giovedì 29 maggio 2014

Il Papa invita Peres e Abu Mazen a parlare di pace




Giorni fa mi esprimevo con dubbio in merito all'invito fatto dal Pontefice a Peres, presidente di Israele, e Mahmoud Abbas, presidente dell'ANP,  per andare da lui, in Vaticano, a "parlare e pregare per la pace".....ritenendole in verità solo appunto "parole", vuote, senza un possibile costrutto. 
Fanno bella mostra di se', del resto che volete che dica un Capo di Stato che va in MO, sia esso il Papa o il presidente di una nazione? "fate la pace", ovvio, come se i contendenti fossero bambini bricconcelli che si bisticciano un gioco.
Queste mie affermazioni non derivano da  mio disfattismo o dal non desiderare la pace, la quiete, in questa terra tanto bella e troppo travagliata. 

Desidero ardentemente la pace, ma realisticamente quell'invito a venire “a casa mia” a “pregare per la pace”, che naturalmente sia Peres sia Abu Mazen hanno accettato, non serve a niente. 

La cosa che piu' mi lascia perplessa è come questo gesto sia stato accolto dalla stampa. 

Scrive bene il prof. Volli su www.informazionecorretta.com  a proposito di questo invito "descritto dalla stampa non si capisce bene se ignorante o adulatrice come “un trionfo della diplomazia vaticana”. In realtà non è nulla. Non solo perché le preghiere e la diplomazia purtroppo hanno poca relazione (e certo la preghiera non è la passione dominante dei due politici e comunque a Santa Marta né l'uno né l'altro possono pregare davvero secondo le regole delle loro religioni). Ma soprattutto per ragioni politiche. Peres è in scadenza. Fra un paio di settimane sarà eletto il suo successore, il mandato finirà fra circa un mese. Inoltre la presidenza israeliana è una carica solo cerimoniale, Peres ha cercato di darle forza secondo un progetto politico, ma senza successo, dato che il suo partito è fuori dal governo e la sua linea politica è respinta da tempo dalla maggioranza dell'elettorato". 

Il buonismo attorno alla vicenda, l'esultazione di fronte al Papa che compie un gesto, perdonate, ovvio ma privo di alcune forza davvero costruttrice di pace, è allarmante.
Credo che le persone leggano solo i titoli dei giornali, ma i giornalisti spesso non sappiano neppure piu' scrivere quelli..

Un gesto forte sarebbe invece invitare l'Anp, Hamas e Fatah ad eliminare dai loro Statuti - e dalla loro "politica" - alcune parti.

Vi riporto l'art. 9 della Carta Nazionale Palestinese "la lotta armata è l'unico modo per liberare la palestina. Quindi è uan strategia globale e non solo uan fase tattiaca"

art. 12 Costituzione di Fatah (che passano per moderati!"  "la lotta armata è una strategia e non una tattica e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nell'estirpazione dell'esistenza sionista; questa lotta non cesserà finchè lo Stato Sionista non verrà demolito"

Paragrafo 2 Statuto di  Hamas "Israele sorgerà e rimarrà in piedi finchè l'Islam non lo eliminerà"

Quindi i soggetti con cui Israele dovrebbe parlare  mettono nero su bianco le loro intenzioni: pace? due Stati? NOO..ditruzione del nemico.
Metodo usato? la guerriglia, il terrorismo. Molto democratico, davvero.

La pace passa attraverso il rispetto reciproco, rispetto che non puo' non comprendere il riconoscimento del diritto all'esistenza di Israele. Finchè quest'esistenza sarà sdegnosamente e platealmente avversata, non ci sarà vera possibilità di pace.

Chissà se il pontefice ha letto i tre interessanti quanto poco amichevoli Statuti..


Intanto giunge notizia che l'incontro si terrà l'8 giugno prossimo 
peres-e-abu-mazen-in-vaticano 8 Giugno

martedì 27 maggio 2014

I terribili attentati di Bruxelles e Parigi. La voce del Presidente della Federazione Italia-Israele


Ricevo e volentieri diffondo e faccio mie le parole del  Presidente nazionale dell'Associazione Italia - Israele, dott. Carlo Benigni, in merito ai terribili attentati  del 24 maggio scorso a Bruxelles e a Parigi.


L'antisionismo ha fornito il terreno di coltura per la ripresa dell'antisemitismo in Europa. Le responsabilità dell'Unione Europea nello scenario del Medio Oriente.
 
L'attentato di Bruxelles desta orrore ed è un ulteriore segnale della ripresa dell'antisemitismo in Europa. Anche gli attentati di Parigi ne sono conferma. Esprimiamo la più ferma condanna nei confronti del terrorismo e la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime.
L'antisemitismo, di per sé impresentabile, ma risorgente, trova il suo terreno di coltura nell'antisionismo, pregiudizialmente ostile ad Israele. Secondo una lettura distorta della realtà storica passata e presente, le vittime di ieri, gli ebrei, sarebbero i carnefici di oggi, ai danni dei palestinesi. Ne deriva l'invito al boicottaggio di Israele, sul piano politico, commerciale, culturale. Una volta di più ribadiamo con forza che Israele è l'unica democrazia nel Medio Oriente, all'avanguardia nel rispetto del pluralismo, dei diritti civili, della libertà religiosa, e sotto costante minaccia di distruzione da parte dell'integralismo islamico, di Hamas, dell'Iran.
L'Unione Europea non può continuare ad attestarsi su posizioni di equidistanza tra un Paese che vuole vivere in pace, senza minacciare i vicini, e quanti lo vogliono distruggere. Ci auguriamo che nella nuova legislatura le istituzioni europee, dal Parlamento alla Commissione, sappiano assumere iniziative proattive sullo scenario del Medio Oriente, opponendosi al boicottaggio contro Israele. E' noto che molti finanziamenti della UE all'Autorità palestinese, al regime di Gaza, a varie Ong sono utilizzati non per scopi assistenziali o educativi, ma per la lotta contro lo Stato ebraico: si pensi ai libri di testo che educano i bambini all'odio e alla violenza, con carte geografiche da cui Israele è cancellata. Precondizione per ogni finanziamento europeo deve essere l'esplicito riconoscimento del diritto all'esistenza dello Stato di Israele, ed occorre introdurre un controllo rigoroso sulla effettiva utilizzazione dei fondi da parte di classi dirigenti spesso corrotte.
Oggi gli ebrei belgi e francesi non si sentono più sicuri in patria, e sempre più numerosi emigrano in Israele.
Si è superato il livello di guardia, le parole non bastano più. E' necessario rendere immediatamente operativa una strategia organica e coordinata di prevenzione e di repressione dell'antisemitismo, in tutte le sue forme, da parte degli Stati nazionali e della UE.

25 maggio 2014

domenica 25 maggio 2014

Bruxelles, attacco al museo ebraico: 3 morti e 1 ferito grave


Bruxelles (Belgio), 24 Maggio 2014 
È di almeno tre morti e un ferito grave il bilancio di un attentato antisemita oggi al museo ebraico di Bruxelles, nell’elegante quartiere centrale del Sablon, quello degli antiquari (con un famoso mercatino nel fine settimana), delle gallerie d’arte e dei bar alla moda. Sulla matrice antisemita dell’attacco, alla vigilia delle elezioni europee e politiche in Belgio, i dubbi sono davvero pochi, dato che almeno due delle vittime – una giovane donna con in mano un depliant del museo, fotografata in un bagno di sangue, e un uomo di mezza età – sono stati uccisi all’interno del museo. 

