domenica 20 aprile 2014

Israele e la Siria, l'aiuto ai feriti




 Mentre il Mondo discute, mentre il mondo non interviene, mentre il mondo dimentica l'ecatombe siriana, il vicino di casa della Siria -vicino e per la Siria grande nemico- Israele non discute e agisce. E  salva vite umane.
Naturalmente i media italiani tacciono. La solidarietà, l'aiuto umanitario non fa notizia. O forse piu' semplicemente non corrisponde a quella visione di un Israele cattivo e feroce che dipingono ad ogni occasione..




"La difficoltà di trattare pazienti mal curati, traumatizzati e convinti di trovarsi in un paese “nemico”


Quando due mesi fa un’ambulanza dell’esercito israeliano ha portato un ferito siriano allo Ziv Medical Center di Safed, una città nel nord Israele, i medici non sapevano esattamente da dove venisse. Hanno visto che gli era stata amputata una gamba, e sulla base del suo frammentario resoconto e delle evidenze fisiche hanno dedotto che era stato colpito da una granata. Ma non sapevano esattamente come fosse arrivato lì. E ora che lascia l’ospedale, non sanno dove sia diretto. “Io non ho paura – aveva detto al suo arrivo il siriano, il cui nome non viene rivelato perché la Siria è tuttora un paese ufficialmente in stato di guerra contro Israele – Non può accadermi niente di peggio, quindi non mi importa se mi trovo in Israele”.

Nonostante i decenni di ostilità della Siria verso Israele, sono centinaia le vittime di tre anni di guerra civile siriana, spesso in pericolo di vita, che sono state curate in ospedali israeliani. Il personale medico e paramedico israeliano, pur confermando d’essere ben lieto di curare i siriani, sottolinea che si tratta di una categoria di pazienti che presenta problemi del tutto particolari.



Innanzitutto presentano un quadro clinico spesso assai complicato dovuto all’uso indiscriminato di bombardamenti pesanti che viene fatto nel conflitto civile siriano, e al fatto che spesso i pazienti arrivano in ospedale diversi giorni dopo aver essere stati feriti, il che complica le cose. E poi i feriti sono spesso diffidenti nei confronti degli israeliani, una popolazione che sono stati educati a temere e disprezzare, il che rende difficile il trattamento dei loro traumi emotivi, oltre a quelle fisici, da parte del personale israeliano. “Come paramedici – dice Refaat Sharf, un’infermiera dello Ziv Medical Center che ha già trattato 162 pazienti siriani – è un caso senza precedenti occuparci di feriti come questi. Non eravamo abituati a queste lesioni né per tipo né per frequenza”.

Dallo scorso anno, oltre 700 feriti siriani sono arrivati negli ospedali israeliani attraverso il confine tra Siria e Israele sulle alture del Golan. Le Forze di Difesa israeliane vi hanno allestito un ospedale da campo che tratta i casi in arrivo e trasferisce agli ospedali del nord del paese quelli più gravi che non possono essere curati sul posto. In alcuni casi il ferito è accompagnato da un membro della famiglia.

Gli ospedali del nord d’Israele si sono fatti una grossa esperienza nel trattamento di pazienti feriti in battaglia: basti pensare al recente conflitto dell’estate 2006 fra Israele e il gruppo terrorista libanese Hezbollah. Ma in quel conflitto tipicamente i feriti, militari e civili, ricevevano le prime cure molto rapidamente.
 Quello che poco meno di un anno fa era iniziato come un rigagnolo di siriani è ormai diventato un flusso costante: decine di civili e di combattenti feriti nella guerra civile, che nella massima discrezione vengono portati al di qua della linea sul Golan che separa la Siria da Israele.
Per quanti benefici comporti l’ottima assistenza medica che alla fine si trova in Israele, il cammino per arrivarci è irto di pericoli per gente che teme l’ira furente dei connazionali e soprattutto delle forze governative del presidente Bashar Assad. “C’era un uomo, da dove vengo io, che è stato curato in Israele. I soldati del regime hanno ucciso i suoi tre fratelli – dice la madre della ragazza – Ucciderebbero i miei figli e mio marito, se dovessero mai scoprire che siamo stati qui”. Per paura di queste rappresaglie, i siriani ricoverati negli ospedali israeliani chiedono di restare anonimi.


Joseph Guilbard, direttore della neurochirurgia pediatrica nell’ospedale Rambam di Haifa, ricorda il caso particolarmente grave di un bambino siriano arrivato in coma profondo con una grave lesione cerebrale. Dopo diversi interventi chirurgici, è stato dimesso quando era ormai in grado di camminare con le proprie gambe.



“Se ti vedi come un medico, un chirurgo, uno specialista nel trattamento del trauma, garantisci lo stesso trattamento a tutti – dice Hany Bathoth, direttore dell’unità trauma del Rambam – In ogni trauma è così: senti d’aver aiutato dei feriti e questo ti dà forza”.

Il personale ospedaliero incaricato di offrire sostegno psicologico riferisce che i siriani sono restii a raccontare le loro esperienze. Oltre al trauma della guerra, vi è il timore aggiuntivo che nasce dal fatto di trovarsi in uno stato “nemico”. Per questo si ricorre ad ogni livello possibile all’intervento di arabi israeliani che condividono la lingua e certe norme culturali con i feriti, aiutando i pazienti siriani a superare il divario culturale che incontrano. “A proposito del rispetto per uomini e donne – spiega Johnny Khbeis, un arabo israeliano che lavora come “clown ospedaliero” allo Ziv Medical Center – un paziente siriano maschio non è a suo agio con una donna. Ci sono donne che cambiano le lenzuola dei letti, e questo per loro è difficile perché da loro non accade”.

Una donna siriana con il figlio di 8 anni, nell’ospedale di Nahariya, Israele
Una donna siriana con il figlio di 8 anni, nell’ospedale di Nahariya, Israele


Adi Pachter-Alt, vice direttore degli assistenti sociali del Rambam, ridimensiona il peso dei sentimenti specifici verso Israele dei pazienti siriani. “La loro riluttanza ad aprirsi e le nostre conseguenti difficoltà nel dare sostegno emotivo nascono dalla diffidenza dovuta al fatto che si trovano in uno stato di shock post-traumatico e in un paese straniero: sono condizioni in cui uno si sente molto solo e molto sospettoso”.

Tutto il personale concorda nel riferire che, quando lasciano l’ospedale, i pazienti siriani sono grati per l’assistenza che hanno ricevuto. Il paziente siriano dimesso dallo Ziv Medical Center dice che la sua opinione su Israele si è ribaltata durante il ricovero: “Prima della rivolta, le autorità ci dicevano che Israele è il nemico e che noi lo dobbiamo combattere – dice – Ma dopo quello che è successo, ho visto come in Israele si prendono cura di tutti i pazienti. Tutti gli israeliani che ho incontrato, arabi ed ebrei, apparivano uniti”.


(Da: Times of Israel, 11.4.14  da www.israele.net )


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