesia ebraica viennese, che vediamo riferirsi al sionismo e all'idea del ritorno degli ebrei in Palestina al massimo come argomento per facili battute durante una cena («al suono della parola Palestina, echeggiò una scrosciante risata»). 
 
L'ottimismo che
 Vecchia terra nuova condivide con ogni opera utopistica ha un sottofondo drammatico e tragico. Non solo perché il protagonista è presentato subito come un giovane «colto e disperato», che vive in un milieu ebraico «che dava valore solo al divertimento e al tornaconto». Dietro l'utopia sionista di Herzl c'è l'esperienza dell'antisemitismo europeo, direttamente conosciuto quando era stato a Parigi negli anni dell'affare Dreyfus. Nel romanzo uno dei protagonisti della Nuova Società, costruita in Palestina su base mutualistica e multietnica, osserva che tutto era stato reso possibile dai grandi progressi della tecnica, certo. Ma di quei progressi si erano potuti giovare soltanto gli ebrei per una forza speciale da loro posseduta: «Da dove ci veniva? Dalla generale, angosciante pressione che era esercitata su di noi, dalla persecuzione, dal bisogno». Persecuzione e condizione di bisogno che nell'immaginario 1923 descritto da Herzl sono assenti: nell'ottimistica situazione da lui presentata nel romanzo l'antisemitismo risulta ormai scomparso, sia in Palestina sia nel resto del mondo. Una conclusione, o meglio un auspicio, che la storia successiva si sarebbe incaricata di smentire completamente. 
(recensione di Giovanni Belardelli su Informazione Corretta 17.12.2012)

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