Uno dei primi a giungere sul luogo del dramma è stato il ministro degli esteri Didier Reynders, che si trovava a pochi metri dalla rue des Minimes, e ha immediatamente twittato: “Scioccato per gli omicidi commessi al museo ebraico, penso alle vittime che ho visto sul posto e alle loro famiglie”, ha scritto. Pochi minuti dopo, sempre su twitter il premier Elio di Rupo, si è detto “molto scioccato dagli eventi di Bruxelles”. La prima a sposare la tesi dell’attentato antisemita è stata il ministro dell’interno Joelle Milquet, un’ipotesi poi confermata dal sindaco della capitale, Yvan Mayeur, secondo cui “è probabilmente un atto terroristico”, mentre “la polizia è su una pista che ci sembra seria”.

Immediata la condanna del premier Matteo Renzi: “è inaccettabile che una simile barbarie avvenga nel cuore dell’Europa in un momento così delicato per il nostro progetto comune“. Per il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani, “L’antisemitismo è un male che deve essere estirpato dall’Europa. Sono vicino alle comunità ebraiche di Bruxelles e Roma“.
Secondo i principali quotidiani belgi online, da Le Soir alla Libre, passando per La Dernière Heure, la polizia ha arrestato un sospetto non molto dopo l’attentato, verificatosi intorno alle 15:50 (locali ed italiane). Non è chiaro però se si tratta di uno degli attentatori. Secondo le prime ricostruzioni, ancora confuse ed incomplete, a sparare sarebbero state una o due persone, giunte a bordo di un’Audi nei pressi del museo ebraico in rue des Minimes. Dopo aver parcheggiato in seconda fila, il passeggero ed il conducente sarebbero usciti dalla macchina e almeno uno dei due avrebbe aperto il fuoco prima di rimontare rapidamente sulla vettura e darsi alla fuga.
Il presidente del concistoro ebraico belga, Julien Klener, ha riferito che “non si sono state minacce recenti al museo ebraico”. La pensano diversamente altri esponenti della comunità ebraica belga. “C’è stata una liberalizzazione del verbo antisemita. Questo è l’inevitabile risultato di un clima che distilla l’odio”, ha dichiarato a Le Soir il presidente della Lega belga contro l’antisemitismo (Lbca), Joel Rubinfeld, aggiungendo che la sparatoria di oggi “purtroppo doveva succedere”. “È un atto terroristico ha aggiunto – l’assassino è deliberatamente entrato in un museo ebraico”.
Sulla stessa linea il Congresso ebraico mondiale, l’organizzazione con base a New York che rappresenta le comunità ebraiche di 100 Paesi. Parlando di shock ed orrore, ha definito l’attacco “un atto di terrore atroce chiaramente mirato a colpire membri della comunità ebraica”. “Due anni dopo Tolosa (con l’attacco ad una scuola ebraica da parte di Mohammed Merah, ndr.) e alla vigilia delle elezioni europee – ha aggiunto il presidente Ronald Lauder – questo spregevole attacco rappresenta un altro terribile monito del tipo di minacce che gli ebrei in Europa si trovano ancora ad affrontare”.
Non è la prima volta che Bruxelles è vittima di un attentato antisemita. Il 18 settembre 1982, poco dopo l’attacco parigino di Rue des Rosiers (6 morti e 20 feriti), e tre settimane prima di quello che costò la vita al piccolo Stefano Gaj Tachè alla sinagoga di Roma, il tempio brussellese di Rue de la Regence, non lontano dalla rue des Minimes, fu teatro di una sparatoria. Un uomo armato di mitraglietta aprì il fuoco proprio quando i fedeli uscivano dal tempio: ci furono quattro feriti di cui due gravi.
(Fonte: Ansa, 24 Maggio 2014 da www.focusonisrael.org)

E così si esprime il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche, Renzo Gattegna:
Ancora una volta l’odio torna a colpire nel cuore della nostra civiltà mostrando il suo volto più bieco e miserabile. Ancora una volta innocenti cadono sotto i colpi del fanatismo e dell’intolleranza.
Nel piangere le vittime dell’attentato di Bruxelles esprimiamo preoccupazione e sgomento per un’Europa violata nella sua stessa anima da chi, animato da un’ideologia malata, cerca di sradicare dalle nostre vite la democrazia, i diritti, persino la speranza.
La nostra risposta a questa ennesima violenza deve essere nella coesione di tutti coloro che si riconoscono in quei valori di pace, unità e fratellanza che i nostri nemici, i nemici dell’Europa libera e plurale sorta sulle ceneri di Auschwitz, cercano di mettere una nuova volta sotto attacco. 

Per raggiungere questo obiettivo non possiamo quindi limitarci a generiche parole di condanna ma impegnarci a fondo in una mobilitazione coordinata a livello internazionale, guidata dalle forze dell’ordine dei diversi paesi, per individuare tutti i gruppi potenzialmente nocivi allo scopo di evitare che episodi simili avvengano in futuro.
A tal fine la nostra attenzione deve essere dedicata anche a far sì che cessino, nel nome di una mal interpretata libertà di espressione, iniziative illegali di natura razzista, xenofoba e antiebraica. Scoprire al più presto gli autori di questo orrendo crimine aiuterà a fare chiarezza sulla dimensione e sulla portata del pericolo che ci troviamo a fronteggiare
”.

Ultimissime notizie sostengono che due delle tre vittime fossero di nazionalità israeliana. Si tratta di Emanuel (54) and Miriam (53) Riva, che lasciano due figlie adolescenti.

L'antisemitismo (spesso mascherato da antisionismo) è ancora ben vivo anche in Europa, anche in apesi considerati civilissimi. Tutto cio' è semplicemente inaccettabile. Una delle forme di razzismo piu' forti dalla notte dei tempi, che come ogni razzismo, non ha basi, non ha elementi validi, solo parole superstizioni falsi miti è proprio l'antisemitismo.
Nel 2014 lasciamo che delle persone vengano uccise per questo?
Mi aspetto una forte reazione da Bruxelles e dall'Europa. Un serio forte e compatto "No all'antisemitismo" ma come auspcato anche da Gattegna non solo parole e non solo l'arresto dei responsabili.
Occorre fare molto di piu', serve una mobilitazione alla base, in tutti coloro che rifuggono ogni forma di razzismo, affinchè l'antisemitismo sia abbatutto per sempre .
Le basi sono sempre i giovani, iniziamo dalla scuole, inziamo dai ragazzi, dai nostri figli, non lasciamo che i loro giovani cervelli siano avvelenati dal morbo dell'anisemitismo.


Ore 19,26 aggiornamento:
 I morti sono saliti a 4, il giovane ragazzo belga, ferito, è stato dichiarato morto nel pomeriggio. Si aggiunge ai due turisti israeliani e alla terza vittima, belga se non erro. Francamente sono stanca di fare condoglianze. Non e' possibile che un tizio giri per una città armato di fucile e spari così.. Non è accettabile oltre una situazione del genere.
E la situazione peggiora  
aggressione sinagoga di Creteil

A leggere i giornali di questi due giorni pare che L'Europa sia arretrata di 70 anni.. a Bruxelles attentato al museo ebraico, in Francia aggressione davanti ad una sinagoga.. Non è accettabile un'Europa che torni ad un antisemitismo che si credeva, si sperava, sorpassato. 
Il razzismo oggi dilagante, in primis l'antisemitismo, forma terribile di razzismo, è il fallimento dell'educazione, dell'istruzione, dell'umanità intera.
Non è accettabile e non è tollerabile.
 Non si puo' nel 2014 morire, essere uccisi, essere aggrediti perchè ebrei o israeliani.

"L'antisemitismo è il segno distintivo di una civiltà arretrata" scrisse Friedrich Engels, nel 1890 (Sull'antisemitismo)



1 giugno 2014 AGGIORNAMENTO 


E’ stato catturato il possibile attentatore di Bruxelles che aveva attaccato il museo ebraico provocando la morte di quattro persone. E’ un francese di origine nordafricana che ha combattuto anche in Siria.
L'uomo è stato arrestato a Marsiglia per la strage del museo ebraico di Bruxelles. Si chiama Mehdi Nemmouche e sarebbe stato in Siria nel 2013 con dei jihadisti.
 Il francese ha 29 anni ed è originario di Roubaix, nel nord. Sarebbe stato schedato come seguace della jihad islamica in Siria dai servizi interni francesi (DGSI). Venerdì, si apprende, è stato posto in stato di fermo per omicidio plurimo in collegamento con un'impresa terroristica. È stato arrestato alla stazione ferroviaria marsigliese di Saint-Charles dai servizi doganali, che l'hanno trovato su un pullman proveniente da Amsterdam e Bruxelles. Aveva un fucile kalashnikov e una pistola con munizioni dello stesso tipo di quelli usati nella strage.

giovedì 22 maggio 2014

La cucina ebraica


L'ebraismo ha 613 mitzov, cioè “precetti”, molti di essi sono divieti attinenti al cibo, pertanto per l'ebreo osservante la “cucina” è un argomento fondamentale.

Le leggi dell’alimentazione ebraica affondano le radici nella Bibbia e vengono osservate dagli ebrei da più di tremila anni. I principi fondamentali della kashrùt, cioè le regole alimentari,  sono illustrati nel Pentateuco. I rabbini hanno sempre sottolineato il loro ruolo essenziale nella preservazione della vita dell’ebreo.

Il cibo permesso è solo quello kasher, che significa letteralmente “adatto”, “permesso” e contraddistingue tutti i cibi che possono essere mangiati dagli ebrei osservanti e le regole giuste per cucinarli. Non sono kasher il maiale, i pesci senza squame, i crostacei ma anche le ricette che mixano latte e carne. Le regole della kasherut sono decine e riguardano la scelta degli alimenti, la macellazione degli animali, la conservazione e la netta separazione fra carne e latte - a casa, in viaggio, al supermercato, questo è un vero e proprio stile di vita. Le regole vengono osservate più strettamente dagli ebrei ortodossi, e meno, o anche per nulla, da tutti gli altri.

Osservando la kashrùt, i bambini imparano fin dalla più tenera età il concetto di disciplina, distinguendo tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Ma al di là di tale esercizio di autocontrollo, i rabbini del Talmud forniscono un’idea più mistica: mangiando cibo non kasher, si riducono le proprie facoltà spirituali, “interferendo la comunicazione con la propria anima”.

Poichè “il sangue è anima” e che ciò che si mangia entra direttamente nel sangue, si può affermare con certezza che mangiando cibi vietati, e quindi impuri, si diventa impuri.



ll cibo kasher (o kosher) si classifica in tre diverse categorie in base alla loro origine:

Cibi a base di carne

Cibi a base di latte 
Cibi parve,   ossia che non contengono né carne né latte, un classico esempio ne è la frutta allo stato naturale che è un kasher e parve oppure l'uovo, sono cibi “neutrali” ma tuttavia questi cibi, se cucinati con latte, carne o loro derivati possono diventare anch’essi cibi a base di carne o latte

Carne
Le leggi fondamentali che definiscono quali animali, uccelli e pesci sono kasher, sono illustrate in Levitico, cap. XI.
I criteri per riconoscere i quadrupedi permessi sono: gli animali devono avere lo zoccolo diviso in due, e devono essere ruminanti. Sono generalmente ammessi: alcuni bovini (bue, bufalo, bisonte americano, ecc.), la capra, gli ovini, gli antilopini (gazzella, camoscio, renna, ecc.). Sono esclusi i tilopodi (cammelli, dromedari, lama), i non ruminanti (tra cui tutti i suini – maiali, cinghiali – ippopotami, ecc.), e tutti gli altri quadrupedi commestibili (in particolare equini, conigli e lepri).
La carne di cervo non è più a portata della tavola kasher poiché, in base a normative agricole, tale animale deve essere ucciso a colpo di pistola in campi aperti, e non condotto in un mattatoio. Nel XIX secolo, i macellai kasher usavano recarsi alla tenuta della famiglia Rothschild una volta all’anno per preservare in Inghilterra la tradizione di sgozzare il cervo.
Tutti gli animali e i volatili carnivori, il sangue di animali e di volatili e qualunque sostanza da essi derivata non sono kasher.
I rettili, e la maggior parte degli insetti non sono kasher.

Volatili
Il problema della distinzione tra animali proibiti e non tra i volatili è molto complicata. Generalmente si usa questa formula:
Sono permessi i volatili che NON appartengano a famiglie di animali notturni o rapaciOca, gallina e tacchino, pernice, quaglia (controversa, secondo alcune comunità) che sono gli animali mangiati più comunemente sono generalmente permessi.
Tra le esclusioni pipistrelli, civette, allodole.
Alcuni volatili come il pollo, il tacchino e alcuni palmipedi sono kasher. La Torà elenca soltanto gli uccelli vietati, quali lo struzzo, il gufo e l’avvoltoio. Tuttavia, oggi è difficile stabilire con assoluta certezza l’identità esatta di tutte le specie. Per tradizione però, si mangia pollame (pollo, oca, anatra, tacchino...) e anche piccione, fagiano e pernice. 

Latte
Latte e latticini (formaggi, crema, burro ecc...) di qualunque animale kasher sono a loro volta kasher e “di latte”. Essi non possono essere consumati assieme a carne o pollame.
Poiché non è possibile distinguere latte kasher (ossia di un animale kasher) da quello non kasher, i rabbini hanno decretato che esso debba essere controllato dalla mungitura fino al confezionamento, per garantire che proviene da un animale kasher. In molti paesi del mondo in cui l’origine del latte in commercio è garantita dalla legge, alcune autorità rabbiniche avevano a loro tempo sostenuto che il latte è garantito come kasher e per questo non deve essere controllato  Il latte kasher controllato, detto Chalav Israel, è oggi molto diffuso sul mercato dei centri di vita ebraica del mondo e quindi facile da reperire.

Formaggio
Per il formaggio la questione si fa un po’ più complessa, in quanto sotto qualunque forma deve essere controllato da un rabbino. Questo perché il caglio è di origine animale, provenendo in genere dallo stomaco di vitello. I saggi del Talmud hanno perciò decretato che tutti i formaggi debbano provenire da una fonte controllata, anche qualora il caglio dovesse essere vegetale, chimico o microbico. Un altro vincolo che autorizza il formaggio è la produzione della cagliata, che deve avvenire per mano di un ebreo sensibile alle leggi della Kashrùt, così come per tutti gli alimenti che necessitano cottura.

Burro
Il classico burro da tavola che troviamo negli scaffali frigoriferi dei supermercati è distinguibile tra burro classico burro extrafine. Il burro classico, o senza altra specificazione, è nella stragrande maggioranza un sottoprodotto di lavorazione dei formaggi,  rilavorato in burrifici che rilevano dai caseifici. I caseifici infatti usano recuperare il siero che si separa dal formaggio durante la produzione, per farne del burro industriale il quale viene venduto ai burrifici che a loro volta miscelano ad altro burro in base alle caratteristiche desiderate, per farne un commercio ad uso domestico. Il burro extrafine è derivato dalla panna del latte, e quindi non pone problemi di Kashrùt, se non ché oggi molti produttori di burro extrafine producono anche burro acquistato da caseifici alterando la kashrùt degli impianti produttivi. I consumatori si sono abituati all’idea di utilizzare come standard solo burro certificato perché ad oggi oltre che garantire la kashrùt generale del prodotto, dichiara anche un controllo dalla mungitura.

Carne e Latte
Una posizione centrale nell’ambito della kashrùt è occupata dalla separazione fra carne e latte. I divieti che la riguardano sono molto severi, forse più di ogni altra norma di kashrùt.
Per poter consumare latticini dopo aver mangiato carne o derivati è richiesta un’attesa di sei ore. Questo stesso arco di tempo è necessario anche tra la consumazione di formaggi “duri” e carne. Si noti che benché il pesce sia parve, esso non deve essere consumato assieme alla carne.
Chi convive con animali domestici deve verificare addirittura il cibo che acquista per loro uso, per assicurarsi che non vi sia mescolanza tra carne e latte fra i loro ingredienti.
La separazione fra carne e latte si applica non solo al cibo stesso, ma anche a tutti gli utensili impiegati per la sua conservazione, preparazione e consumazione. Tale rigore nella separazione comporta il possesso e l’uso di set separati di posate, piatti, utensili e lavandini. Anche la lavastoviglie può essere impiegata o per la carne o per il latte, ma non per entrambi.
Il cibo che non è né di carne né di latte è definito parve, neutro, e utensili parve come bicchieri o ciotole per l’insalata possono accompagnare sia i pasti di latte che quelli di carne. Il vetro non assorbente normale può essere considerato parve per molti pareri. Bisogna stare invece attenti al pyrex o a qualunque altro utensile di vetro resistente al calore del forno, che possono essere usati solo o per la carne o per il latte.
La separazione non si limita alla cucina e alla tavola: l'ebreo osservante è infatti tenuto ad astenersi dalla consumazione di latticini dopo la carne finché non sia trascorso un certo numero di ore. Lo Shulchàn Arùch, il Codice di Legge Ebraica, riporta due tradizioni: una, decisamente poco diffusa oggi, richiede un’attesa di un’ora soltanto (e gli ebrei olandesi vi si attengono ancora); l’altra, più universalmente accettata, ne richiede invece sei. Viceversa lo stesso intervallo si applica dopo aver mangiato formaggi detti duri, cioè stagionati, come ad es. il grana o il parmigiano, poiché richiedono un processo digestivo simile a quello della carne.
Infine, per evitare spiacevoli confusioni, il pane deve sempre essere parve, e quindi non può contenere burro o latte.

Pesce
Per essere kasher, il pesce deve avere pinne e squame facili da rimuovere. Ad esempio, quelle dello storione sono difficilissime da togliere, fatto che lo rende non kasher, come lo sono automaticamente le sue preziose uova, ossia il caviale.
Esempi di pesci Kasher possono essere il salmone, la trota, la cernia, il nasello, la sogliola ecc.
Es. di pesci non kasher: l’anguilla, il pesce spada, il pesce gatto, lo squalo...
Tutti i crostacei, i frutti di mare ed i mammiferi acquatici non sono kasher.
Il pesce, sia fresco che surgelato, dovrebbe essere acquistato con la pelle, in modo da verificarne le squame per riconoscerlo con certezza.

Carne e pesce
Un’altra norma vieta di consumare pesce e carne assieme, ma per un motivo diverso dal latte. È semplicemente perché i saggi, paladini di una vita salubre, considerano tale miscuglio nocivo alla salute. Così ci si asterrà dall’accompagnare un buon piatto di carne con salsa di acciughe...
D’altro canto, non vi è alcun problema nel mangiare carne immediatamente dopo il pesce, o viceversa.
Si usa però “pulire” prima il palato con del pane o bevendo qualcosa. Questo può spiegare perché molti bevono un goccetto dopo il pesce del Sabato prima di passare alla portata successiva...

Verdura

Mentre la consumazione di carne di maiale implica una sola trasgressione, quella di un insetto ne comporta diverse. La Torà e molto esplicita nei divieti concernenti tali creature e quindi la frutta e la verdura potenzialmente esposte a infestazioni devono essere controllate e pulite accuratamente.
Quella che può sembrare una bella foglia di lattuga, osservata più da vicino può apparire come un albergo per insetti. Altre “dimore” molto apprezzate da queste bestioline sono ad esempio il prezzemolo, l’asparago, le verdure di primavera, i broccoli e i cavolfiori.
Tutti gli insetti o vermi visibili a occhio nudo devono essere “sfrattati”, immergendo la verdure in acqua salata o in aceto, oppure mettendo particolari prodotti esistenti sul mercato su un panno e strofinando delicatamente la foglia, il tutto seguito da un accurato controllo visivo. Anche la frutta e la verdura in scatola possono essere problematiche. Gli insetti vi si presentano come granelli neri, ma fortunatamente possono essere rimossi con un panno di mussola.

Vino
Vino e succo d’uva devono essere esclusivamente di origine approvata dai rabbini, ma non per lo stesso motivo del formaggio. I saggi bandirono il vino di produzione non ebraica essenzialmente per evitare i matrimoni misti, poiché il bere può portare poi all’incontrarsi e così via. Anche prodotti come il brandy e l’aceto di vino devono portare il sigillo di un rabbino.
Esso è kasher solo se la sua produzione viene effettuata da un ebreo osservante. La produzione di vino kasher può richiedere un notevole dispendio di tempo e denaro, poiché richiede la scrupolosa kasherizzazione dell’attrezzatura precedentemente impiegata per la produzione di vino non kasher e la presenza di un’intera équipe di personale osservante debitamente addestrato.
Come spesso accade, ingredienti non kasher possono infiltrarsi nella produzione di vini non kasher, ad es. si usava aggiungere sangue di toro per la colorazione o più comunemente un agente di raffinamento proveniente dallo storione.
Si tratta di motivazioni fondamentali che sottolineano l’importanza di un controllo rabbinico molto accurato.



Pane
I rabbini sconsigliano la consumazione di pane non prodotto da ebrei, benché laddove non sia disponibile pane di produzione ebraica, o se 
esso è di qualità inferiore, si può acquistare pane di produzione commerciale (non fatto intenzionalmente per un consumatore specifico), ma tenendo conto di quanto segue: esso in genere contiene grassi o emulsionanti di origine animale o non identificata.  Vi è anche la possibilità che emulsioni o gelatine vengano spalmati sulla crosta o che le teglie vengano oliate con grassi non kasher, i quali per legge non comportano l’obbligo di essere riportati e dichiarati sulla lista degli ingredienti.
Il pane è inoltre esposto al rischio che venga cotto negli stessi forni di pane o dolci non kasher, il che lo renderebbe automaticamente non kasher.
Di fatto, alcun pane non controllato può essere considerato kasher.
Biscotti
Sono in genere prodotti con margarina non kasher. Anche quelli fatti con il burro possono non essere kasher poiché, come detto sopra, le teglie possono essere ingrassate con ingredienti vietati, senza che ciò debba essere segnalato al cliente. Ciò vale anche per le torte. Riguardo ai forni ,è valido lo stesso principio del pane.
Margarina
La margarina contiene grassi ed emulsionanti che possono essere di origine animale. Anche i produttori di margarine dette vegetali non sono in grado di garantire che l’origine dei loro emulsionanti sia tale. Di conseguenza, si può impiegare solo la margarina controllata da un rabbino. Nelle margarine in commercio si addizionano spesso aromi a base di latte o derivati. 

 Uova
A causa dei divieti sul sangue, si devono controllare anche le uova aperte prima di essere cucinate, per eliminare quelle che contengono macchie di sangue. (Non ogni piccola macchia di colore rende vietato l’uovo). Non è però necessario controllare le uova prima di prepararle sode. Le uova bianche hanno in genere meno macchie di quelle marroni, forse per motivi biologici, è quindi più difficile trovare qualche macchia di sangue rosso vivo o simile nelle uova bianche.

La Shekhità - Macellazione

Gli animali permessi (esclusi i pesci) per poter essere mangiati, devono essere uccisi in modo particolare, la shechitah. La macellazione rituale prevede il taglio della trachea e dell’esofago dell’animale mediante una lama affilatissima priva di qualsiasi imperfezione sulla lama. L’obiettivo è ottenere una morte rapidissima e indolore per l’animale e contemporaneamente un rapido e abbondante dissanguamento. 
Il consumo di sangue, infatti, è un’altra proibizione fondamentale della legge ebraica, che prevede molte altre limitazioni (tra cui il divieto di mangiare alcune parti specifiche dell’animale e il divieto di associare latte e derivati con la carne). Per evitare di assumere il sangue, ci sono tutta una serie di doveri da osservare prima di consumare la carne, di cui uno dei principali è la salatura.

Dopo la shekhità, l’animale deve essere sottoposto ad un accurato controllo, detto bedikà, per verificare che non abbia difetti che lo renderebbero non kosher in base alla legge ebraica. I polmoni di bovini e ovini e gli intestini del pollame vengono sempre controllati.
È qui che entra in gioco l’espressione glatt kosher. Nel caso del bestiame, se il polmone è privo di fori o mucose cicatrici, viene definito “glatt”, liscio. Se invece ve ne sono, l’animale può comunque essere kosher anche se non glatt, purché quando vengono rimosse, tali mucose cicatrici non lascino buchi nei polmoni.

La Melikhà - Salatura
Per essere finalmente portata in tavola, la carne deve essere privata dei resti di sangue, la cui consumazione è strettamente vietata dalla Torà. Essa deve perciò essere messa a bagno per un’ora e poi sotto sale grosso e risciacquata tre volte prima di essere cucinata. Oggi, la maggior parte della carne viene kasherizzata dal macellaio, risparmiando la fatica al consumatore.
Il fegato è un caso particolare: essendo imbevuto di sangue, non può essere kasherizzato con il normale processo illustrato sopra, ma deve essere preparato “alla griglia”, ossia a diretto contatto con una fiamma.

Il Nikùr - Purificazione
Prima di raggiungere gli scaffali della macelleria, la carne deve essere sottoposta ad alcuni procedimenti, detti nikùr, che comportano la rimozione di alcune vene e di grassi vietati. Poiché il nikùr dei quarti posteriori dell’animale è notevolmente complesso, nella maggior parte delle comunità della Diaspora non viene effettuato del tutto in queste parti della bestia, che vengono vendute al mercato non ebraico. I quarti posteriori contengono tra l’altro il nervo sciatico, che non può essere mangiato dagli ebrei poiché fu dove Giacobbe rimase ferito nel suo scontro con l’angelo (Genesi XXXII, 33).

La kasherizzazione 
Cibo kasher prodotto con utensili precedentemente impiegati per la cottura di cibo non kasher,  diventa a sua volta non kasher.
Il procedimento che rende utensili, pentolame, piatti, forni, piani di cottura e lavabi kasher viene comunemente chiamato “kasherizzazione”. Essa deve essere effettuata sotto la scrupolosa osservazione di un rabbino esperto, poiché la sua esecuzione varia in base al genere di oggetto o utensile.











lunedì 12 maggio 2014

La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo - Paul Celan



Lo scrittore Paul Auster ha condensato in poche righe la sofferta biografia del poeta Paul Celan, pseudonimo di Paul Pessach Antschel: «Un ebreo nato in Romania che scriveva in tedesco anche se viveva in Francia, dove è morto suicida annegandosi nella Senna. Lui scriveva incessantemente perché il dolore e la rabbia hanno fatto diventare furiosa la sua poesia, che era una poesia ispirata dall’amarezza».
 
    Paul Antschel nasce in Romania, nel 1920, da famiglia ebraica e religiosa, l’ebraismo hassidico lascia in lui un particolarissimo rapporto con il testo scritto, per Celan (cognome che si darà dopo la guerra) l’ebraismo è cultura, tradizione, motivo di esilio e, ben presto, anche memoria dei morti. I suoi genitori moriranno in campo di concentramento, lui stesso vi sarà deportato.

Ma Celan contraddice la tesi adorniana secondo cui dopo Auschwitz non sarebbe stata piu’ possibile la poesia.

    Paul scrive invece e vuole essere letto nel modo piu’ personale. Scriveva infatti Celan “ io non faccio letteratura… non c’è una sola riga della mia poesia che non abbia a che fare con la mia esistenza

    Il nome ebraico di Paul è Pessach, cioè Pasqua, o ad essere più precisi «passaggio», perché tale è la traduzione letterale di questo termine. In un giorno imprecisato verso la fine di aprile del 1970, Paul Celan si buttò nella Senna. La Pasqua ebraica - Pessach - cadeva in quei giorni, come a siglare l’appartenenza a un destino che il nome porta inevitabilmente con sé. Perché è così vero che la vita di Celan fu un passaggio, un transito da un dolore a una nostalgia, da una perdita a un ricordo. (elena lowenthal)

    Celan è un maestro del linguaggio ed è dunque terribile doverlo leggere solo in traduzione, che per quanto fedele e capace mai potra’ darci l’esatta immagine sensazione e profondità del testo originale, uno dei piu’ gradi poeti del novecento

    Non mi dilungo oltre, ecco la bellisima lirica  di Celan

    CORONA (da Papavero e memoria)

    Dalla mano l’autunno mi bruca una foglia:

    è sua, siamo amici.

    Facciamo sgusciare il tempo via dalle noci e gli

    insegniamo ad andare:

    il tempo si dirige all’indietro, nei gusci.

    Nello specchio è domenica,

    nel sogno potremo dormire,

    la bocca in verità conversa.

    Il mio occhio corre giù, fino al grembo

    dell’amata:

    ci guardiamo a vicenda,

    ci diciamo oscure parole,

    ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,

    dormiamo come vino nelle conchiglie,

    come il mare nel chiaro-sangue di luna.

    Abbracciati, stiamo alla finestra, ci vedono

    su dalla strada:

    è tempo, che si sappia!

    E’ tempo, che la pietra si disponga a fiorire,

    che l’ansia un cuore possa colpire.

    E’ tempo, che sia tempo.

    E’ tempo.

    ( poesia dedicata alla propria amata, ove ella sarebbe il papavero e lui la memoria, a contrapporre la dolcezza di lei all’amara e dura memoria di lui)

E come non citare  Fuga di Morte, uno dei massimi testi sulla Shoah. 

Nero latte dell'alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli d'oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini

fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura e lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell'aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell'aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

I tuoi capelli d'oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith.

 Nel leggerla si è presi da un senso di sgomento per l’incapacità di cogliere il “messaggio nella bottiglia” che il poeta ebreo-romeno vi ha messo dentro, si direbbe a viva forza e con disperazione lucida.
A proposito della poesia, Celan, che non amava spiegare le sue opere, ebbe a dire che questa poesia  tratta di un dialogo immaginario fra un se stesso alla deriva ed un immaginario ascoltatore ideale, quanto forse impossibile da reperire.
 Celan, nato nella Bucovina settentrionale, occupata dai tedeschi nel 1942 (poi passata all’URSS), riuscì a sopravviver arrangiandosi a sopravvivere con lavori di fortuna nei campi romeni. Furono invece catturati il padre e la madre (l’uno morì di tifo, l’altra fu fucilata in un campo ucraino), come ricordato sopra.

Il 27 giugno 1942, alla vigilia della seconda ondata dei rastrellamenti nazisti, il ventiduenne Paul cercò invano di convincere i genitori a rifugiarsi con lui in un buon nascondiglio. Dopo aver litigato col padre, passò la notte fuori di casa. Al ritorno trovò la porta sbarrata. Non rivide mai più i genitori. Era stata proprio l’amatissima madre Fritzi a trasmettere al figlio l’amore per la lingua e la letteratura tedesca.
Molti critici si sono interrogati sulla scelta di scrivere in tedesco, la lingua dei nazisti, degli assassini dei suoi genitori. Soprattutto perché Celan parlava e scriveva correttamente in almeno sette lingue (rumeno, tedesco, ebraico, inglese, francese, russo, italiano).
 La scelta di scrivere nella Muttersprache, nella doppia accezione di lingua materna e lingua della madre, è vitale. Solo in questa lingua il poeta può rincontrare la madre e farsi carico della sua «incontestabile testimonianza».


Si sono confrontati con la poesia di Paul Celan interpreti eccellenti come il filosofo della Scuola di Francoforte T. W. Adorno, il filosofo Emmanuel Lévinas, il decostruzionista Jacques Derrida, Gadamer, e soprattutto Martin Heidegger.
L’incontro con Heidegger rappresenta un momento particolarmente significativo nel percorso celaniano: Celan apprezzava la filosofia di Heidegger ma non poteva accettare che il grande filosofo avesse appoggiato il nazismo. Per questo quando si presentò l’occasione di un incontro, il poeta non volle mancare. L’incontro avvenne nella baita del filosofo, dopo una lettura di poesie a Friburgo, nel 1967, lo stesso anno della pubblicazione di Atemwende. Celan non poteva assolutamente accettare il pesante silenzio di Heidegger circa il suo precedente appoggio al nazismo: un suo lettore così insigne aveva tenuto sulla giacca la spilletta nera con la croce uncinata. Heidegger, dal canto suo, non poteva rinnegare il suo pensiero pronunciando una secca condanna alle sue precedenti posizioni. Il confronto-scontro si gioca sulla mancata distinzione, in entrambi, tra pensiero e vita. Vita e pensiero erano per loro inscindibili, uniti indissolubilmente nei loro scritti. Da qui il fermo rifiuto alla richiesta di immortalare con una foto quello storico incontro poi eternizzato da Celan nella poesia "Todtnauberg", vera e propria trascrizione in versi dell’evento. Si trattava di un’amara coerenza, con gli altri e con se stessi. Coerenza soprattutto con i propri scritti.

 S’incontreranno nuovamente, nel 1970, poco prima del suicidio, in quell’occasione Heidegger dirà: «Celan è malato – e non esiste cura».


Nell'ottobre del 1969 Celan compie  un viaggio a Gerusalemme. Da quei diciassette giorni, Celan trasse una serie di poesie, pubblicate postume, tra esse spicca "Denk dir", che inizia: 

Pensa: il soldato di Masada, impaludato, si procura patria, nel modo
che mai potrà essergli tolto 
contro
ogni spina nel reticolato

.Un’ideale continuità tra la resistenza degli ebrei alla conquista romana nel 70 d.C. e quella patria, Israele, che appariva finalmente una conquista reale. 


Nemmeno un anno dopo, presumibilmente il 20 aprile del 1970, Paul Celan si suicida gettandosi dal ponte Mirabeau nelle acque della Senna. 

Il cadavere venne ritrovato da un pescatore solo il primo maggio. 

In una poesia, Rosa di nessuno, aveva consegnato al figlio Eric una vitale eredità di speranza: 
Ho tagliato bambù: 
 per te, figlio mio. 
 Ho vissuto. 
 Codesta, che domani sarà 
 altrove, capanna, ora 
 regge. 
 Non diedi mano a costruirla: tu 
 non sai in quali 
 vasi io misi, anni addietro, 
 la sabbia che mi stava intorno, 
 per ordine e decreto. La tua 
 nasce libera – libera 
 rimane. 
 La canna, che prende piede qui, domani 
 s’innalza pur sempre, ovunque 
 l’anima ti possa spingere fuori 
 d’ogni vincolo

sabato 10 maggio 2014

Claudio Vercelli ad Alba: la nascita di Israele




Martedì 6 maggio 2014 il Prof. Claudio Vercelli è stato ospite dell'Associazione Italia Israele, sez. Alba Bra Langhe e Roero, e in qualità di Segretario dell'Associazione ho avuto l'onore di accompagnarlo presso presso l'Istituto Enologico di Alba, dove ha intrattenuto per due ore gli studenti della 6° classe sul tema "la nascita di Israele"
Il prof. Vercelli  è ricercatore di storia contemporanea presso l'Istituto di studi storici "Gaetano Salvemini" di Torino, collabora con diverse testate tra le quali Pagine Ebraiche Moked, newsletter dell'Unione delle comunità ebraiche italiane. Svolge inoltre attività di consulenza e insegnamento. Come autore ha pubblicato, tra gli altri, i seguenti libri: Tanti olocausti. La deportazione e l'internamento nei Lager nazisti (Giuntina, Firenze 2005); Israele e Palestina: una terra per due (Ega, Torino 2005), Israele: storia dello Stato 1881-2008, Dal sogno alla realtà (Giuntina, Firenze 2007-2008), Breve storia dello Stato d'Israele (Carocci, Roma 2009), Storia del conflitto israelo-palestinese (Laterza, Roma-Bari 2010),  Triangoli violaStoria della deportazione dei testimoni di Geova nei Lager nazisti (Carocci, Roma 2012) e una Storia del negazionismo (Laterza, Roma-Bari 2013). 
Ecco cosa ci ha detto. 
 
“La storia è sempre contemporanea” diceva Benedetto Croce, la storia ci parla, guardiano al passato ma non per mero ricordo quanto piuttosto per comprendere il senso del presente.


Oggi parliamo della storia dello Stato di Israele, della sua nascita.



E per farlo dobbiamo per prima cosa chiederci: cosa c'era prima dello Stato di Israele? Cosa, chi c'era in quesi “territori”?

Prima del 1948 e anzi prima del 1918, in queste zone non esistevano “stati” come siamo abituati noi ad intendere questo termine, erano “luoghi”, territori, ma non “stati nazionali”. Buona parte dell'Europa, ma anche il Medioriente, era organizzata in Imperi, tanto per citarne alcuni quello austroungarico, quello russo o quello Ottomano, presente nella zona che oggi ci interessa. L'idea di “stato nazionale” come è oggi intesa, mancava.

La prima guerra mondiale irrompe sulla scena e fa saltare del tutto questo sistema imperialista.

L'impero austroungarico implode, nascono nuovi stati europei, l'Impero ottomano fa altrettanto e si riduce sino a svanire per lasciare posto alla moderna Turchia (pochi sapranno, tra l'altro, che la Turchia moderna nasce con un momento molto drammatico e truce, il massacro della popolazione armena).

Nelle zone dove oggi abbiamo Israele e Territori Palestinesi e Giordania cosa succede?

Spesso il nazionalismo palestinese rivendica la territorialità delle zone, sostenendo che da tali zone il popolo palestinse sia stato scacciato dai sionisti. Ma è davvero così?

La Palestina ottomana era un zona divisa e segmentata, assolutamente non unita. Vi erano delle piccole comunità arabe che abitavano in villaggi la zona, ma senza costituire “stato”. Non esisteva affatto uno Stato Palestinese. La Palestina era una zona geografica facente parte dell'Impero ottomano dal 1517 al 1918, salvo una parentesi dal 1832 al 1840 quando fu conquistata da Mehmet Alì, governatore ottomano dell'Egitto, ribellatosi al Sultano di Costantinopoli. Amministrativamente, la Palestina faceva parte del vilayet di Shām (nome preislamico della Siria), ed era stata divisa in varie zone, amministrata dagi ottomani, priva assolutamente di idea nazionale.

Non vi era neppure lo Stato di Israele.

Già a fine ottocento vi erano delle aspirazioni sioniste ma nulla di politicamente concreto sino alla fine della prima guerra mondiale.

La fine della Prima Guerra Mondiale segna dunque la fine degli Imperi, ma non del colonialismo.

Infatti le potenze vincitrici, segnatamente la Francia e l'Inghilterra, si spartiscono la zona del medioriente in “mandati”, zone di influenza cioè su cui amministrare in attesa che la popolazione locale possa forse un giorno essere in grado di autogovernarsi.. Ed è proprio la società delle Nazioni a conferire tali mandati sui territori ex impero ottomano in medioriente, in assenza di indipendenza politica degli stessi.

Quindi se fin al 1918 la zona che oggi è Israele, Territori plaestinesi, Giordania era Impero Ottomano, dopo la prima guerra mondiale è “mandato” britannico.






Nel mentre di questi sconvolgimenti politici, intanto, abbiamo un altro fenomeno:inizia infatti l'immigrazione ebraica in palestina.



Inzia già a fine ottocento e perdura nel primo dopoguerra, in maniera sporadica, la zona è inospitale, paludosa o desertica, non vi sono città, non vi sono campi..alcuni, pochi in verità, non resisteranno alle condizioni di vita e torneranno indietro.

Già nel 1906 abbiamo l'istituzione dell'accademia Bezalel, istituto d'arte ebraica, in cui le lezioni si tengono nella lingua ebraica (che sta tentando di risorgere grazie a Ben Yehuda)


L'immigrazione post 1918 ha caratteri particolari. Va detto che insediamenti ebraici vi erano e di lunga data, erano insediamenti religiosi, su Gerusalemme, Hebron e Safed. Gruppi di studiosi, di ultra ortodossi, molti dei quali persino ostili al sionismo. Questii gruppi coesitevano in pace con altri gruppi, di cristiani e di islamici.



Il movimento sionista, che è un movimento nazionalista con forti ideologie socialiste, non nasce in Palestina,le sue radici sono altrove, sono nella Russia zarista (altro impero pre-prima guerra mondiale!)

Perchè nasce qui?

Nella Russia zarista la vita era dura, durissima, la nazione era arretrata, c'era molta povertà. In questo Impero vi erano molte comunità di ebrei, radunati in shtetl, conducevano vita comunitaria, temendo e guardando con sospetto la popolazione russa non ebraica. E a ragione. Infatti gli ebrei non godevano degli stessi diritti dei russi non ebrei (anche in termini di poter adire la giustizia), la Russia era fortemente antisemita, era praticato un vero antisemitismo di Stato. L'ebreo era usato dal Potere come capro espiatorio, un modo per canalizzare la rabbia della popolazione contro qualcuno.. se la povera gente, arrabbiata per le condizioni sociali, scateva un pogrom (spedizione puntiva dove si bruciava saccheggiava aggrediva lo shtetl e la sua popolazione) si sfogava così ed evitava di dar fastidio al Potere, di contestarlo! Allo zar andava bene una situazione in cui i poveri se la prendeva con altri poveri e in questo modo sfogava la frustazione per le pessime condizioni di vita.

La situazione cosi drammatica, fece si che molti ebrei emigrassero. E dove? 
Negli Usa soprattutto. Gli Stati Uniti erano l'opportunità, erano un vasto territorio con una popolazione minima, era una nazione in divenire, accoglieva a braccia aperte e concedeva opportunità a tutti, non bandando alla religione di appartenenza. Vi era lavoro, lavoro per tutti, cio' attirava migranti da molti Paesi.


La Russia tuttavia era una fucina di idee. L'impero zarista era alle ultime battute, ma cio' non lo si comprendeva ancora, tuttavia le idee brulicavano, specie l'idea socialista.

Ed era idea rivoluzioanria: gli uomini (e le donne) sono tutti uguali, uguali nei diritti e nei doveri.

E' un'idea attivistica, un mettere in atto dei cambiamenti, l'uomo deve contare su stesso, farsi parte del cambiamento. L'uomo non nasce subordinato ad altri ma ha la padronanza della sua vita, puo' e deve decidere cosa fare, insieme agli altri.

Il sionismo nasce in questa fucina di ideologie, e non nasce solo con l'obiettivo di emigrare, ma ha nei suoi geni anche l'idea politica di creare la propria società

Accanto a questo vi è un filone piu' nazionalista, ossia il vedersi nazione e non solo popolo.

Il sionismo, che verrà poi portato avanti da T. Herzl, si pone la domanda sulla meta da scegliere per questa nuova società e nuovo Stato per il popolo ebraico. La meta inizialmente  non è nemmeno la Terra dei Padri,la Palestina..si fanno ipotesi sull'Argentia, l'Uganda..ma il movimento sionista è maggiormente motivato a mettersi in gioco su un territorio dove ancora non vi sia uno Stato, dove non via qualcosa che già esiste, andare ad abitare in Argentina significava andare in uno stato di altri. Ed era molto diverso che abitare in Russia? O in Francia? Si guarda pertanto alla Palestina, in cui già vi erano state immigrazioni di comunità ebraiche e che ospitava unicamente delle comunità arabe, prodotto del disfacimetno ottomano, comunità non unite tra loro, senza soluzione di continuità. Ad esercitare il potere in zona erano i grandi latifondisti. Costoro davano parte della terra a diversi lavoratori arabi e loro famiglie, i quali adottavao un'economia di sussistenza..producevano quanto serviva ai bisogni loro e della loro famiglia oltre quanto da dare al latifondista. Costui aveva proprie milizie per la difesa della proprietà latifondiaria, aveva i piu' pieni diritti nei confronti dei propri lavoratori.

La Palestina viene scelta in quanto la si vede “libera”, gli spazi sono poco occupati, flussi di popolazione ebraica vanno via via ad insediarsi e a volte comprano anche terreni dai latifondisti locali, iniziando ad edificare, a costruire, villaggi, a seminare campi, a bonificare paludi.

Al contempo inizia l'ibridazione con la popolazione locale, la coesistena con le comunità arabe.
Ufficialmente Israele nasce il 14 maggio 1948.

Domanda: la popolazione araba ha sin da subito rigetttato l'imigrazione ebraica?

Prof. Vercelli: No, affatto. Sono incuriositi, ma non infastiditi, lo spazio non mancava, inoltre molti ebrei si radicano in luoghi dove non c'erano comunità arabe.

Sono gli inglesi, mandatari all'epoca, piuttosto, a guardare con apprensione all'immigrazione ebraica, perchè essa andava ad alterare gli equilibri locali, ma in se' gli inglesi avevano come unico interesse quello della madrepatria, che le comunità locali fossero arabe o ebraiche a loro non importava affatto. L'unico motivo per cui gli inglesi erano interessati alla zona non erano certo le popolazioni locali, ma piuttosto erano focalizzati sul controllo della via per l'India.. e ne sono tanto interessati che ci stanziano 100.000 soldati!

La popolazione araba preesistente, come detto, non era un popolo unito, erano piccole comunità per lo piu' familiari o poco piu' grandi, a cui non importava avere per vicini di casa comunità ebraiche, erano incuriositi, ma non ostili.

Quando la comunità ebraica diviene piu' grande cresce e si struttura allora iniziano fenomeni di contrapposizione, soprattutto econonico -sociali. L'insediamento ebraico porta con se nuove tecnologie, nuove produzioni, un nuovo modo di intendere l'economia (non piu' di sola sussistenza, come era intesa dal mondo arabo). Il confronto non è politico ma economico sociale. Anche in questo tema infatti abbiamo una contrapposizione forte: il mondo arabo è improntato a una visione di gruppo in cui l'uomo ha un determinato ruolo, la donna un altro. Il sionismo è basato sull'uguaglianza dei diritti e doveri tra uomo e donna. Per gli arabi del luogo, abituati a ruoli femminili che si occupano esclusivamente di casa e figli, è rivoluzionario vedere donne che lavorano a fianco di uomini, magari sbracciate.. E' un concetto alieno al loro modo di concepire i ruoli..

Lo scontro è tra “culture” differenti, economie differenti; il sionismo scuote profondamente il mondo arabo, diventa davvero un movimento tellurico per il mondo arabo e per i latifondisti della zona, introducendo un mutamento socio-economico notevole.

Il mondo arabo sinora non aveva rivendicazioni nazionaliste, i primi arabi nazionalisti furono alcuni giovani, figli di ricchi arabi che avevano potuto studiare in prestigiose università statunitensi per lo piu', o a Beirut, ma la loro presa sul mondo arabo non fu pesante, l'arabo era abituato a vedersi parte di un gruppo, famigliare, tribale, e non come “Stato” modernamente inteso. Concetto al loro mondo estraneo.

Domanda: la risoluzione 181 dell'ONU: perchè il mondo arabo la rigetto'?

( Nota mia : la risoluzione Onu 181 statui' un piano adottato dall’Assemblea generale delle NU (29 nov. 1947) per la spartizione della Palestina mandataria in due Stati: uno ebraico, comprendente il 56% del territorio, l’altro arabo, sulla parte restante, mentre Gerusalemme sarebbe stata corpus separatum sotto l’amministrazione delle NU. Approvata a larga maggioranza dopo lunghi negoziati preliminari, fu accettata dalla parte ebraica e respinta dalla comunità araba, e non fu mai attuata. Qui sotto quello che la risoluzione 181 prevedeva)
Prof. Vercelli: L'onu, dopo la seconda guerra mondiale statui' una divisone dei territori tra Stato di Israele e popolazione araba, la divisione fu basata su un carattero demografico, ossia dove piu' vi era concetrazione di arabi il territorio sarebbe stato loro e viceversa, non 
fu affatto una divisione basata su terreni piu' o meno produttivi.
Il rigetto arabo fu una volontà politica. Ossia, se sul versante sionista vi era la volontà di avere uno Stato, dall'altra parte questa volontà non ci fu mai.. La prima guerra contro Israele, subito dopo la sua proclamzione, nel 1948, non fu solo una guerra contro lo Stato di Israele ma anche contro l'eventuale costituzione di quello palestinese. Da parte araba non si voleva affatto la nascita di uno Sttao nazionale palestinese .

Chi voleva la separazione dei due gruppi, arabi ed ebrei, ciascuno con un suo stato territoriale, erano solo i sionisti, i quali in questo modo puntavano alla fine delle ostilità. L'altra parte però non voleva questa seprazione e non voleva la fine delle ostilità, puntava piuttosto a mantenere vivo il conflitto.

Il problema è appunto di “riconoscimento”. La parte araba non vuole riconoscersi in uno Stato, e non vuole riconoscere lo Stato dell'altro, Israele. Per loro quello è sempre e solo l'entità sionista.



Domanda: e oggi? A che punto è la situazione?

Prof. Vercelli: Oggi esiste una condizione di status quo. Non è detto che tutta la popolazione palestinse sia contraria allo Stato di Israele, ma il punto è come l'identità palestinese pensa se stessa e che volontà abbia di trovare una soluzione al conflitto e non piuttosto di farlo perdurare.

La questione dei Profughi è vista per esempio sempre e solo univocamente e cioè quei palestinesi che dopo il 48 dovettero, spesso per scelta, lasciare le loro case. Ebbene, v'è da dire che in tempi di sconvolgimenti politici la migrazione di parte di popolazioni vi è sempre stata, anche in europa. Ma soprattutto non si parla mai dei profughi ebrei, cioè quegli ebrei che abitavano da secoli in paesi arabi e che dal 48 furono scacciati, si ritrovarono profughi e approdarono nel neonato stato israeliano..si parla di oltre un milione di profughi ebrei, che lo stato Israele faticò ad assorbire.

In Israele furono temporaneamente collocati in tendopoli, le ma'abarot in ebraico. Queste tendopoli continuarono ad esistere fino al 1963! I loro abitanti furono gradualmente e con successo integrati nella società israeliana, senza ottenere aiuto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite per i rifugiati.

L'integrazione comportò comunque dei problemi.

L'Organizzazione mondiale degli ebrei dai paesi arabi (WOJAC) stima che le proprietà ebraiche nei paesi arabi sarebbero valutate oggi a più di $ 300 miliardi di dollari ed le proprietà immobiliari lasciate nelle terre arabe equivarrebbero a 100.000 chilometri quadrati (quattro volte la dimensione dello Stato di Israele)



Anche in questo caso ci troviamo di fronte alla non volontà di trovare una soluzione, ma anzi abbiamo un continuo rimando al problema dei “profughi palestinesi”.. La popoalzione palestinese oggi si attesta sui 10-12milioni di individui, un po' nei territori palestinesi, un po' in alre zone del MO, molti in Usa. Hanno una buona scolarizzazione, una buona economia..pochi sanno che il pil palestinese nell'ultimo anno è stato +7%

Oggi la popolazione israeliana ha varcato la soglia degli 8 milioni di cittadini. Di questi, sei milioni sono ebrei, per cui Israele ospita oggi la comunità ebraica più grande del mondo, ma sono israeliani, cioè con passaporto israeliano, anche 1,6 milioni di arabi, 350.000 cristiani non-arabi e altre minoranze. E' un errore pensare che israeliano sia sinonimo di ebreo o che tutti gli ebrei siano israeliani.


Domanda: perchè gli Usa hanno raggiunto così pochi risultati diplomaticamente in MO?

Prof. Vercelli: Gli usa hanno per lungo tempo giocato al gatto col topo in MO, il loro primario impegno sino alla fine degli anni 80 era piu' che altro di contenimento del comunismo russo, e, mentre il mondo arabo era pericolante, sempre in bilico, Israele era certamente una nazione di modello occidentale, democratica, stabile, un paese basico per gli Usa contro l'espansionismo comunista russo.

La qestione israelo-palestinese invece è piu' recente,non nasce subito..nel 48 possiamo avere un problema legato ai profughi (e arabi ed ebrei) ma nessuna questione palestinese. Questa sorge solo negli anni 70 -80.



Domanda: Come è pensabile che oggi, in un mondo moderno, aperto alle diversità, vi sia ancora un antisemitismo tanto forte?

Prof. Vercelli :La risposta è complessa, certo il pregiudizio è comodo, è molto difficile abbandonarlo e il fatto che si sia in un mondo moderno cio' non esclude la barbarie. Antisemitismo non è necessariamente ignoranza. L'antisemitismo fa parte della tradizione, anche cristiana, ed è difficile dismettere la tradizione.

Con la globalizzazione l'antisemitismo, che è il principale pregiudizio etnico di tutti i tempi, è diventato mondiale. Spinto dai Paesi arabi e islamici, agganciandosi a fonti europee e cristiane di antica matrice, accantonate solo momentaneamente dopo la Shoa, l'antisemitismo è oggi presente in larga misura ovunque. I media digitali - dal web alla tv satellitare - l'hanno messo alla portata di chiunque, ovunque e in qualsiasi momento.

L'antisemitismo globale attinge a vecchi pregiudizi cristiani, musulmani, di sinistra e di destra, ma oggi ha assunto anche nuove forme e dimensioni. Se prima prendeva di mira gli ebrei locali - quelli che si conoscevano direttamente per città, regione o nazione - oggi è accanitamente fissato anche sugli ebrei lontani, ovvero su quelli americani e israeliani. Inoltre, mentre in precedenza era un fenomeno di matrice principalmente sociale o culturale, oggi è anche un fenomeno politico. Per la prima volta, esso occupa un posto centrale nelle strategie e nella politica estera di molti Paesi, contro lo Stato d'Israele.